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Omaggio a Pina Bausch nelle “storie” dei suoi danzatori

Omaggio a Pina Bausch nelle “storie” dei suoi danzatori

 

Pina Bausch, indiscutibilmente compianta Signora della danza del nostro Tempo, è stata omaggiata lo scorso 6 aprile al Teatro Duse di Bologna con lo spettacolo Lo sguardo dell’imperatrice, che ha visto protagonisti tre danzatori del Tanztheater Wuppertal, in scena con delle proprie creazioni coreografiche: l’italiano Damiano Ottavio Bigi con Cittadella e il colombiano Jorge Puerta Armenta con At 17 centimeters above the floor, performata da Pablo Aran Gimeno.

Due assoli assai distanti a livello stilistico e interpretativo, ma perfettamente accomunabili nell’intenzione di debordare i confini della danza per travalicare quelli del teatro.

Bigi, infatti, propone se stesso in una figura che va al di là dell’essere umano, un’entità artistica alla ricerca – inizialmente plausibile, poi quasi disperata – di una performance che gli renda giustizia. Una rappresentazione così meta-performativa da risultare davvero sincera, sebbene pensata e – di sicuro – minuziosamente collezionata per la messinscena del teatro bolognese.

Il dialogo diretto col pubblico, in particolar modo, è la fonte principale del dubbio nascente nella mente dello spettatore: «sta improvvisando o ha davvero bisogno di essere rassicurato sull’andamento della performance e delle scelte coreografiche prestabilite?». La verità non conta, perché l’escamotage funziona e lo sguardo del pubblico non si distrae nemmeno per un attimo.

La fluidità dei gesti nelle sequenze danzate è a dir poco ipnotica, come se il danzatore volesse aggrapparsi all’aria per fluttuarvi, per evadere da quel bisogno di performare che lo imprigiona in se stesso, che lo travolge in una buia tempesta, frastornata da suoni terrorizzanti, nella quale si sente perso e desideroso di “ritrovare la luce”. Ed è proprio con questa che la performance si conclude: una lampadina, piantata al vertice di un’asettica asticella, illumina il boccascena come una fiamma nel cuore dell’oblio, in cui il protagonista appare ancora più solo, vagabondo in un cammino che non sa dove andrà a finire.

Gimeno non incarna in minor modo il male di vivere che conduce un uomo alla disperazione, ma, al contrario del collega italiano, la sua anima performativa ha una connotazione più introspettiva, recondita, a tratti arcana.

Sebbene, infatti, la gestualità, l’espressività facciale e i movimenti di scena siano didascalici, il significato di essi – oserei dire – si perde nelle nebbie del Tempo, attingendo a un’essenza ancestrale che difficilmente si potrebbe spiegare o addirittura etichettare.

Perciò una voce fuori campo viene in soccorso dello spettatore, raccontando il concepimento del triste protagonista: una liason riappacificante per un diverbio tra i suoi genitori, il cui esito gioioso non destò alcun interesse. Una circostanza sfortunatamente molto usuale, che il genio creativo di Armenta ha, però, saputo illustrare magistralmente in forma coreografica, edificando un “passo-a-due” tra il danzatore e una sedia a braccioli in cui si intervallano l’immagine di una creatura inumana (la sedia rovesciata è sulla testa di Gimeno) a quella di un corpo libidinoso (il performer scivola sensualmente dalla sedia fino a distendersi interamente sul pavimento).

Il trauma di essere nato per sbaglio è tanto chiaro quanto sconvolgente, soprattutto alla vista dei movimenti isterici, folli e fuori dal comune che il virtuosismo del danzatore tende a enfatizzare, riuscendo persino a plasmare la mostruosità del suo dolore con una contorsione delle scapole nude intensamente significativa.

Non c’è consolazione che possa scalfire questo patema, nemmeno i mutamenti dell’ineluttabilità del Tempo, che scorre inesorabile e frenetico lacerando l’io più profondo fino a decomporlo, fino a ricondurre l’Uomo allo stadio primordiale, quando cioè nella Natura completava davvero se stesso.

In un angolo del proscenio, dunque, accovacciato in una posizione larvatica o fetale, il protagonista regredisce back to the origins, ritrovando la pace instancabilmente anelata: si ha di fronte, dunque, un quadro espressionista del Tempo contemporaneo, la cui cornice non può essere altro che una proiezione in bianco e nero di un fiume ipernostalgico di arcaici ricordi.

 

Marco Argentina

www.giornaledelladanza.com

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