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Arturo Cannistrà, un nome, un coreografo, una carriera

 

 

 

Il tuo percorso da allievo dell’Accademia Nazionale a danzatore del Teatro Comunale di Firenze fino ad arrivare all’Aterballetto, in qualità anche di coreografo. Le tappe che hanno segnato le fasi più importanti di questo cammino?

Sono nato a Messina e mi sono avvicinato alla danza nel 1976 aReggio Calabria, provenendo da un campo totalmente diverso: lo sport e il mondo della moda. Al Sud era raro che un uomo studiasse danza e il mio incontro con quest’arte avvenne casualmente. Nel vedere in TV la Maratona di Danza condotta da Vittoria Ottolenghi, ed in particolare le puntata dedicate ai Ballets Russes e a Rudolf Nureyev, fui investito da un forte desiderio di esprimermi attraverso il corpo; così iniziai i miei studi con due maestri molto diversi tra loro: Antonio Piccolo, di grande vocazione teatrale, e Lino Vacca, primo ballerino del Teatro San Carlo, grande esempio della danza nobile. Nel 1980 superai l’esame d’ammissione all’Accademia Nazionale di Danza diretta da Giuliana Pensi e nel solo anno di permanenza ebbi la fortuna di studiare con maestri che mi hanno saputo far capire come la qualità di ogni artista si formi attraverso un percorso di studio e di esplorazione delle tecniche. Ricordo gli insegnamenti di Sabine Le Blanc e la mia prima partecipazione al Gruppo Stabile dell’Accademia con le coreografie di Alberto Testa, ma la cosa che rimarrà per sempre impressa nei miei ricordi è la personalità della Direttrice, Giuliana Pensi. Nel 1981, nella sala ballo del Teatro Comunale di Firenze, avvenne l’incontro più importante della mia carriera, con Eugenio Poliakov, che tutt’oggi per me è come un messia, è colui che mi ha insegnato a danzare ascoltando il mio istinto. Nella mia permanenza al Teatro Comunale ho avuto l’onore di lavorare con Rudolf Nureyev, ospite in diverse produzioni. In ogni istante osservavo il suo lavoro e cercavo di captare come nasceva il suo grande carisma, che per me rimane unico. Era un artigiano della danza che rendeva tutto nobile e poetico. In quel periodo ho danzato in creazioni importanti come Adriana Lecouvrier, coreografia di Giulio Perugini, in cui interpretavo Paride, oppure Miro’, l’uccello di luce di Russillo e in balletti storici come Petruŝka, La Bottega Fantastica di Massine, Giselle. Ho danzato poi in altri balletti classici e in nuove produzioni di Poliakov, come lo Schiaccianoci, o in creazioni di coreografi di avanguardia, come Susanna Zimmerman, e di artisti italiani come Paolo Bortoluzzi, in un’epoca in cui il danzatore classico si avvicinava alla danza contemporanea grazie a Maurice Béjart. Finita l’epoca d’oro delle tournée nei grandi teatri con i grandi danzatori, Eugenio Poliakov abbandonò la Direzione dell’Opéra de Paris; così decisi anch’io di esplorare nuovi percorsi e feci l’audizione all’Aterballetto, compagnia all’epoca nata da pochi anni.

Aterballetto ieri… Aterballetto oggi

L’Aterballetto diretto da Amedeo Amodio è stato un momento molto interessante per la mia crescita di vita e professionale e una svolta nel mio pensiero. Mi avviavo infatti ad essere un danzatore che inizia a dialogare con il proprio corpo in modo contemporaneo. In questa prima fase ho potuto lavorare in contenitori creati da grandi scenografi, come Luzzati  e Ceroli, e con importanti costumisti, compositori e light designer. Questo mi ha permesso di capire che la danza non è fatta solo di movimento ma di un attento studio di regia. In questo Amedeo Amodio è stato un grande maestro. In quel periodo ho imparato a conoscere gli stili; basti pensare a Billy Forsythe e al suo off-balance, ad Alvin Aley e al suo movimento afro-americano, alla raffinatezza e all’armonia di Kylián e alla potenza di  Béjart nel Bolero, fino ai coreografi della nouvelle danse europea e a quelli del Teatro Danza italiano. Un periodo che difficilmente si potrà ripetere, perché è stata un’epoca di svolta in cui il passato era riletto in una chiave di forte sperimentazione. Tutto era veramente nuovo e nessuno assomigliava all’altro, se non per l’uso della parola danza. L’Aterballetto di oggi, come ieri, è una delle più importanti compagnie al mondo. Durante la direzione di Mauro Bigonzetti ha avuto un profondo cambiamento di stile e di scelte artistiche. Al centro della scena danzatori che attraverso la fisicità esprimevano un nuovo stile. Bigonzetti, oggi riconosciuto coreografo internazionale, aveva ed ha la capacità di esplorare il danzatore singolarmente fino a far emergere le sue qualità e la sua vera personalità. In quel periodo ero già avanti con gli anni, ma questo mi rigenerò e mi aiutò a comprendere una nuova via che ad oggi è maestra nel mio lavoro di regista e coreografo. Dopo anni ho rincontrato Cristina Bozzolini  in veste di direttrice dell’Aterballetto. Nel 1980 mi ha illuminato la strada del Teatro Danza con Il Collettivo Danza Contemporanea di Firenze. Lei è la direttrice ideale, che sa unire alla passione la sua grande esperienza ed umiltà e la capacità di ascoltare tutti. Nel descrivere la parte artistica, non va tuttavia dimenticato l’aspetto più istituzionale, quello che permette di veicolare idee e progetti, che, con la presidenza di Federico Grilli, mi ha consentito di emergere nell’ideazione dei progetti speciali. Oggi le attività formative sono diventate il centro della vita della Fondazione, forti dell’esperienza di Giovanni Ottolini (Direttore Generale) e della Direttrice Cristina Bozzolini che in questi anni ha contribuito alla crescita della danza in Italia.

Il tuo stile e la tua estetica come coreografo

Da un’esperienza di 30 anni a contatto con stili diversi si è generato uno stile mio, (vero) ma non unico. Uno stile che potrei definire mediterraneo-nobile. Amo i danzatori classici con i quali sperimentare nuove vie plasmando i loro corpi e modificandone il movimento, ma in questi ultimi anni la forte passione che ho per il teatro e il cinema mi ha portato ad unire l’estetica alla teatralità.

Quali consideri le tue produzioni più significative?

Ho iniziato a creare da giovane, non pensavo di fare il coreografo ma mi affascinava l’uso totale della macchina scenica, quindi il lavoro di regista. Prevalentemente lavoro con giovani danzatori, le tematiche mi servono ad esplorare percorsi che  possano arricchire e quindi creare un valore aggiunto alla  formazione di base. Significative in questo senso sono le mie produzioni La Settima Stanza, sul tema della Shoah; Odighitria, per il millenario dell’Abbazia di Grottaferrata con l’étoile Luciana Savignano; Amadè, sulla vita di Mozart, Iside (il culto visto all’interno di una teca): Divina Pas de Deux; Thalassa (mare tra le terre); Another Carmen, una rilettura in versione Hip Pop; 7 voci, dedicato alla Dolce Vita; Menadel, viaggio fantastico; Triscele, omaggio alla mia terra “Sicilia”; Saffo, che debutterà a novembre, un assolo creato per Laura Comi, étoile dell’Opera di Roma oggi Direttrice della Scuola di Ballo. Il mio impegno più recente è stato la regia di Shéhérazade, Omaggio al Maestro Francesco Molinari Pradelli per in centenario dalla nascita, commissionatami dalla moglie del grande maestro, il quale aveva debuttato come direttore d’orchestra con questo balletto. Ho realizzato questo interessante progetto con Bianca Belvederi, che ne ha curato la rilettura drammaturgica.

Qual è la tua idea di teatro, nel senso più ampio del termine?

Ho in parte una mentalità di fine ‘800, epoca in cui gli architetti, nel costruire le città, ponevano il teatro al centro della vita sociale. Ritengo che il teatro ad oggi rimanga un luogo dove l’arte ha la sua funzione di incontro e di crescita culturale. Penso sempre che siamo eredi del Bel Canto, dei grandi compositori e di tante maestranze che hanno fatto crescere e viaggiare generazioni. Il teatro rimane l’unico luogo dove l’alchimia magica artista-spettatore è rimasta intatta nel tempo.

Come coreografo cosa vorresti realizzare ancora?

Vorrei affrontare un tema shakespeariano utilizzando la danza a 360°. Inoltre sono sempre stato legato ai Ballets Russes e vorrei creare, per un progetto dedicato ai giovani, una pièce che parta da una rilettura di un titolo tratto dal repertorio di Léonide Massine. Come fautore della formazione del pubblico nel settore danza dal vivo, vorrei poter contribuire alla crescita dei giovani coreografi ideando progetti interdisciplinari in sinergia con professionisti che provengono da diverse esperienze come il costume, le video-istallazioni e i coreografi-performer. Questo a favore della narrativa in danza per il Teatro Ragazzi, settore che per anni la danza dei professionisti non ha preso in considerazione.

I danzatori ideali per te da plasmare in senso coreografico? Che caratteristiche devono avere?

Mi piace la danzatrice con linee perfette che abbia una facilità a rendere il corpo flessuoso e che non lasci percepire la propria forza interiore, ma spesso scopro il danzatore e lo amo solo lavorandoci. Esplorare è la mia caratteristica, proprio per questo non amo le audizioni ma i seminari dove tutto è in continua evoluzione.

Cos’è la creatività per te?

La creatività è un dono, ti scopri artista e crei in uno spazio temporale dove i luoghi e le persone non sono mai reali e spesso non sono nel luogo ideale.

Le tue fonti di ispirazione?

Mi piace la narrativa, i grandi temi storici, le figure femminili e i luoghi in senso fisico.

Per te il punto di partenza è la musica o il movimento?

Non sono un creativo che studia la coreografia a tavolino, parto lasciandomi coinvolgere da immagini irreali e sensazioni che, unite allo studio, mi portano a decidere l’autore musicale; poi il mio istinto elabora movimento che prende forma con estetiche vicino al tema della creazione.

Quanto conta l’emozione nella tua composizione coreografica?

Io vivo di emozioni, ogni momento della mia vita è uno scorrere di emozioni, sono linfa per la mia creatività.

Se dovessi descrivere l’estetica alla base delle tue composizioni coreografiche?

Il concetto di estetica è nel mio DNA, l’ho ereditato dai Greci. Il culto dell’estetica è nel corpo ed è nello spazio che circonda le mie creazioni.

Una coreografia che hai creato che danzeresti tu stesso…

Divina Pas de Deux, che è stato il mio omaggio a Maria Callas.

So che ti occupi anche di didattica ed hai all’attivo molti progetti in questa direzione…

Da 10 anni mi occupo di progetti legati alla formazione del pubblico, per conto della Fondazione Nazionale della Danza. Ho ideato artisticamente il Progetto “Leggere per Ballare” di Rosanna Pasi, Presidente della F.N.A.S.D., che unisce il mondo delle scuole di danza e il mondo delle scuole istituzionali. Grazie a questo importante progetto ho iniziato la mia carriera di regista, firmando lavori come Il Piccolo Principe  e Il Poeta del Pianoforte e ideando progetti per luoghi sacri come Rosa Mystica. Inoltre, in Fondazione, abbiamo creato un settore ATB Educational che avvicina gli studenti alla danza attraverso dei percorsi ideati per loro. Sempre in Fondazione curo, in collaborazione artistica, le serate dedicate alla coreografia emergente che ospitiamo in Fonderia per il Teatro della Compagnia Aterballetto. In questo momento le attività collaterali al lavoro dell’Aterballetto stanno sempre più affermando il luogo Fonderia come Centro Coreografico Internazionale.  Nel 2010 a Loano mi è stato assegnato il Premio Giuliana Pensi  per aver contribuito alla Formazione di Pubblico nel settore Danza dal vivo realizzando progetti di ampio respiro artistico e culturale. La formazione è sempre molto presente nella mia carriera.

Una proiezione futura? Il tuo sguardo in avanti?

Il mondo sta vivendo un momento difficile, crisi finanziaria, guerre, globalizzazione, il mio ruolo è di lavorare affinché la funzione del teatro e degli artisti rimanga per i giovani un valore aggiunto alla loro crescita culturale, sociale e di vita. Partendo da questo mi pongo in ascolto alla ricerca di nuovi progetti che possano dare alla danza italiana quella spinta per emergere e non rimanere la Cenerentola delle arti, ma essere, secondo le parole di Curt Sachs, “la Madre delle Arti”.

Lorena Coppola

Foto di Orlando Sininbaldi e Pierluigi Abbondanza

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