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Dialogo tra corpo e musica: intervista a Maria Laura Baccarini

Maria Laura Baccarini

Maria Laura Baccarini comincia la sua carriera nel teatro musicale, interpretando, nel corso degli anni, i ruoli più importanti del repertorio dei grandi classici americani: Sally Bowles in “Cabaret”, Cassie in “A Chorus Line”, Anita in “West Side Story”, poi ancora spettacoli come “Gigi”, “Stanno Suonando la nostra canzone” (regia di Gigi Proietti), “Promises Promises” e infine il ruolo di Roxie Hart in “Chicago”. Il suo percorso cambia nel 2004, in Francia, grazie al suo incontro con il violinista compositore Régis Huby nel progetto “Nuit Americaine” (un omaggio alla musica americana del ventesimo secolo) accanto alla star francese Lambert Wilson. La collaborazione con Régis Huby darà luogo ai primi due progetti discografici: “All Around” (composizioni musicali Régis Huby – libretto Yann Apperry) e “Furrow” (a Cole Porter Tribute) sempre con direzione musicale e arrangiamenti di Régis Huby (Abalone Productions). Lo scrittore francese, Yann Apperry, è l’altro grande complice del nuovo percorso artistico di Maria Laura che con lui collabora in varie sperimentazioni, musicali e letterarie, come “Terra Vagans” (musica di Claude Barthélemy), “La foire aux chansons” (musica di Régis Huby), “Calvinologie” (musica di Massimo Nunzi) registrate per France Culture (Radio France). Maria Laura fa anche parte del progetto: “Poète… vos papier!” canzoni tratte dalla famosa raccolta di poesie di Léo Ferré, con arrangiamenti e composizioni originali di Yves Rousseau. In Italia continua parallelamente il suo cammino che la vede nel ruolo di Feste il Buffone ne “La dodicesima notte” con la regia di Armando Pugliese, come anche in numerosi concerti a fianco di Riccardo Biseo, “Somewhere” e “Concerto per un poeta”, di cui Biseo è anche autore insieme a Giorgio Calabrese. Recitals come “I have a Dream” (i grandi discorsi della storia) e “Ascolta il canto del Vento” (il destino degli Indiani d’America), e anche “Il letto ovale” accanto a Maurizio Micheli. Una nuova creazione in Francia, “Whaiting for the Night to Smile”, è frutto del suo amore per Stephen Sondheim. Due pianoforti, quelli di Stéphan Oliva e Bruno Angelini, e due voci, Maria Laura Baccarini e Stephy Haïk. “Gaber, io e le cose” la vede in duo con Régis Huby al violino. Lo straordinario repertorio di Gaber-Luporini, rivissuto con grande originalità e intensità che gli ha permesso di superare la soglia di ogni barriera linguistica dalla Francia al nord Europa. Cd uscito nel dicembre 2015 sempre sotto l’egida di Abalone Productions.

Gentile Maria Laura, piacere di ritrovarti a nome del grande pubblico italiano. Provieni da una famiglia di artisti, la passione per il mondo dello spettacolo è stata una conseguenza dell’ambiente in cui sei cresciuta oppure una passione nata fin da piccola per tua esigenza?
Nella mia famiglia tutti hanno lavorato nel mondo dello spettacolo… Ho respirato un’aria particolare, avevo una nonna speciale, Laura Carli, che simboleggiava la libertà, l’indipendenza, l’avventura… mi raccontava la sua vita, le sue tournée, come un romanzo che si legge vicino al caminetto ad alta voce, nelle serate d’inverno. Ricordo i suoi amici attori, con le vocione impostate che giocavano con me, e che catalizzavano la mia attenzione. Ricordo anche i turni di doppiaggio con il mio papà quando ero piccina, e la magia delle parole e delle immagini. Eppure all’inizio è stato lo sport il mio grande amore. La ginnastica è però, a onor del vero, uno sport pieno di creatività, e a suo modo una forma d’arte.

Infatti sei stata ginnasta nella squadra nazionale italiana. Cosa ti affascinava di questa disciplina e quali erano le maggiori difficoltà tecniche, fisiche e di rigore?
Mi affascinavano l’armonia, la creazione artistica, il rapporto profondo con la musica… riuscire a portare il proprio corpo al di là della normale percezione di se… ho cominciato con la ginnastica artistica e la sensazione del volo, del controllo del proprio corpo era esaltante; poi più tardi sono passata alla ginnastica ritmica, un vero dialogo fra corpo e musica, l’espressività che si congiunge ad un’esigenza altissima di coordinazione e di tecnica. La disciplina, il rigore che ho poi dovuto affrontare nella mia avventura con la squadra nazionale, mi ha insegnato le basi fondamentali dell’essere professionista: ancora oggi traggo vantaggio da quello che ho imparato in quegli anni!

Raccontaci poi il tuo percorso artistico. A che età hai iniziato con la danza, dove hai studiato e con quali maestri?
La mia danza è cominciata con lo sport, la preparazione della ginnastica ritmica era molto simile a quella dei danzatori, con qualche differenza naturalmente. L’allenatrice, Daniela delle Chiaie, ricordo che usava con me un metodo particolare per montare gli esercizi, che poi erano vere e proprie coreografie. Mi lasciava ascoltare la musica più volte e poi mi faceva improvvisare a corpo libero, dopodiché aggiungevamo gli attrezzi (palla o cerchio, nastro, clavette, funicella); non usava lo stesso metodo con tutte. Forse era capace di intuire quando una ginnasta aveva un suo mondo creativo e lo lasciava esprimere. Dallo stesso gruppo è nata la meravigliosa Giulia Staccioli che poi è diventata coreografa e creatrice di bellissimi progetti. L’improvvisazione era il mio linguaggio naturale… non mi ha mai abbandonato. Continua ad essere la mia “casa”…

Qual è il sacrificio più grande che richiede la danza ma in generale scegliere la carriera artistica dato che tu sei stata anche attrice, cantante, doppiatrice, showgirl?
Non amo definire le fatiche come sacrifici. Sono convinta che sia una grande fortuna amare davvero il proprio lavoro. Amare questo mestiere vuol dire tante cose: coltivare una grande passione, approfondire, scoprire chi siamo, creare, condividere emozioni profonde, a volte persino esaltanti con i propri colleghi e con il pubblico che assiste a ciò che facciamo. Il rovescio della medaglia sta nella precarietà, nell’eterna messa in discussione a cui noi artisti siamo sottoposti… ma lo sappiamo fin dall’inizio, e personalmente non rimpiango nessun momento di dolore, di fatica, di delusione… fa tutto parte del nostro cammino, ed è sacrosanto passarci attraverso e arricchirsene per diventare “artisti migliori.”

Quali consigli possiamo dare ai giovani che sognano fortuna nel mondo dello spettacolo, i quali sono veramente tanti?
Ogni carriera ha una storia diversa… come si fa a dare consigli quando ci troviamo tutti di fronte a un mondo che cambia le sue regole e i suoi parametri da un giorno all’altro? Troppe cose sono cambiate da quando ho iniziato il mio percorso. Oggi, la più grande difficoltà che hanno i giovani credo sia la concentrazione. Perché siamo tutti perennemente connessi con una realtà altrove, con gli smart-phone che ci danno accesso a tutto in un attimo. Trovo che il teatro sia una bellissima opportunità per i giovani, di ritrovare il corpo dell’altro, gli occhi che si guardano, i sensi, la realtà fisica, contro quella virtuale con cui fanno costantemente i conti. Penso sia interessante sviluppare un proprio linguaggio, prendere la parola… piuttosto che divenire piccoli automi in un sistema che banalizza il nostro mestiere e non da niente di interessante al pubblico.

Qual è stato il momento decisivo nella tua carriera, quello della svolta?
Facendo un rapido calcolo, mi rendo conto che ho cominciato a fare questo mestiere più di 30 anni fa. Senza contare l’attività sportiva che li ha preceduti, e che per me è stata già un’esperienza professionale a tutti gli effetti. È come se avessi vissuto tante vite, tutte importanti, nel bene e nel male. A cominciare da un’intensa e breve parentesi televisiva che mi ha fatto capire tutto quello che “non” volevo fare. Poi un po’ di doppiaggio… una breve ma importante esperienza. Poi il teatro, la mia vera casa, la lunga avventura dei musical durata tanti anni che mi ha permesso di esplorare personaggi meravigliosi del grande repertorio americano del XX secolo, ho recitato in inglese in giro per l’Europa e ho vissuto emozioni esaltanti. Ho avuto problemi di salute, proprio col mio strumento più importante: la voce. Eppure quel dolore e la paura di non poter più cantare hanno arricchito il mio percorso e stimolato le risorse dell’“interprete” che ritrovo ancora oggi tanto preziose. E poi dopo quindici anni di avventure e di personaggi da incarnare è arrivato il bisogno di un nuovo percorso più indipendente e creativo, un’ennesima svolta, se vogliamo chiamarla così, in cui rimettere tutto in discussione, cercando la mia identità vera e mettendo in gioco parti più intime e profonde del mio essere.

Vivi in Francia, cosa ti piace di questo paese e qual è il fermento artistico che si respira e che lo differenzia da sempre in ambito culturale?
In Francia vivo stabilmente ormai da dodici anni, e in Italia ho solo mia madre e tanti cari amici, ma non ho più una casa… L’esplorazione della Francia è nata inizialmente da un bisogno di cambiare direzione. Quando ho chiuso un ciclo importante. Dopo il musical “Chicago”, bellissimo spettacolo, molto raffinato e che in Italia ha resistito appena tre mesi, ho sentito che era arrivato il momento di cercare altre strade. Il mio rapporto con la musica stava cambiando e gli incontri che ho fatto in questo paese sono stati decisivi. La Francia è un paese interessante. La parola “cultura” non fa paura, e gode ancora della propria aura di nobiltà. E così quello che in Italia viene definito, con un po’ di tenerezza, un pubblico di nicchia, in Francia è un pubblico assai consistente, esigente che popola abbondantemente le sale teatrali… Ad ogni modo, a Parigi ho incontrato artisti che hanno fortemente influenzato e alimentato la mia sete di cambiamento e la mia ricerca di identità personale. Primo fra tutti Régis Huby, straordinario violinista, compositore, artista di grande apertura e forte personalità. Con lui è cominciata una lunga collaborazione artistica… a questo aggiungo l’amore che ci unisce, che è la cosa più bella e preziosa che io abbia mai ricevuto dalla vita! Altro grande complice è Yann Apperry, scrittore franco-americano di immenso e versatile talento, con il quale collaboro in numerose creazioni. La famiglia di musicisti che popolano il mondo del jazz contemporaneo francese, è ricca di linguaggi nuovi, aperta a tante contaminazioni… insomma il mio rapporto con la musica è profondamente cambiato grazie al mio trasferimento oltralpe.

Mentre con Roma, la tua città natìa, quale rapporto nutri?
Come si fa a non amare Roma? E come si fa a non odiarla? Vivo nel conflitto perenne fra amore e rabbia… non entro in merito, penso che qualsiasi romano sappia di cosa parlo!

Quanto è affascinante e dove sta la difficoltà nel dare voce ad altri interpreti tramite il doppiaggio?
Il doppiaggio era il mestiere del mio papà. Ho respirato la vecchia scuola, anche se ne ho fatto poco… e ho assistito a quei miracoli di tecnica e fantasia di cui erano capaci i grandi doppiatori di una volta… o alla geniale follia di Fellini che in doppiaggio ricreava un mondo pieno di poesia anche in quelle storie parallele, quelle voci in secondo piano, che nei suoi film creano l’inspiegabile magia onirica di cui non riusciamo a decifrare la natura. Era un altro mondo, si viveva nel lusso del “tempo” necessario per fare le cose bene e con calma. Oggi si corre… come in ogni settore… la fretta non è mai benefica nei risultati. Ma i doppiatori italiani restano i migliori del mondo!

Poi è arrivato il teatro al fianco di grandi attori tra cui Calindri, Feldman, Barzizza ed il musical con tante produzioni di successo… Come ti sei accostata ad un ruolo così completo, come quello della commedia musicale, e come condensare l’emozione del palcoscenico, delle tournée, degli applausi, del pubblico…
Nel teatro musicale ho lavorato per una quindicina d’anni, cominciando da “A Chorus Line” nel Novanta, passando da “Cabaret”, “West Side Story”… con “Gigi” incontrai Calindri che, piccolo dettaglio, nella sua lunga carriera ha lavorato con tre generazioni della mia famiglia: mia nonna, mio padre e me. Purtroppo vediamo di rado i grandi della prosa affrontare la commedia musicale: Calindri, Liliana Feldman e Isa Barzizza dimostrarono quanto fosse efficace l’incontro fra questi due mondi… dopo “Gigi” tante altre belle esperienze, con la regia di Proietti “Stanno suonando la nostra canzone”, e poi “Promesse Promesse” e “Chicago”. Mi sono avventurata in compagnie straniere dove ho recitato in inglese (Anita in “WSS” e Cassie in “A Chorus Line”)… sono stati anni molto felici, intensi, ho imparato tanto!

Oggi frequenti ancora il mondo della danza o l’hai abbandonato?
Il corpo resta il mio primo strumento di espressione, la mia radice profonda. Oggi ho un rapporto diverso con il movimento e quello che mi interessa è scoprire cosa potrò esprimere di nuovo con la maturità. Ho in programma degli esperimenti di performance di improvvisazione che porteranno poi ad un progetto finale più strutturato.

Un’altra tua grande passione è il canto. Parlaci della tua carriera, oggi…
Cantare senza nascondersi dietro un personaggio da interpretare, è stato il primo grande passo… sembra un dettaglio, ma è stato un vero esercizio spirituale: trovare la propria voce è avvicinarsi al mistero che nascondiamo nel profondo di noi stessi, la nostra vera natura. Dopo tanti anni di commedia musicale ho sentito il bisogno di sviluppare un rapporto diverso con la musica… più esigente, complesso ed anche più libero e creativo. Con Régis Huby sono nati tre progetti discografici: il primo “All Around” è una suite, da lui composta, in 9 movimenti di straordinaria originalità. Libretto scritto da Yann Apperry. Il secondo progetto “Furrow”, una rivisitazione molto moderna del magnifico repertorio di Cole Porter. E infine il mio progetto del cuore: “Gaber, io e le cose” un duo violino/voce dove insieme a Régis interpreto il repertorio DOC di Gaber-Luporini, scelto con grande amore. Cantare nella mia lingua testi così ricchi di spessore, umanità, intelligenza, amore, collera, lucidità, è un’esperienza che mi ha fatto crescere come artista ma soprattutto come essere umano. Continuo a girare tra la Francia e il nord Europa, e in primavera saremo nuovamente a Milano al Piccolo Teatro dove Gaber ha cominciato la sua carriera teatrale. Poi ultimamente con l’ONJ (Orchestre Nationale de Jazz) diretta da Olivier Benoit, sono stata invitata come interprete in un progetto dedicato a Oslo… il disco uscirà in aprile.

Hai ancora qualche sogno nel cassetto, a livello artistico, da realizzare?
Sì, ne ho tanti… scrivere i miei testi, esplorare linguaggi teatrali più liberi.

So che ami molto la lettura, quali generi preferisci e secondo te cosa non dovrebbe mai mancare in una biblioteca di tutto rispetto?
Duras è stata il mio primo grande amore e proprio su di lei avevo un sogno nel cassetto che non ho mai osato realizzare. “Orlando”, “Il Maestro e Margherita” due libri speciali nella mia giovinezza. Adoro Dostoïesvski, Kundera, Pessoa… la lista sarebbe tanto lunga!

Guardi la televisione?
Film, serie televisive di ogni genere, che ormai sono di qualità eccelsa, documentari e poi canali di informazione internazionali. Il resto non mi interessa molto.

E del cinema cosa ti attrae?
Dico banalmente, la magia della sala buia, del grande schermo, del tempo che si ferma, l’immersione totale… del cinema sono una spettatrice bambina.

Tra i luoghi e paesi visitati per lavoro quale ti è rimasto nel cuore?
New York per la sua energia esaltante, la Francia e Parigi per la raffinatezza e per l’apertura culturale, la Sicilia per la sconfinata bellezza, la sua storia, il Nord Europa per la generosità e sensibilità della sua gente e la luce magica dei suoi cieli…

Mentre tra i tanti bellissimi teatri italiani, a volte piccoli gioielli poco conosciuti quale ti ha affascinata in particolar modo?
Sono troppi!!!! Ma certo la visione del Petruzzelli di Bari nei lontani anni Novanta fu assai fulminante…

Se potessi trascorrere una giornata nei panni di un’eroina della Storia a chi ti rifaresti?
Mi accontento di Elisabetta I d’Inghilterra…

Come è giusto che sia, hai avuto una evoluzione con il trascorrere del tempo, cosa ti manca per sentirti completamente realizzata?
Oggi manca lo spazio, il luogo dove il nostro mestiere sia rispettato come funzione importante nella società… il mio bisogno non è personale: è un bisogno di “categoria”!

Come si riconosce un talento?
Dalla presenza fisica e intellettuale. Quando qualcuno riesce a farsi ascoltare senza bisogno di tanta “messa in scena”… quando sa occupare lo spazio scenico con il “senso”… quando attraverso i suoi occhi, la sua voce, riusciamo a vedere quello che immagina, che ci racconta, quello che vede.

Adori Bob Fosse tanto che gli hai dedicato uno Stage qualche anno fa a Roma. Qual è stato l’ingrediente che lo ha reso unico e sempre attuale?
La sua era una visione estetica completa: regista, coreografo, ideatore delle sue creazioni. Amava le donne, e ne ha saputo valorizzare la bellezza, la sensualità mai volgare, l’ironia, l’intelligenza, l’intuito, il fascino, la grazia, la complessità. Il film “All that Jazz”: un capolavoro!

A chi guardi con interesse nel panorama odierno della musica e del teatro? Chi sono i tuoi autori preferiti?
Del teatro mi interesserebbe sperimentare un po’ di drammaturgia contemporanea… e creazioni originali. Sento il bisogno di condividere avventure nuove con compagni di viaggio creativi e coraggiosi. Nella musica ho un mito, un personaggio che rappresenta l’artista assoluta: curiosa, innovativa, ha creato un universo ricco di poesia e di arte in costante divenire… è Joni Mitchell.

Mi hai anticipato che presto ci sarà un progetto nel quale il corpo sarà nuovamente elemento centrale, possiamo parlarne in anteprima?
Come ho già accennato prima, comincerò a sperimentare il corpo come narratore, io che fin’ora ho messo al centro del mio linguaggio la parola e la voce. Ho un’idea ancora non precisa… forse mi ispirerò ad una drammaturgia esistente ma ne rielaborerò comunque la forma in modo estremamente personale. Ho bisogno di dedicare a questo studio un po’ di tempo e non sarà prima dell’estate.

Per concludere, cara Maria Laura, lo “spettacolo” in senso lato come ti ha arricchita umanamente?
Il mio lavoro è grande passione. Gli anni mi hanno insegnato quanto sia bello avere uno strumento per comunicare con la parte irrazionale dell’essere umano, come anche con la sua intelligenza ed il suo cuore. Ho arricchito il mio essere donna… Ho imparato a trasmettere la mia passione ad altri giovani che sognano di fare questo mestiere… nell’insegnamento ho imparato così tante cose sull’essere umano e la sua bellezza e le sue meravigliose fragilità che ne scoprono il centro più prezioso e unico. Insomma… la vita è una meravigliosa complessa avventura e io non smetto di stupirmene!

 

Michele Olivieri
Foto: Jérôme Prébois
www.giornaledelladanza.com

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