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Ballo oltre il pregiudizio: la danza maschile – di Claudia Celi

“L’uomo lombardo non balla”. Questa lapidaria risposta che Aurel Milloss amava ricordare risale al 1948 quando il Sovrintendente Antonio Ghiringhelli commentò il desiderio espresso dal Maestro di dotare il corpo di ballo del Teatro alla Scala di elementi maschili. Un aneddoto che oggi, ri-familiarizzati con la danza maschile, ci fa forse sentire lontani quei tempi.

Eppure, anche da piccoli segni, si può percepire come alcuni luoghi comuni siano lenti a scomparire. Fra questi ve n’è uno, di certo più lieve delle problematiche analizzate dai recenti studi su danza e gender apparsi negli ultimi decenni, ma piuttosto resistente che, partendo dal pregiudizio tipicamente borghese che la danza sia soprattutto da declinare al femminile, immagina il ballerino pressoché esclusivamente relegato al ruolo di porteur dell’étoile.

Il pensiero di Ghiringhelli, a dire il vero, si ricollegava ad un sentire contrario alla figura del ballerino diffuso anche fuori d’Italia e assai ben evidenziato già nella didascalia di una stampa di Edouard de Beaumont databile intorno al 1860: ”Le désagrément d’une danseuse, c’est qu’elle nous amène quelquefois un danseur!”

Un’immagine che sembra contraddire le vette raggiunte dalla danza maschile nei secoli precedenti, la considerazione della quale portò Jean Baptiste Isabey a immortalare Auguste Vestris seppur con una caricatura, forse memore di quanto si era spinto a dire del figlio il celebre Gaetano – “le dieu de la danse” –.ossia che Auguste nell’innalzarsi in aria si tratteneva per non umiliare i colleghi e per non annoiarsi lassù, tutto solo.

Eppure, nell’Ottocento, anche danzatori oggi meno celebri hanno conteso alle partner il favore del pubblico con la brillantezza della loro tecnica esecutiva, come testimonia, per restare in tema di leggerezza, il pungente sonetto di Giuseppe Gioachino Belli che immortala il passaggio sulle scene romane di Egidio Priora, padre della più nota Olimpia:

Er ballerino d’adesso

Quer Monzù a ttordinone che ttiè ffora

le zinne in ner ballà ccom’e Mmadama,

si vvolete sapé ccome se chiama,

io j’ho inteso de dí Rocca-priora.

Tiè ccerti quarti tiè, per dina nora!,

che ’ggni donna coll’occhi se lo sbrama:

frulla le scianche poi com’una lama,

e ccrederessi che cce ggiuchi a mmora.

[…]

(9 gennaio 1832)

E sempre ad a quegli anni risalgono le splendide variazioni per James ne La Sylphide di Auguste Bournonville così come al tardo Ottocento appartiene la danza librata de L’Oiseau bleu interpretata da Enrico Cecchetti, il “maestro dei maestri” della danza accademica.

Un semplice sguardo alla storia ci rivela quanto la danza d’arte maschile sia stata a lungo la protagonista più o meno indiscussa delle sale come dei palcoscenici di tutta Europa proprio a partire dall’Italia del XV secolo con il suo ballare, guarda i casi della sorte, definito “lombardo”.

Basterà poi ricordare i virtuosismi del “salto tondo” o delle “intrecciate” [Ill. 4 – Giuseppe Maria Mitelli] dei trattati italiani del XVI secolo alle origini della tecnica accademica o infine guardare ai tempi del Re Sole con i suoi raffinati ed elegantissimi ceselli, come nella sensuale “Sarabande pour un homme”.

Insomma la danza maschile godeva di ottima salute anche prima dell’élan vital impressole dal leggendario Nijinsky agli inizi del Novecento. Certo un’eco ben diversa ha ancor oggi la sua danza”floreale” rispetto a quella del “Bello di Notte” del balletto La Fata Nix di Luigi Danesi ove lo spirito della protagonista si materializzava in una rosa. Le fragranti volute de Le Spectre de la Rose hanno lasciato, infatti, una profonda scia, ridisegnando i confini stessi del “maschile” e del “femminile”e aprendo nuovi orizzonti alla danza e alla cultura dei tempi a seguire. (C.C.)

 

Claudia Celi

Docente di Storia della Danza presso l’Accademia Nazionale di Danza e Direttrice Artistica dell’Associazione Il Teatro della Memoria http://ilteatrodellamemoria.wordpress.com/

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