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“Realtà e coreografi emergenti” – Fabio Crestale: “La danza è espressione del suo tempo”

Fabio Crestale

Fabio Crestale, giovane danzatore e coreografo italiano, attualmente a Parigi, si racconta al giornaledelladanza.com

Sei partito dalla Scuola Forza e Costanza diretta da Nadja Bussien (prima ballerina al teatro di Mannheim). Per poi perfezionarti in centri di danza in tutto il mondo: Balletto di Toscana Firenze,  Alvin Aley Dance Center di New York, Columbus a Zurigo, Laban Center a Londra, CND a Parigi. Quale stile credi sia stato più determinante nella tua formazione?

Non credo che uno stile in particolare abbia segnato la mia formazione come danzatore ma sicuramente tutti hanno contribuito a formarmi. Ho viaggiato molto grazie alle borse di studio vinte e il mio naturale spirito di curiosità mi ha sempre portato a interrogarmi e a voler conoscere nuovi punti di vista. Ho avuto l’opportunità di lavorare con molti coreografi diversi  e in molte compagnie.

La tua esperienza di danzatore è altrettanto ricca e variegata, cosa ti è piaciuto di più danzare?

Sicuramente l’aver potuto prendere parte al Bolero di Béjart; aver avuto la possibilità di vederlo lavorare con i ballerini è stata un’emozione molto intensa. Sembrava che la sua anima e il suo sentire si espandessero in ognuno di noi. Un altro lavoro che mi ha dato molto è stato quello con la Compagnia Doppio Movimento diretta da Valentina Benedetti, coreografa e insegnante che mi ha formato   come danzatore contemporaneo e da cui  ho imparato molto come coreografo, portando nella mia danza una nuova sensibilità e un rinnovato piacere.

Quando ti sei avvicinato all’idea di diventare a tua volta un coreografo?

Probabilmente dentro di me la necessità coreografica è sempre stata presente ma l’epifania, se così posso dire,  l’ho avuta nel 2011, quando ho iniziato a lavorare con un mio collega ex ballerino dell’Opera di Parigi. Da lì l’istinto a “procreare” ha avuto uno scorrere naturale e da questa esperienza nasce poi Al muro, uno dei miei lavori più importanti.

Il tuo stile e la tua estetica come coreografo

Non saprei come definire il mio stile in quanto, avendo provato molti stili differenti, è come se ne avessi creato uno molto personale in cui si possono riconoscere i tratti di molti altri stili che, allo stesso tempo, si fondono per trasformarsi in base a un movimento molto intimo e legato alle caratteristiche del mio corpo. L’estetica è invece endogena alla coreografia, nel senso che non sono alla ricerca di linee o plasticità ma l’armonia e la bellezza evolvono dall’emozione e dalle particolarità del danzatore.

Quali consideri le tue produzioni più significative?

Sicuramente la mia creatura più sentita è  Al muro, coreografia nata nel 2011 e generata da un intimo bisogno di esprimere il mio personale percorso di crescita, la mia sensibilità e la mia esperienza di esodato artistico. Parigi mi ha adottato e ha scritto da subito in me una storia di amore e odio, i primi anni sono stati molto difficili e solitari, fatti di silenzi e dolorose battaglie con la danza francese che ha cambiato, col tempo, il mio approccio al gesto e al movimento acquisendo connotazione più concettuale e intima. Altro lavoro a cui tengo molto è Opposé, coreografia che nasce da una poesia di Prévert, che racconta la relazione tra due persone, due anime, non necessariamente amantiche, le quali, nel labirinto della memoria, si scontrano e a tratti si incontrano in un impossibile tentativo di dialogo e di unione. A volte solo nel silenzio di due sguardi che si incontrano si trova la pace. Con questa coreografia ho partecipato quest’anno a “Short Time”, concorso coreografico in collaborazione con il Maggio Musicale Fiorentino.

Qual è la tua idea di teatro performativo, nel senso più ampio del termine?

Dalla nascita della performance art negli anni ‘50 -’70, a seguito di variegati impulsi come le ricerche condotte dalla Bauhaus, il teatro orientale Kabuki o le teorie dei Surrealisti, il teatro non è più catalogabile, diviene immediato e spontaneo, improvvisato e raccoglie in sé il succo di tutte le arti performative senza metterle in contraddizione ma unendole nella performance. L’happening diviene così il momento in cui l’interprete-autore entra in relazione immediata con il pubblico, la danza nella performance si confonde e si fa tutt’uno con le altre arti e vive nel momento e nel luogo in cui prende forma.

Se dovessi circoscriverla in un’unica definizione, cos’è per te la danza contemporanea?

Non ho una definizione di danza contemporanea precisa. perché credo che sia una danza in continua evoluzione proprio come l’uomo. La danza è espressione del suo tempo e, in un tempo in cui il crollo dei grandi valori è evidente, la sola cosa a cui l’essere umano può aggrapparsi è il proprio sentire.

Sapresti descrivere il tuo processo creativo?

Non saprei spiegare logicamente come avviene il processo creativo perché non seguo uno schema predeterminato, L’idea può arrivare in qualunque istante e avere come impulso un evento casuale della vita: una poesia, un quadro, un pensiero, una persona. A volte invece la coreografia nasce da sola durante un laboratorio coreografico e si scrive sui corpi dei ballerini.

Quando crei parti dalla musica o dal movimento?

La musica è sicuramente parte integrante della coreografia, ma non per questo lascio che ne assuma “il controllo”. Prima di ogni musica c’è il movimento e ancor prima il nucleo comunicativo che voglio esprimere, il perché della creazione in atto. È vero che la musica crea l’atmosfera, può raccontare insieme al movimento o sottolinearne l’intenzione, ma sono convinto che la musica arriva insieme, come variabile necessariamente coimplicantesi. Nella composizione del pezzo non pretendo di crearlo in modo armonico e consequenziale ma lascio che trovi da solo la strada per formarsi attingendo dalle emozioni e dalla corporalità degli interpreti.

Che ruolo ha l’improvvisazione nella tua composizione coreografica?

Come ho già detto, l’improvvisazione è  per me  momento fondamentale e mezzo per scoprire non solo un linguaggio personale ma anche per scoprire il carattere del danzatore che è il “muratore” della danza e costruisce insieme al coreografo il pezzo; momento di creazione e di ricerca per molti dei più grandi coreografi di questo secolo e di quello appena conclusosi.  Anche io entro nelle file di coloro i quali credono nella ricerca interna del movimento e in un linguaggio non univoco e didascalico, ma paideutico.

E quanto conta l’emozione nelle tue creazioni?

Secondo questo mio approccio al movimento, il ruolo dell’emozione è fondamentale, il ballerino non può essere un mero esecutore senza anima, non può essere una scultura plastica e lontana ma deve esprimere il suo essere umano, la sua necessità espressiva per non restare soli nel nostro percorso umano.

Che messaggio che cerchi di trasmettere attraverso i tuoi lavori?

Ogni composizione coreografica trova in sé la motivazione di esistere ma, se dovessi astrarre e generalizzare il senso della mia danza, potrei dire che vuole trasmettere proprio l’umano sentire con le sue fragilità, la sua forza, i suoi contrasti e le sue riconciliazioni. La vita nei meandri della memoria e nei percorsi verso il futuro, crudele e accogliente, semplice e complicata.

I tuoi progetti futuri?

Dal 2011 ho fondato a Parigi la mia compagnia “iFunanboli” e cercherò sicuramente di crescere. Abbiamo alcuni progetti in cantiere per la prossima stagione ma non posso ancora dire nulla di definitivo. Il progetto più a breve termine sarà il debutto parigino di Al Muro il prossimo 8 giugno, nell’ambito del Festival 360°, al Teatro Cafè de la Danse.  Questo lavoro, è nato da un forte stato d’animo per poi svilupparsi come coreografia, lo stato d’ animo che ho provato nelle esperienze degli incontri con persone diverse. Ogni volta mi regalavano una cosa intima, segreta, silenziosa, falsa, egoista,  timida, felice, sincera… da qui il mio stato d’ animo ha cominciato a generare una piccola vita dentro di me.  Il lavoro si apre sviluppando la ricerca di movimento e contatto fra i due danzatori protagonisti, ossia io e Cyrille de la Barre, uniti, disuniti, complici ed estranei in uno spazio e luogo condiviso ma che non riempie l’intimo. Il muro taglia la necessità di comunicazione con se stessi e l’altro, poiché tale incombente presenza non lascia filtrare alcuna possibilità di relazione. L’ascolto costante e profondo di se stessi porta alla vera ricerca e scoperta dell’altro, la separazione dal muro ne è la constatazione reale.

 

 

Lorena Coppola

 

 

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