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La Musa della Danza: intervista con Carla Fracci

Carla Fracci

Carla Fracci, nata a Milano, è una delle più importanti ballerine della storia. Muove i primi passi nel mondo della danza, sin da piccola, diplomandosi presso la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala e da adolescente inizia le sue prime apparizioni su importanti palcoscenici. Interpreta ruoli sia drammatici che romantici, lavora in TV, in qualità di Étoile danza nei più prestigiosi teatri al mondo con i più celebri coreografi al fianco di ballerini diventati poi leggendari. Dirige il Corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli. Diventa Ambasciatrice di buona volontà della FAO, poi Assessore alla Cultura della Provincia di Firenze e Direttrice del Corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Nel 2013 è uscita, per Mondadori, la sua autobiografia di successo “Passo dopo passo. La mia storia”. Insieme al marito, il regista Beppe Menegatti, forma una coppia legata indissolubilmente alla danza e al teatro, quali ambasciatori culturali dell’Italia nel mondo. Bellezza tersicorea, grazia, magia, etereità hanno costellato la presenza artistica dell’étoile Carla Fracci, diretta spesso dal marito, a coronamento di una straordinaria carriera “sulle punte” ancora oggi in piena attività.

Gentile signora Fracci, il balletto grazie a Lei ha raggiunto una visibilità totale presso il grande pubblico… Una danza non di élite ma una danza per tutti e soprattutto in tutti i luoghi. Quanto la gratifica questo aspetto della Sua carriera?
Promuovere la danza e portarla a tutti è sempre stata una mia prerogativa per cui merito la stima e l’affetto di cui sono circondata. La mia non è un’immagine solo romantica legata a Giselle o alla Sylphide, nella mia carriera ho spaziato in lungo e in largo sul piano culturale, musicale e soprattutto su quello innovativo. Sono felice di aver avuto un periodo artistico straordinario, incontrando persone meravigliose, che mi hanno insegnato e mi hanno coinvolto nel loro mondo, con l’aiuto anche naturalmente di Beppe Menegatti che ha curato per me innumerevoli regie. Tante sono state le proposte che, insieme, abbiamo portato nei teatri con numerosi spettacoli ed eventi, creati appositamente, che vanno oltre alla Giselle, Coppelia, Bella Addormentata etc.: tutte proposte interessanti e di alto valore culturale. All’epoca ogni Ente lirico aveva al proprio interno una Compagnia di ballo, che purtroppo via via hanno smantellato, e per me è stato un grande dolore però ricordo quel periodo con immensa gioia; un bel lavoro ricco di proposte, di allestimenti e di teatri i quali hanno accolto con entusiasmo i nostri progetti… un percorso felice e ancora oggi guardo ai giovani e vorrei lavorare con loro, sul piano stilistico che purtroppo si va perdendo. Mi si vede sempre come la ballerina eterea ma ci sono stati anche i balletti drammatici, ad esempio Medea. Ho un’esperienza vasta per cui mi sono arricchita e ho potuto conoscere il cinema, la televisione, il teatro in ruoli da attrice che grazie a Menegatti ho affrontato, basti ricordare Ariel nella “Tempesta” o Titania nel “Sogno di una notte di mezza estate” oppure Luna in “Nozze di sangue” ed anche lo sceneggiato “Verdi” diretto da Renato Castellani.

Nella sua vita ha avuto tanti incontri straordinari con personaggi della cultura e dell’arte, non solo nel campo della danza e del balletto, chi ricorda con maggior gioia e arricchimento personale?
Ho avuto dei grandi maestri, ho danzato nella “Sylphide” di Laron Arend, ho lavorato moltissimo con George Balanchine… Non sono posta lì sull’altarino solo come Giselle nell’immagine della ballerina romantica ma ci tengo a sottolineare che ho collaborato con tutti i più grandi, ad esempio John Cranko che ha creato per me “Romeo e Giulietta”, con Tetley, Tudor, Petit, Béjart, Carlson, Pistoni, Massine e l’elenco sarebbe davvero lungo. È stata una gamma di incontri e di grandi emozioni perché lavorare con così tanti coreografi, i quali hanno prodotto per me, come John Buttler in “Medea” oppure Glen Tetley in “Nocturne” al Festival di Spoleto sono stati fonte di notevole arricchimento culturale ed artistico oltre all’aver danzato con i più celebri ballerini, sia all’estero che in Italia, basti ricordare Bruhn, Gilpin, Babilée, Nureyev, Vassiliev, Baryshnikov, Bortoluzzi, Miskovitch, Dupont, Bujones, Cragun, Kronstam, Vu-An, Amodio, Fascilla ma anche Liepa, Ezralow, Bocca, Fournial, Iancu, Bolle, Murru e tanti altri.

Quanto è cambiata l’arte della danza dai suoi inizi ad oggi?
Mi è piaciuto recentemente vedere alla Scala, con emozione, “Petruska”, sono un po’ cresciuta grazie a questi titoli perciò trovo giustissimo riproporre tale tipo di revival sui grandi pezzi del Novecento. Tanto è vero che quando sono stata direttrice al Teatro dell’Opera di Roma abbiamo spaziato gran parte di quello che è il Novecento con tutti i Ballets Russes… sicuramente ho lasciato una bella eredità.

Il suo viaggio artistico è stato lungo ed affascinante e ancora oggi continua sui palcoscenici più importanti… è giusto, secondo lei, pensare che comunque sia ci si ritrovi sempre in “prima posizione”?
Sono molto orgogliosa di aver promosso e divulgato la danza ed il balletto e di aver dato tanto lavoro ai giovani. Ai tempi mi si diceva “non vogliamo Giselle, venga con tre o quattro coppie a fare la serata perché chi desideriamo è Lei”… il mio sogno era quello di portare quest’arte in tutti i teatri, nelle piazze, nei tendoni però avendo solo il meglio accanto a me. Con José Limon, per esempio, abbiamo fatto “The Moor’s Pavane” il grande balletto a quattro che in seguito ho danzato anche con l’American Ballet Theatre a New York oppure “After Riden” di John Butler su musica di Lee Hoiby l’ho ballato anche in un teatro tenda invitando molti ballerini tra cui Sally Wilson. Ricordo altre bellissime serate con Amedeo Amodio, James Urbain, Niels Khelet, Paolo Bortoluzzi… insomma desideravo anche coinvolgere i grandi nomi italiani per costruire un sodalizio e per risultare coesi al fine di creare una Compagnia… purtroppo questa cosa si è perduta ed è stato un vero peccato perché l’unione fa la forza, forse non è stato recepito bene il messaggio e allora ho dovuto chiamare altri danzatori da fuori Italia, ad esempio per un festival a Venezia invitai Mikhail Baryshkinov nella famosa “Serata a quattro” con la Kirkland e Bortoluzzi: c’era la gente arrampicata sui lampioni pur di vedere lo spettacolo. Ho fatto anche la “Pavane pour une infante défunte” con il grande ballerino spagnolo Antonio Gades su musica di Ravel. A Firenze abbiamo portato il “Pas de Quatre” sempre con Antonio Gades dove per tutta la variazione lui impersonava la parte che fu di Maria Taglioni… ci siamo permessi di fare cose straordinarie! Non ho avuto preferenze di partner, Baryshnikov, Nureyev ho lavorato tantissimo con entrambi e soprattutto con Rudy ma anche con Erick e Vassiliev… non posso dire che ho preferito uno all’altro perché sono state esperienze diverse e totalmente entusiasmanti.

Il sogno di dirigere una Compagnia Nazionale è sempre vivo in lei, soprattutto oggi che stanno chiudendo tutti i Corpi di Ballo degli Enti Lirici Italiani?
Gli anni passano, le persone cambiano e anche la gente si dimentica… l’importante adesso è il futuro dei giovani che hanno bisogno di imparare tantissimo, hanno bisogno dei maestri che sono necessari e fondamentali. Bisogna comprendere questo concetto che chi possiede un bagaglio di esperienze è giusto che lo trasmetta ai giovani. Peccato che abbiano smantellato diversi Corpi di Ballo, si è impoverito di molto il mondo culturale anche perché hanno sempre registrato grandi successi e non c’è una reale ragione nel sopprimerli. Reputo che in un teatro non sia il Corpo di Ballo che pesi sull’istituzione anche perché in seguito tramite le audizioni si possono poi dare vita alle grandi produzioni. Ho lavorato in tutti i teatri e la ricchezza italiana della danza ormai si riduce solo alla Scala, Roma, Napoli e Palermo! Firenze ha chiuso, Verona ha chiuso… Venezia non ha più compagnia e via via Trieste, Genova, Torino, Bologna sono spariti; parliamo comunque di città importanti. Era anche un modo di offrire lavoro ai giovani e di promuovere l’arte del balletto non solo al grande teatro d’élite: purtroppo il ministero ed il governo non sono così sensibili e per risparmiare tolgono la danza, trovo che tutto ciò sia veramente triste perché essa invece è ancora molto viva nella gente e nei più giovani, basti guardare all’affluenza nelle scuole private anche dei piccoli centri o paesi!

A suo avviso cos’è lo “stile accademico” e come preservarlo al meglio?
Devo dire che sono una donna fortunata, ho avuto il meglio sia in Italia che all’estero: da Cape Town a Cuba, dall’Australia agli Stati Uniti. All’“American Ballet Theatre” ho danzato per più di dieci anni accanto a Vassiliev, Baryshnikov, Nureyev e ad Erik Bruhn al quale mi inchino perché ha voluto coinvolgermi e propormi lui personalmente alla celebre istituzione al fine di avermi al suo fianco malgrado fossi ancora un’emerita sconosciuta in America. Vorrei poter lavorare con i giovani nel sensibilizzare le istituzioni per aiutare di più la danza, non è un fatto polemico ma è una realtà, come succede dappertutto dove le proposte nascono in modo naturale senza dover sempre chiedere: com’è stato per me naturale lavorare in palcoscenico, conoscere l’arte coreutica, capire cos’è il teatro che mi ha illuminata. Possedevo fin da bambina una spiccata musicalità ed è stata una fortuna ritrovarmi alla Scala in un mondo sconosciuto e poterlo scoprire passo dopo passo grazie ai professori, agli insegnanti e ai più grandi nomi che ho incontrato durante il mio percorso formativo in un continuo scambio culturale…

La danza non è solo un fatto tecnico ma è molto di più? Cervello, sentimento, pensiero… è d’accordo?
La danza è un’arte ed è creatività, ogni sera tutto ciò si manifesta mentre danzi pur nella ripetitività le emozioni cambiano anche sul piano musicale, il pubblico lo percepisce quando un artista viene coinvolto profondamente in quello che interpreta e non si accontenta mai di non approfondire il proprio ruolo. Penso che quando si ha in mano questa professione bisogna portarle rispetto perché sono scelte e non esistono sacrifici, se uno decide di continuare a fare teatro è anche per seguire il proprio istinto naturale…  recentemente sono stata in una compagnia molto giovane e queste esperienze aiutano anche nel quotidiano, se si fanno delle scelte poi bisogna condurle. A mio avviso la danza coinvolge mente, spirito e cuore!

Qual è il Suo consiglio per chi si accosta allo studio della danza e quanto è fondamentale la figura del maestro?
Quello che noi dobbiamo far capire è che abbiamo avuto, non solo io, un grande tesoro nel passato, dei grandi personaggi, e ho quasi un dovere di trasferirlo ai giovani perché la tecnica va di pari passo con l’espressività, sempre con un’anima e con un pensiero, non è che una cosa cancelli l’altra. Tante volte mi capita di assistere a degli spettacoli dove potrei mettere mano dando quei piccoli grandi consigli che appartengono alla “storia”: consigli di stile perché, ad esempio, l’esibizione di una bella gamba in certi balletti non risulta fondamentale quanto invece il trasporto musicale ed il sentimento, anche grazie all’aiuto dei tuoi compagni, che devi sempre coinvolgerli non isolandoti con atteggiamenti da star… è un lavoro che devi interiorizzare, amare e senza mai sentirsi così sicuri di sé: io non lo sono mai stata perché ho continuamente sviluppato una ricerca ed un lavoro anche sul mio fisico. Per cui so cosa sto dicendo nel voler trasmettere lo stile ai giovani, ad esempio le stesse timidezze che una ragazzina può avere, tu maestro a tua volta, devi possedere le capacità di condurla a vincerle: anche a me dicevano “chi credi di essere Margot Fonteyn?” è chiaro che l’invidia esiste in tutti i settori però la mia maestra Esmeé Bulnes diceva sempre “fate come la Fracci, le cose le entrano da un orecchio e le escono dall’altro”: per me era naturale non farmi coinvolgere dai pettegolezzi e dalle chiacchiere, ero la prima ad arrivare in sala e l’ultima ad uscire. Logicamente è stata una mia scelta e dopo aver avuto l’ispirazione, da ragazzina, nel vedere in scena Margot Fonteyn ho realmente capito cosa fosse la danza. Consiglio ai giovani che hanno intrapreso questo percorso di non tenersi nulla dentro, ma di esternarlo nell’essere generosi verso il pubblico cercando sempre di dare il massimo nell’interpretare il ruolo affidato.

 

Michele Olivieri
Foto: archivio
www.giornaledelladanza.com

 

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