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L’immortale “Giselle”, tra trionfi e scivoloni

L’immortale “Giselle”, tra trionfi e scivoloni

 

Un “classico” fuori dal Tempo, una celebrazione della “bella danza” immortale: queste le parole con cui meglio si potrebbe riassumere il balletto Giselle andato in scena lo scorso 7 marzo al Teatro Auditorium Manzoni di Bologna ad opera del Balletto dell’Opera Nazionale di Odessa.

Nonostante, infatti, l’impostazione vetusta e un po’ paludata dei ballerini – ad eccezione di tre dei protagonisti principali – l’atmosfera magica e sublime che il capolavoro ideato da Théophile Gautier ha conservato nel corso dei secoli è rimasta ancora intatta. Merito di ciò è certamente l’eccelsa preparazione tecnica che contraddistingue la “scuola” est europea, dall’impeccabilità e dal rigore incomparabili, ma non è del tutto sufficiente: la vera fiamma alimentatrice di Giselle, infatti, sta nella teatralità dei gesti, dei volti, delle interpretazioni, in quella “bacchetta magica” atta a trasformare la consueta vicenda di un amore impossibile nella storia di fedeltà e passione che si altalena tra il mortale e il sovrannaturale.

Sfortunatamente martedì sera questo quid espressivo non è riuscito appieno a sfondare la “quarta parete” del palcoscenico: i volti sembravano solo incorniciare maschere stereotipate e i movimenti danzati, seppur precisissimi, erano così eccessivamente marcati o mimati da suggerire un’immagine di assoluta finzione. Solo i personaggi di Giselle (Maria Polyudova), Albrecht (Vladimir Statnyy) e Myrtha (Alina Sharay) sono stati interpretati con un’enorme naturalezza, in particolar modo nel caso della protagonista principale, in grado di balzare dalla dolcezza infantile alla follia pura, al candore etereo e glaciale senza confondere le emozioni e senza mai sbavare in alcuna variazione.

Nondimeno il principe innamorato ha saputo padroneggiare l’intero palcoscenico con grazia e pulizia estrema dei movimenti, dimostrando a pieno titolo quanto il ruolo del ballerino protagonista non si conchiuda nel solo essere porteur, ruolo che, purtroppo, non è risultato di successo nel Pas de deux a Varankin Stanislav, particolarmente instabile nei tour en l’air e, in generale, nient’affatto leggiadro.

Un Atto I, dunque, corollato di alcune indifendibili “bucce di banana”, la cui colonna sonora – addirittura più acuta delle note di Adolphe Adam! – è stato il chiacchiericcio del corpo di ballo subito dopo aver varcato le quinte.

A fungere da sipario per l’inizio del II Atto, una nuvola di fumo di scena si dirada eccessivamente verso le prime file della platea, decisamente ben più infastidita dalle esalazioni che ipnotizzata dall’alone di mistero. Il regno delle Villi non dà il suo migliore dei benvenuti, ma la regina vi rimedia subito egregiamente: con un assolo virtuoso, intenso, austero e coinvolgente Alina Sharay è una matrona che non teme rivali, sicura nella presenza scenica e strepitosa nella costanza interpretativa.

Il corpo di ballo sembra emulare tale fierezza nel disegnare in palcoscenico una geometria di sequenze danzate dal sapore marziale, increspato soltanto dal tonfo delle scarpette da punta nelle promenade saltellate in arabesque.

Tutto questo incornicia il travaglio dei due protagonisti che, intrappolati in un limbo, non cessano di amarsi con languore e con veemenza, fino al culmine del sacrificio appassionato, grazie al quale il supplizio di entrambi viene arrestato: quello di lui verso la morte, quello di lei verso la vita. E così il candido tutù della giovane si dissolve tra le quinte corvine, mentre una scia di fiori purissimi accompagna l’ultimo saluto di Albrecht verso la tomba che cita la sua amata.

 

Marco Argentina

Balletto dell’Opera Nazionale di Odessa / Giselle © Simi Andrea

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