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Il dono dell’arte: intervista a Jacopo Bellussi

Jacopo Bellussi

Jacopo Bellussi è nato a Genova. Ha studiato all’Accademia Teatro alla Scala di Milano e al Royal Ballet School di Londra, istituzione in cui si è brillantemente diplomato. Tra gli insegnanti di spicco ha avuto Maria Luisa Capiferri, Valentina Massa, Gailene Stock, Jay Jolley, Kathryn Wade, Gary Norman. Ha fatto parte del “Bayerisches Staatsballett” di Monaco, dopo aver conseguito il Diploma. Attualmente è Solista presso il Corpo di Ballo dell’“Hamburg Ballet” diretto da John Neumeier. Ha danzato nelle creazioni “Tatiana”, “Duse”, “Yes we Could”, “Romeo e Giulietta”, “Vivaldi o quello che volete”, “Othello”, “Terza Sinfonia di Mahler”, “Giselle”, “Nijinsky”, “La passione di Matteo” e in “The Song of the Earth” È stato incoronato come miglior ballerino italiano all’estero da “Danza&Danza”.

Gentile Jacopo, cosa rende speciale il corpo di ballo dell’Hamburg Ballett?
Sicuramente il fatto che oltre ad essere un organico diretto da un coreografo vivente e cioè che continua a creare nuovi balletti, è anche una compagnia supportata da un vasto repertorio e con un corpo di ballo assai versatile, in grado di interpretare sia i balletti più moderni firmati da Neumeier che quelli puramente classici.

A proposito di John Neumeier, quali sono i maggiori insegnamenti ricevuti da lui e in veste di direttore quali ritieni siano i suoi punti di forza vincenti?
John è un coreografo ed un direttore davvero molto esigente, che si spende tantissimo per i suoi ballerini ma che allo stesso tempo richiede sempre il 100% di impegno e di dedizione durante tutte le prove e le creazioni con la Compagnia! L’interessante e il bello di lavorare con lui è lo stimolo che ti dona nel trovare in te stesso aspetti che non sapevi di possedere e al contempo di metterli a disposizione del ruolo danzato. La sua abilità nel creare ruoli e personaggi, così veri e unici, porta un artista a maturare profondamente.

Nel 2015 hai danzato accanto a Emilie Mazoń in “Romeo e Giulietta”. Come ti sei accostato al personaggio emotivamente e quali sono state le maggiori difficoltà tecniche ed interpretative?
Ballare il ruolo di Romeo e stato fino ad ora il momento più bello ed emozionante della mia carriera soprattutto essendo accanto a una Giulietta che come me esordiva nel ruolo, abbiamo potuto realmente creare un’intimità e un’interpretazione tutta nostra. È stato difficile però, eravamo entrambi molto giovani, io avevo ventun’anni e lei diciannove e la versione di questo balletto di John richiede, oltre ad una grande padronanza della tecnica e del passo a due, anche una grande profondità espressiva nonostante si interpretino i ruoli di due ragazzini. È stato un mese di prove intenso dove abbiamo lavorato parecchio anche da soli per poter trovare la nostra storia e la complicità che è essenziale in un balletto come questo. Ho letto la storia di Shakespeare due volte per cercare di comprendere il ruolo di Romeo il più possibile e per cercare di coglierne le sfaccettature e sfumature al fine di essere in grado di riprodurle in scena e di renderle chiare per il pubblico, cercando però di mantenere sempre fresca e spontanea la mia idea del ruolo e di poter comunque renderlo mio aggiungendo caratteristiche che fanno parte della mia personalità e di come Jacopo reagirebbe se si trovasse in quelle situazioni. È stato un percorso di crescita interiore enorme, dove ho imparato tantissime cose su di me e in cui mi sono sentito maturato tecnicamente.

Hai preso parte alla creazione di John Neumeier dedicata alla divina Eleonora Duse. In termini emotivi come hai recepito il balletto avendo tu interpretato due ruoli nei diversi cast ed essendo dedicato lo spettacolo ad una tra le più grandi attrici italiane nel mondo?
Ho trovato incredibile, come in questa creazione, John sia riuscito a dare talmente tanta profondità ad ogni singolo carattere che qualsiasi ruolo tu interpreti, ti senti completamente catapultato all’interno della vita di questa grande diva, e riesci davvero a vivere le emozioni di ogni personaggio che hanno caratterizzato i momenti di passione, gioia e dolore della sua vita così tormentata ma al tempo stesso così passionale.

Grazie a questo titolo hai potuto danzare accanto ad Alessandra Ferri. Qual è stata l’emozione nel ritrovarti in scena con la grande étoile e cosa ti ha colpito maggiormente in lei?
Alessandra è sempre stata per me un’icona, ricordo ancora quando ero in Scuola di ballo alla Scala che ero andato a vederla danzare nel suo addio alle scene nella “Dama delle camelie” (altro balletto di John che mi ha fatto innamorare del suo stile). Proprio per questo mi è sembrato un sogno che si realizzava poter ballare accanto a lei in una creazione così stupenda. Oltre all’aspetto professionale di Alessandra, che ho avuto modo di conoscere anche al di fuori delle scene, quello che mi ha colpito di più sono la sua grande umiltà e generosità che la caratterizzano come donna ancor prima che come artista.

Mentre di Silvia Azzoni, altro vanto italiano e Principal Dancer ad Amburgo?
Con Silvia abbiamo un rapporto meraviglioso, oltre ad essere una ballerina bellissima e con un’esperienza incredibile è per me una grande amica con la quale passo molto tempo anche al di fuori della scena. Siamo persone simili e abbiamo un modo di osservare la vita uguale e per me lei è come una sorella maggiore alla quale posso rivolgermi per consigli sia di danza che di vita. Ballare accanto a lei e nel ruolo principale in “Duse” è stata un’emozione grandissima e quando balli con una persona a cui vuoi bene e che stimi l’atmosfera e le emozioni che si provano e si creano in scena si amplificano e diventano qualcosa di speciale e di assolutamente profondo.

Come sei arrivato alla Compagnia tedesca? Qual è stato il percorso che poi ti ha portato fino ad Amburgo?
Durante il mio ultimo anno alla “Royal Ballet School” ho avuto la fortuna di poter ballare nello spettacolo del diploma il ruolo principale nel balletto “Spring and Fall” di John Neumeier e di poter lavorare con Kevin Haigen, maitre de ballet principale della compagnia di Amburgo. È stata un’esperienza che mi ha arricchito profondamente e mi ha fatto subito capire che era quello lo stile più adatto a me. Avendo però già firmato un contratto con il “Bayerisches Staatsballet” per l’anno successivo, ho deciso di intraprendere lo stesso l’avventura a Monaco di Baviera in cui mi sono fermato però solo un anno e dopo aver parlato della mia scelta di spostarmi ad Amburgo anche con Ivan Liska (allora mio direttore a Monaco e già ballerino dell’Hamburg Ballet) ho deciso di prendere parte all’audizione aperta per entrare a far parte dell’Hamburg Ballet. Fortunatamente sono stato l’unico ballerino ammesso quell’anno e nel 2012 sono entrato stabile a far parte della Compagnia.

Tra i maestri dei tuoi inizi, da bambino, chi ricordi e quando ti sei accordo che tra te e la danza era scoccata la scintilla?
Sicuramente Maria Luisa Capiferri, una delle mie prime insegnanti a Genova… è stata per me oltre che un’insegnante di danza anche come una seconda mamma, grazie a lei sono riuscito a capire come la danza fosse per me quasi come una vocazione e che la mia vita sarebbe stata quella! Oltre a lei anche Kathryn Wade della “Royal Ballet School”, è stata lei che mi ha portato alla “Royal Ballet School” dall’Italia dopo avermi visto ad un Concorso dell’AED a Livorno. Oltre ad essere un’insegnante e una persona eccezionale è per me ancora come un mentore alla quale mi rivolgo sempre per qualsiasi cosa. Devo tantissimo ad entrambe.

Raccontami gli anni trascorsi alla Scuola di Ballo della Scala, quali sono stati i momenti più belli e quelli più difficili?
Per me la Scala è stata un’esperienza intensa ma breve, perché già a tredici anni mi sono spostato a Londra. Nonostante questo i ricordi che caratterizzano quel periodo sono contrastanti, dai sentimenti di malinconia e tristezza per il distacco dalla famiglia (a undici anni sono partito da Genova), alla gioia immensa provata, per esempio, la prima volta che ho calcato le scene con la compagnia durante lo “Schiaccianoci” di Nureyev o durante gli spettacoli di fine anno al Teatro degli Arcimboldi. Non dimenticherò, comunque mai, l’atmosfera di quei due bellissimi anni trascorsi alla Scuola di Ballo della Scala compresi tutti gli insegnanti che mi hanno seguito in quel periodo.

Mentre alla Royal Ballet School che esperienza è stata e come erano organizzate le giornate di studio?
Sicuramente il cambio Italia/Inghilterra non è stato così facile, mi sono trovato a tredici anni non soltanto in un altro paese in una delle più importanti Accademie del mondo ma anche a studiare tutte le materie scolastiche e a dovermi fare dei nuovi amici in una lingua sconosciuta che avevo fino a quel momento solo studiato a scuola. Per i miei primi due anni la scuola era situata all’interno di un college a Richmond Park, dormivo, studiavo e ballavo tutto all’interno di questa struttura creata appositamente per gli studenti più giovani, dagli undici ai sedici anni, dove si è sempre seguiti da un tutor e dove si è sempre controllati, per un certo senso è stato un po’ come fare il militare, un ambiente di grande disciplina. Iniziavamo le giornate studiando e poi dopo pranzo avevamo lezione di classico, repertorio, danza di carattere e passo a due a seconda dei vari giorni della settimana. Gli ultimi tre anni invece la Upper School è situata in Covent Garden in un edificio che rimane collegato al Teatro tramite un ponte chiamato “The Bridge of Aspiration” quindi c’è molto più scambio tra compagnia e scuola con tante possibilità di esibirsi in spettacoli con il “Royal Ballet” e di fare lezioni con la compagnia durante l’ultimo anno per prepararsi alle audizioni e per abituarsi già alla vita in compagnia. Sono stati anni che mi hanno temprato caratterialmente e che nonostante la lontananza da casa tornassi indietro rifarei subito.

Cosa ti piacere ripensare del giorno del Diploma?
La felicità e la luce negli occhi dei miei genitori nel vedermi diplomare con il massimo dei voti e nel vedermi raggiungere un traguardo così importante nella mia formazione di ballerino. Mi sono sempre stati vicino e mi hanno sostenuto durante tutto il mio percorso, sia nei momenti di felicità che in quelli più difficili facendo enormi sacrifici, devo tutto a loro e quel giorno è stato un riconoscimento anche nei loro confronti per tutto quello che mi hanno sempre dato, un po’ come una dimostrazione che tutto quello che avevano fatto per me stava finalmente dando i suoi frutti. Ogni traguardo quotidiano che riesco a raggiungere è anche grazie alla forza e al supporto che mi trasmettono loro ogni giorno.

La tua prima volta in assoluto in palcoscenico nelle vesti di danzatore professionista con cosa è avvenuto e in quale teatro?
Durante il mio ultimo anno alla “Royal Ballet School” ho avuto la fortuna di poter partecipare in alcune produzioni con la compagnia del “Royal Ballet” come “Il lago dei cigni”, “Cenerentola”, “Manon” e “Onegin”, quindi quando sono arrivato a Monaco avevo già avuto un po’ di esperienza in scena, il che mi è stato molto di aiuto. Ma la prima volta in scena come ballerino professionista è stata nel “Don Chisciotte” di Ray Barra con il “Bayerisches Staatsballet”. Era il primo spettacolo della stagione e ballavo una parte nel corpo di ballo. Ricordo solo una tensione è un’adrenalina pazzesca prima di entrare in palcoscenico; non avevo una parte da solista ovviamente, ma il solo pensiero che il mio lavoro, era la mia più grande passione e quello che avevo sempre desiderato fare, mi riempiva di felicità.

Due città a te molte care, Genova ed Amburgo. Se dovessi farne un ritratto a parole come le dipingeresti?
Due città molte diverse ma allo stesso tempo molto simili, entrambe città portuali con attività che trovano il loro sostentamento dal porto e dal mare. Amburgo proiettata verso il futuro, piena di giovani ed in forte espansione industriale e culturale come tutta la Germania, al contrario Genova, città meravigliosa che si sta purtroppo adagiando sui ricordi di un passato glorioso. Considero Amburgo la mia casa artistica dove sto maturando ogni giorno nella mia formazione di ballerino mentre Genova rimane la mia casa affettiva dove non posso fare a meno di tornare il prima possibile.

Da bambino frequentavi spesso il Carlo Felice a Genova? Hai mai danzato su quel palcoscenico?
Il Carlo Felice rimane sempre per me un teatro molto speciale, è stato lì che ho visto il mio primo spettacolo di danza… era “L’uccello di fuoco” di Maurice Béjart, avevo sei anni e la zia che faceva sempre l’abbonamento alla stagione di opera e balletto del teatro assieme a un’amica mi aveva chiesto se mi avrebbe fatto piacere andare con lei, visto che la sua amica non poteva andare in quell’occasione, e ne rimasi estasiato! Non sono nemmeno sicuro se mi sono innamorato prima della musica, dei costumi o dell’ambiente del teatro in generale ma è stato amore a prima vista, e ho subito capito che in qualche modo quello era il mio posto nel mondo, che quella sarebbe stata la mia vita. Sfortunatamente però non sono ancora riuscito a ballare sul palcoscenico del Carlo Felice, rimane sempre un mio forte desiderio quello di poter un giorno tornare a casa ed esibirmi di fronte al pubblico della mia città!

Cosa aveva di speciale la creazione “Spring and Fall” tanto da farti capire che lo stile di Neumeier era la tua strada?
Ma diciamo che è stato un insieme di cose, la meravigliosa musica di Dvorjak, la poesia e la liricità dei passi ai quali mi sono sentito subito incline, la scelta dei costumi e anche lavorare con Kevin Haigen, maitre principale di Amburgo che era venuto a insegnarci il pezzo. Ho capito come nello stile di John i passi siano solo un tramite per esprimere relazioni umane ed emozioni così profonde che appagano così tanto sia l’interprete che lo spettatore e che a mio avviso non possono essere trasmesse né sentite nello stesso modo danzando pezzi di repertorio puramente classico (Lago dei cigni, Bella addormentata ecc.).

Come hai convissuto e superato la solitudine, intesa come lontananza da casa e dagli affetti?
È stato molto difficile, sono sempre stato attaccato alla mia famiglia e lo sono tuttora, soprattutto i primi periodi in Inghilterra ho sentito fortissima la mancanza dei miei cari e della mia terra. Ricordo solo che la passione per la danza e il desiderio enorme di migliorare e diventare un ballerino professionista sono state il motore che mi ha fatto superare tutti gli ostacoli incontrati sul cammino… Poi ovviamente con l’andare del tempo la situazione è  migliorata, conoscendo amici e imparando la lingua sono riuscito a sentirmi meno solo ma rammento che inizialmente ogni volta che mi sentivo triste o malinconico pensavo a quanto stavo imparando e a quanto quei sacrifici sarebbero serviti per il mio futuro, e allora mi sentivo subito meglio.

Come definiresti la disciplina “neoclassica”, stile che contraddistingue il lavoro di John Neumeier?
Lo stile di John è molto vario, a volte mi capita di provare balletti così diversi che mi sembra impossibile siano stati coreografati dalla stessa persona, il che trovo sia molto interessante e allo stesso tempo di grande stimolo per il danzatore. Credo che quello che però rimanga sempre invariato e che contraddistingue il suo repertorio e quindi anche i suoi ballerini, sia come ho detto prima, la profondità e allo stesso tempo l’onesta richiesta all’artista in qualsiasi ruolo del suo repertorio si interpreti. Anche nei ruoli più banali e nei pezzi più semplici John richiede sempre una tale concentrazione e completo trasporto da parte dell’artista in modo che tutto appaia più credibile, vero ed onesto possibile: aspetto che specialmente al giorno d’oggi trovo si sia un po’ perso nella maggior parte delle compagnie in cui spesso la tecnica prende il sopravvento sulla parte artistica ed emotiva.

Come è recepita la danza in Germania dal pubblico ma anche dalle istituzioni?
Sicuramente con una mente molto più aperta e versatile rispetto a quella italiana. Qui il pubblico è più aperto verso l’arte e la danza in generale, va a teatro pronto per qualsiasi esperienza e senza pregiudizi.

Il pensiero della danza, in senso lato, cosa ti ispira?
Innanzitutto la libertà di esprimere emozioni e interiorità che rappresentano l’aspetto più profondo di ognuno di noi. Per questo la danza ha la capacità di riuscire a tradurre anche sentimenti e momenti tristi o negativi della vita in un’espressione artistica ancor più sentita e onesta e quindi toccante per il pubblico.

Come vivi il momento prima di entrare in scena e quali emozioni ti trasmettono gli applausi finali?
Dipende ovviamente dal ruolo che devo interpretare, se devo ballare un ruolo molto impegnativo sia tecnicamente che emotivamente sono sempre e (devo soprattutto) essere molto nervoso, so che sembra un controsenso ma quando sono agitato e nervoso so che lo spettacolo andrà bene, quando non mi sento teso o agitato a volte cerco di pensare alle cose o ai passi più difficili che potrebbero non funzionare e cerco di creare un senso di agitazione dentro di me… Avere la mente attiva e sveglia mi aiuta moltissimo a sentirmi al 100% dentro quello che sto facendo con anima e corpo. E gli applausi finali beh restano sempre uno dei momenti più belli, ricordo ancora quelli dopo la mia prima di Romeo, spesso dopo avere ballato un ruolo ti senti completamente svuotato e sentire gli applausi ti da un senso di gratificazione perché comprendi che hai saputo trasferire al pubblico mediante la danza i tuoi sentimenti e le tue emozioni.

Oltre alla danza che è diventata la tua professione quali altre passioni nutri nella tua quotidianità e nei momenti liberi?
Adoro la mia famiglia e mio fratello al quale sono legatissimo, con lui condivido una grande passione del diving (immersioni) e il piacere della vita all’aria aperta lontano dallo stress della vita quotidiana; per questo appena possibile, anche solo per un week end, programmiamo delle immersioni o delle gite in campagna.

Fino ad ora, Jacopo, la disciplina coreutica e l’arte in generale cosa hanno saputo regalarti di tanto meraviglioso nella tua giovane carriera di successo?
Sono riuscite a donare alla mia vita un significato totalmente diverso da quello che mi sarei aspettato da bambino. Dalla prospettiva di avere una vita nei canoni della maggior parte delle persone comuni, al raggiungimento invece di sensazioni, momenti ed emozioni così intensi e unici che sono il grande regalo che questa disciplina dona a noi artisti.

 

Michele Olivieri
Foto: Silvano Ballone e Anna Gatti
www.giornaledelladanza.com

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