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Emozioni allo stato puro: intervista a Caterina Mantovani

Caterina Mantovani

Caterina Mantovani è nata a Torino, comincia i suoi studi di danza presso la scuola del Teatro Nuovo di Torino, sotto la direzione artistica di Loredana Furno prima e di Marika Besobrasova poi. All’età di 15 anni si trasferisce a Stoccarda per frequentare una delle scuole più importanti al mondo: la “John Cranko Schule”, dove si diploma nel 1990. Seguono ingaggi annuali al Teatro dell’Opera di Saarbrueken, di Hannover, di Praga, di Brno, di Graz e al Teatro dell’Opera di Lipsia sotto la direzione di Uwe Scholz. Interpreta ruoli solistici sia nel repertorio classico che in quello contemporaneo. Nel 1994 è assunta alla Scuola del Balletto del Teatro dell’Opera di Graz come docente per il livello elementare ed intermedio. Docente di danza classica presso il “Teatro Nuovo”, maitre della compagnia “Egri Bianco” nell’attività didattica per la Fondazione Susanna Egri durante i corsi principianti, intermedi, avanzati e professionali. Dal settembre 2014 è docente presso la Scuola di Balletto dell’Opera di Vienna.

Gentile signora Mantovani, iniziamo la nostra conversazione con un ricordo sulla sua formazione. A quanti anni ha cominciato a danzare e come ha scoperto il fuoco sacro per la danza?
La mia formazione è cominciata a Torino presso il Teatro Nuovo verso i sette anni. È stato grazie, soprattutto, alla mia prima insegnante di danza classica, Daniela Chianini, che ho scoperto questa disciplina. Solo successivamente intorno ai tredici anni, è diventata una passione.

Quali sono i maggiori ricordi al Teatro Nuovo di Torino?
Ho molti ricordi di quegli anni. Soprattutto dei tanti ragazzi che come me frequentavano le lezioni di classico ma non solo, vedevo anche altri alunni che andavano alle classi di contemporaneo, jazz, carattere, repertorio… È stata un’esperienza che mi ha aperto e spinto ad essere più curiosa verso alle altre discipline. Atri ricordi importanti sono invece legati ai saggi con i costumi e l’emozione di essere su un palcoscenico. Non per ultimo (più avanti nella mia formazione), la possibilità di sostenere a Montecarlo, presso l’Accademia di Marika Besobrasova, gli esami di fine anno confrontandomi così con altri coetanei che arrivavano da tutto il mondo.

Un pensiero artistico ed umano per la sua direttrice, di allora, Loredana Furno?
Della Direzione della Signora Loredana Furno non ho tanti ricordi in quanto ero ancora abbastanza giovane, ma in memoria mi sono rimasti sicuramente il rigore e la professionalità.

Parlando invece della straordinaria maestra Marika Besobrasova, quali sono stati i maggiori insegnamenti, consigli e soprattutto quanto è stato fondamentale nella sua carriera artistica l’aver studiato accanto a lei?
La mia solida base di studio la devo sicuramente alla scuola e alla Maestra Marika Besobrasova. La professionalità, la precisione, la musicalità, il rigore, l’estetica della danza classica e molto altro ancora.

Ancora giovane si trasferisce a Stoccarda, cosa conserva di quel periodo? E soprattutto mi racconti come si svolgevano le giornate alla John Cranko Schule, come erano organizzati i corsi e le lezioni, chi erano i docenti?
È stato per me un periodo fondamentale nella mia formazione. Tre anni di scoperte e conferme allo stesso tempo. Il quotidiano condiviso con altre ragazze che come me amavano l’arte della danza classica e non solo. Scoprendo che questa ormai passione sarebbe stata il nostro futuro. Sono entrata alla “John Cranko Schule” nel 1987 sotto la direzione di Heinz Klaus. Le nostre giornate cominciavano alle otto di mattina per finire verso le cinque del pomeriggio, esauste. La giornata iniziava con classico, dopo di che lezione di punte, repertorio, pas de deux, carattere, moderno, flamenco, mimica, jazz, trucco e nel pomeriggio seguivano tutte le materie teoriche come storia della danza, musica, anatomia, storia, tedesco e sicuramente ne avrò dimenticate alcune. La mia docente di classico in tutti i tre anni della mia permanenza è stata Rodica Simion, una bravissima insegnante di origini rumene.

Quando e come è salita in palcoscenico la prima volta da allieva e poi invece da professionista?
Da allieva certamente in un saggio nei miei primi anni al Teatro Nuovo, invece da professionista a Saarbrücken nel “Lago dei cigni”.

Del giorno del diploma qual è l’emozione ancora più viva?
Un misto di orgoglio e paura, per esserci riuscita ma allo stesso tempo la consapevolezza che adesso sarebbe cominciata la vera professione nella vera vita. Un’altra emozione di sicuro presente fu la tristezza, tristezza di dover lasciare i miei compagni, ma soprattutto i miei amici di quei meravigliosi tre anni.

Tra i tanti incontri avvenuti nella sua carriera a chi va la sua gratitudine particolare?
Non riesco a dare il merito o a collocare una persona o un teatro in preciso, penso che tutti siano riusciti a donarmi qualcosa di importante per la mia carriera e la mia crescita.

Com’è stato lavorare con il maestro Uwe Scholz, intellettuale, colto, raffinato, essenziale nelle sue linee…
Esattamente come l’ha descritto lei, in più una musicalità fuori dalla norma, usando durante le prove gli spartiti dell’orchestra e del coro. Era anche eccezionale nel muovere il corpo di ballo in maniera geometrica e matematica, nella suddivisione degli spazi sul palcoscenico. Persona particolarmente sensibile che ha dedicato tutta la sua vita all’arte della danza. Sono stata molto fortunata a conoscerlo, un onore.

Secondo la sua esperienza c’è un filo sottile che lega la danza classica a quella contemporanea? Sono due linguaggi i quali possono comunicare tra loro?
Assolutamente sì, è una ricerca, sia tecnica che estetica. Sono due forme di espressione in cui una persona si può (ma non deve necessariamente), riconoscere. Proprio come un linguaggio. Certo che comunicano tra di loro ma soprattutto sono anche complementari.

Com’è poi arrivata a Graz alla Scuola del Balletto dell’Opera? Mi racconti questa realtà per tutti coloro che non la conoscono?
Lavoravo lì come Solista e mi è stato chiesto di sostituire un’insegnante, da lì ho iniziato il mio percorso da insegnante. È una scuola all’interno del Teatro dell’Opera, la direttrice è ancora Diana Ungureanu, mia grande amica, che è stata prima ballerina a Graz per decenni. È una scuola che si occupa di una formazione più che altro classica.

Qual è l’aspetto che la gratifica maggiormente nel ruolo di docente?
Spero di riuscire a comunicare che oltre all’insegnamento della tecnica (che è fondamentale), c’è la meraviglia di poter fare vivere il proprio talento e la propria passione, che non è semplice.

Ha lavorato anche per la compagnia Egri Bianco, un’ottima realtà italiana, qual è il loro punto di forza?
Il loro punto di forza è indubbiamente la Signora Susanna Egri che crede nel suo lavoro e ci investe, come ha fatto del resto tutta la sua vita, nonostante le difficoltà che ci sono in Italia. Raphael Bianco è uno dei coreografi italiani più interessanti del momento.

Nel 2014 è arrivata la grande svolta con la chiamata a docente alla Scuola dell’Opera di Vienna, sicuramente una delle realtà accademiche più rinomate e prestigiose a livello internazionale. Qual è stato il primo impatto e cosa rende esclusivo quel luogo magico per chi ama il balletto?
La prima impressione è stata quella di essere tornata a Stoccarda. Ho trovato uno staff insegnanti concentrati su un unico obiettivo, gli allievi. Penso che in Accademie come quella di Vienna si è uniti dalla stessa passione, la danza.

Come si trova a Vienna? Città ricca di fermento culturale e con un occhio di riguardo al mondo teatrale ed artistico…
Vienna è una capitale in molti aspetti e si sente anche nella quotidianità. Decisamente multietnica con tutto ciò che comporta. Mostre, musei, storia, spettacoli e teatri sempre pieni. Si può fare un salto nel passato e contemporaneamente essere proiettati verso il futuro. Il livello è molto alto perché credono nella Cultura sia come investimento economico che come arricchimento spirituale.

Tra tutti i ruoli interpretati in qualità di solista e prima ballerina a quale si sente più legata?
Se potessi scegliere sicuramente andrei sulle coreografie di Uwe Scholz.

Qual è stato lo spettacolo che ha segnato il passaggio da ballerina a maestra di danza?
Non c’è stato un balletto in particolare anche perché ho cominciato a insegnare quando ancora ballavo.

Quando ha capito e deciso di smettere di danzare?
Smettere è stata una decisione quasi naturale, non ho sofferto più di tanto. Nasceva la mia prima figlia ed era il momento giusto di lasciare per dedicarmi non solo più a me stessa.

Sono sempre state tutte esperienze positive o se potesse tornare indietro non rifarebbe qualcosa?
Sono state fin dall’inizio esperienze di arricchimento e successivamente fasi di vita più che positive. Sono stata sempre assai fortunata nei miei incontri e nelle mie scelte. Rifarei tutto? Assolutamente sì. Gli errori si fanno ma c’è sempre un perché.

Con quale spettacolo e in quale occasione ha dato l’addio alle scene?
Non lego il mio ricordo ad un particolare spettacolo forse perché non ho mai avuto la sensazione di un addio. In fondo faccio lo stesso mestiere, solo in un altro aspetto.

Le manca il palcoscenico in qualità di danzatrice?
Sono molto concentrata sul mio lavoro e non ho tempo di pensare a me come danzatrice, ma effettivamente quando vado a vedere uno spettacolo che mi prende in maniera particolare allora mi rendo conto di quanto fosse bello essere in scena.

Durante le audizioni o comunque incontrando i nuovi allievi a Vienna, quale tipo di futuro ballerino/a La colpisce in particolar modo non solo sotto il profilo tecnico?
Prima di tutto incontrare dei talenti è già una fortuna e un piacere non indifferente e poi conoscendoli mi piace sempre vedere l’entusiasmo e la grinta che in questo lavoro non sono mai abbastanza.

Come si riconosce un buon maestro di danza e anche una valida Scuola o Accademia?
Il buon maestro secondo me deve saper dare tanto e non tenersi niente per sé, cercando di far capire ai futuri ballerini che la danza non finisce nella tecnica ma comincia da lì per diventare poi un arte.

A suo avviso qual è la sostanziale differenza tra la danza in Italia e all’estero?
Ho lavorato solo all’estero (come ballerina). La differenza che vedo è che all’estero la danza è conosciuta e riconosciuta come arte e mestiere, mentre in Italia comincia ad essere conosciuta ma non sicuramente né come arte né tanto meno come mestiere.

A tal proposito, tra tutti i teatri europei in cui ha danzato dove ha percepito maggior entusiasmo, calore e competenza da parte del pubblico?
Ovunque io abbia ballato ho sempre incontrato un pubblico molto attento e rispettoso. Il Teatro è un luogo speciale dove si può pensare, ascoltare, vedere, sognare ed astrarsi per un paio di ore dalla quotidianità, uscendone con nuove sensazioni.

La direttrice della Scuola di Vienna è Simona Noja, quali sono le sue linee guida all’interno dell’Accademia e cosa stima particolarmente del suo lavoro?
Simona Noja è un’ottima direttrice c’è sempre ed è disponibile per tutti. La formazione a cui lei tiene riguarda ogni aspetto, dai tecnici (in ogni materia), alla cura dello studente in ogni sua sfumatura. Il corpo insegnanti che ho trovato a Vienna è molto coeso, cosa che dipende sicuramente dalla direzione. Corretta, affidabile, molto chiara nelle sue richieste, positiva, insomma una vera professionista.

Mentre del direttore del Corpo di ballo, già splendido étoile Manuel Legris?
Manuel Legris non lo vedo spesso, perché è impegnatissimo con la Compagnia, ma è un instancabile lavoratore. So che da quando ci sono, la signora Noja e il Signor Legris anche l’Accademia ha un livello più alto. Di Manuel Legris apprezzo anche molto il suo lavoro di coreografo.

A Vienna c’è anche la mia carissima amica Bella Ratchinskaja, avete modo di incontrarvi artisticamente e relazionarvi?
Certamente Bella la vedo, siamo nello stesso camerino quindi ci incontriamo sempre. È un’ottima collega ed ha un sapere infinito. Anche lei instancabile lavoratrice.

Domanda sempre difficile ma forse inevitabile… nel voler consigliare i giovani che desiderano seguire l’arte della danza qual è l’incitamento e l’aiuto maggiore affinché affrontino il percorso tersicoreo nel migliore dei modi?
L’inizio del loro percorso è fondamentale, devono incontrare dei veri ma soprattutto bravi insegnanti per aver delle ottime basi, dopo di che avere il coraggio e la forza di sacrificare degli aspetti per continuare nella propria passione. Il talento non basta bisogna essere tenaci, curiosi e costanti.

La danza classica è sempre stata vista come un’arte per l’élite. Cosa ne pensa a riguardo?
Non penso proprio che la danza classica sia un’arte solo per un’élite. È chiaro che per farla da professionista c’è bisogno di tante cose che non tutti hanno, come qualsiasi lavoro fatto in maniera seria e professionale. I giovani però all’inizio la devono affrontare come qualsiasi altra attività e poi il seguito si vedrà.

Crede che partecipare ai Concorsi di danza sia un buon inizio per la carriera di danzatore professionista?
Dipende dai concorsi. Sicuramente la preparazione ad un concorso è molto importante e si ha una crescita sia tecnica che mentale. Il concorso in se è un momento di confronto e di vetrina per cominciare o continuare la propria carriera.

Lei quale metodo di danza classica ha seguito?
Ho cominciato al teatro Nuovo con il metodo Besobrasova per poi continuare con Vaganova.

Qual è l’arte che ama maggiormente dopo la danza?
La musica e l’arte figurativa.

In conclusione, un Suo pensiero sulla nobile arte della Danza?
Personalmente è un’arte che mi ha fatto vivere una vita piena di momenti unici, irripetibili emozioni allo stato puro che continuo a provare ogni giorno e che spero anche di poter trasmettere ai miei allievi di tutto il mondo.

Michele Olivieri
Foto: archivio
www.giornaledelladanza.com

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