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Singolari abilità concertative: La Valse, Symphony in C e Shéhérazade

La valse (9)Antonino Sutera

Assai ragguardevole si è rivelata la nuova produzione scaligera, vista nella replica pomeridiana di Mercoledì 10 maggio 2017 presso il tempio del balletto milanese. Gli elementi posti in rilievo sono dati dalla morbidezza, dalle sfumature, dalle prove d’assieme che donano al Trittico un livello di compostezza e lucentezza. Il linguaggio è culturalmente generazionale, codificato ed aperto all’originalità della singola invenzione, su cui emerge ben chiaro che non esiste tradizione o novità che non generi mutamento.

Inutile qui ripresentare ogni balletto con notazioni storiche, anche perché già ampiamente ben descritto e letto nei giorni scorsi a cura dell’ufficio stampa della Scala.

La Valse appare come una danza sul “vivere” nelle sue molteplici forme che permettono un collegamento all’essere e all’esistere per narrare le profondità dell’animo umano mediante l’immaginazione di un mondo decadente e minacciato. La coreografia, sulla partitura di Maurice Ravel, affidata agli artisti Stefania Ballone, Matteo Gavazzi e Marco Messina, presenta diversi “verbi coreici” nella differenziazione dei modi e dei tempi del valzer conferendo una fluttuante personalità, storicamente appropriata che sa di ricordo e sospensione dell’anima. La creazione nel porsi, manifesta e dice chi siamo. Hanno delineato il personaggio con reale umanità simmetrica, secca ma anche fluida e veloce apportando valore al presente che è fatto di passato e futuro, Emanuela Montanari, Antonino Sutera, Giulia Schembri, Gioacchino Starace, Marta Gerani, Azzurra Esposito, Agnese Di Clemente, Denise Gazzo, Manuel Garrido, Fabio Saglibene, Walter Madau, Francesco Mascia negli evocativi costumi di Irene Monti e nei chiaro scuri di Valerio Tiberi.

Con George Balanchine e la Symphony in C sulla Sinfonia n. 1 in do maggiore di Georges Bizet si tocca l’espressione più piena della fisicità accademica. La sua danza è sempre un raro momento di concentrazione interiore, un rito corporeo completo, una meditazione che coinvolge l’intero essere. Questo titolo esplica dinamicamente da danzatore a danzatore, come l’espressione e la celebrazione di un rapporto attivo con l’Arte sia da vivere in maniera addizionale. La creazione, ripresa da Colleen Neary è aderente allo spazio storico rivelando ad ogni accento un proprio tempo cronologico e ritmico. I quattro movimenti avvolti nei costumi di Karinska e nelle luci di Andrea Giretti: nel primo “allegro vivo”, Nicoletta Manni e Nicola Del Freo sviluppano una danza gioiosa in crescendo. Nel secondo, “adagio”, Maria Celeste Losa e Marco Agostino sviluppano una danza nostalgica velata di melanconia. Nel terzo, “allegro vivace”, Alessandra Vassallo e Christian Fagetti sviluppano una danza arguta che assume forma giocosa. Nel quarto, “finale allegro vivace”, Gaia Andreanò e Massimo Garon sviluppano una danza rigogliosa. Un’azione quadrupla concertante di assoluta beltà perché ove vince la bellezza appare conseguentemente la consonanza poetica.

Shéhérazade, sulla suite sinfonica di Nicolaj Rimskij-Korsakov (un connubio musicale tra potenza e sensualità), firmata da Eugenio Scigliano è uno sguardo su una combinazione d’espressività che coinvolge sistematicamente ogni parte del corpo, introducendo platealmente il tema della sessualità. È l’esatto esempio di come la danza possa soddisfare non solo l’aspetto visivo, scavando dentro l’anima e facendo scaturire pensieri ed immaginazione. L’allestimento coreografico ripercorre i legami che il balletto ha potuto intrattenere nel passato tramite un linguaggio di attuale contemporaneità dove si affronta il tema, non solo sulle particolari abilità tecniche, ma piuttosto sull’attento sguardo interpretativo il quale rivela la danza nascosta nel sé, nelle cose e nei personaggi. Alessandra Vassallo ha percorso ed esplorato la propria qualità con vitalità nel far risaltare l’inquietante meccanismo che genera la mente umana. Il merito di Scigliano lo si trova nello stabilire una forte empatia “non elitaria” tra chi rappresenta, chi ha rappresentato e chi assiste perché chi crea e chi guarda stabilisce un’identificazione con Shéhérazade riuscendo, di passo in passo, a far emergere movenze e sfumature tinteggiate da “fraseggi fisici” nervosi che servono bene i personaggi in un accostamento ossimorico. Di assoluto e ineccepibile equilibrio Nicola Del Freo, Christian Fagetti, Walter Madau, Beatrice Carbone coadiuvati dai costumi di Kristopher Millar e Lois Swandale sulle scenografiche luci di Carlo Cerri.

Ottima la direzione di Paavo Järvi che si è distinta per naturalezza, semplicità e sicurezza nel creare una particolare atmosfera e nell’indirizzare in modo decisivo gli orchestrali e i danzatori.
Da segnalare la direzione dell’allestimento scenico a cura di Franco Malgrande e l’organizzazione della produzione di Andrea Valioni.

Ogni elemento del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, diretto dal M° Frédéric Olivieri, appare intensamente pronunciato. La varietà dei timbri tersicorei e delle inflessioni pone l’attenzione sulle rifiniture dei ruoli trovando il rilievo in palcoscenico pur evidenziando, ai più attenti spettatori, le distinte peculiarità espressive ed individualità tecniche non tutte di pari livello.

La serata nella sua completezza ha evocato continuità in direzione dell’eterno incedere con radici ben piantate nello spirito del tempo. Parafrasando Henry Miller “l’arte non insegna nulla, tranne il senso della vita”.

Michele Olivieri
Fotografie: Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
www.giornaledelladanza.com

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