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Il ruolo delle “tecniche di supporto” nello studio della danza

Per eseguire correttamente i movimenti richiesti durante una lezione di danza, a prescindere dalla tecnica e dallo stile che si sta studiando, è necessaria una buona conoscenza dei meccanismi che regolano i movimenti del corpo umano e, ancora di più, un buon controllo dello stesso: soltanto attraverso la cosidetta “coscienza del movimento” infatti, una semplice sequenza di atti motori si può trasformare in un “gesto” capace di trasmettere a chi guarda non soltanto eleganza e bellezza ma anche sentimenti ed emozioni. Ovviamente la conoscenza del corpo fa parte del bagaglio di nozioni che ogni buon Insegnate di Danza trasmette ai propri allievi; fin da piccoli i bambini dovrebbero imparare a non “”copiare meccanicamente” il movimento proposto dall’Insegnante ma a comprenderne i principi fondamentali cercando di riprodurli in maniera autonoma in base alle caratteristiche del loro corpo ed alla loro abilità tecnica.

Dal punto di vista pratico, tuttavia, fornire a un gruppo di studenti di danza le nozioni e le competenze richieste può essere più arduo del previsto: innanzi tutto se il gruppo non presenta caratteristiche fisiche simili le possibilità di eseguire un certo movimento possono variare in maniera anche molto evidente ma, anche in presenza di studenti fisicamente più o meno omogenei, bisogna ricordare che i tempi ed i meccanismi di apprendimento possono essere anche molto diversi da individuo ad individuo, con conseguenti discrepanze di preparazione e di abilità tra danzatore e danzatore.  Bisogna inoltre ricordare che, a differenza di quanto ancora molti Insegnanti di Danza sono portati a pensare, la danza -come del resto qualsiasi altra disciplina motoria- non può essere considerata un’attività fisica “completa”: i danzatori hanno normalmente un livello di fitness più basso rispetto agli altri atleti, a seconda della tecnica praticata possono avere squilibri muscolari più o meno evidenti e, paradossalmente, possono avere problematiche posturali legate al tipo di movimento svolto che influenzano negativamente sia i loro risultati tecnici che il loro stato di salute generale.

Già da oltre trent’anni, dunque, sono stati creati dei protocolli di allenamento specifici per i danzatori (ideati da medici, fisioterapisti e personal trainers) che affiancano allo studio della danza quello di altre discipline motorie che hanno il compito di migliorare e “completare” la preparazione fisica di chi le pratica: nelle forme più semplici e più diffuse si suggerisce al danzatore di correre e/o nuotare due volte a settimana per allenare la componente aerobica del loro esercizio fisico, mentre nei casi più fortunati ci si può avvalere di programmi di allenamento alla resistenza più complessi e personalizzati. Questo tipo di abbinamento (danza-attività aerobica) ha inoltre il grande vantaggio di consentire un maggior dipendio energetico, facilitando il mantenimento del peso corporeo nei limiti ritenuti idonei e diminuendo la necessità di diete ipocaloriche.

In questi ultimi anni, inoltre, è stata rivolta particolare attenzione all’allenamento propriocettivo come mezzo per migliorare la prestazione sia tecnica che artistica dei danzatori; il termine “propriocezione” (ideato da Sherrington nel 1906) indica la capacità del nostro Sistema Nervoso di controllare, istante per istante, la posizione e/o il movimento di ogni singola parte del corpo attraverso una fitta rete di recettori specifici, detti appunto propriocettori, che sono situati nei muscoli, nei tendini e nelle capsule che rivestono le articolazioni. Lo sviluppo di una buona propriocezione influenza innanzi tutto la postura del danzatore, che imparerà a mantenere il giusto allineamento dei diversi segmenti scheletrici con il minimo dispendio energetico, ma ne aumenta anche in maniera evidente le capacità tecniche: imparando a controllare l’origine del movimento si potranno associare con più facilità diversi movimenti nello stesso tempo, ottenendo il miglioramento di componenti motorie quali flessibilità, equilibrio, coordinazione, velocità, ecc.

Con il termine generico di “tecniche di supporto” possiamo indicare tutte quelle attività di “presa di coscienza del corpo” che possono migliorare la propriocezione dei danzatori: a tale scopo si possono utilizzare molteplici discipline, anche molto diverse tra di loro, a seconda delle esigenze di ogni singolo danzatore. E’ importante chiarire che non è possibile stilare una graduatoria e che non è facile, neanche per il medico, indicare con assoluta certezza un tipo di lavoro piuttosto che un altro: nella scelta bisogna tenere conto di moltissime variabili quali l’età del soggetto, la sua esperienza di danza, i suoi gusti personali, le sue esigenze specifiche, il suo rapporto con il corpo, ecc.

Possiamo quindi dire che non esiste la tecnica o il metodo migliore per migliorare la propriocezione; ogni esperienza di approfondimento della coscienza del proprio corpo, se svolta con serietà e continuità, potrà essere utile al danzatore. La maggior parte dei metodi oggi ritenuti più efficaci si basano sulla destrutturazione degli schemi motori abituali, spesso errati, per consentire al danzatore di acquisire una nuova consapevolezza del movimento attraverso percorsi ed esperienze motorie specifiche, proprie del metodo utilizzato. Nel momento in cui si decide di approfondire la “coscienza del proprio corpo”, comunque, per poter ottenere dei risultati validi, bisognerebbe tenere conto di alcune regole generali:

  • Lo studio deve sempre essere svolto sotto la guida di personale competente: conoscere la tecnica della danza non sempre significa sapersi muovere in maniera biomeccanicamente corretta, per questo motivo è consigliabile evitare il sistema “fai da te”. A tale proposito sarebbe auspicabile che anche in Italia, come già avviene in molti paesi europei, prendesse piede la figura professionale del “remedial teacher”, una via di mezzo tra l’Insegnante di Danza ed il Fisioterapista che svolge un lavoro individuale sul danzatore per correggere sia le sue problematiche posturali che i suoi difetti di tecnica;
  • Il miglioramento della propriocezione prevede una parte di lavoro individuale che richiede tempo e concentrazione, le sedute devono avere una frequenza regolare e devono affiancare con una certa costanza il lavoro svolto nella classe di danza;
  • L’approccio al corpo deve essere sempre e comunque “globale”: qualsiasi sia il programma di allenamento prescelto deve coinvolgere l’intero corpo  attraverso il miglioramento di funzioni complesse quali la respirazione, la flessibilità, la forza, la resistenza, ecc.
  • Il concetto di “ginnastica dolce” non coincide con quello di “ginnastica senza sforzo”: muoversi in modo biomeccanicamente corretto prevede che il corpo sia capace di usare i muscoli giusti al momento giusto, senza sforzi eccessivi ma con la necessaria quantità di lavoro muscolare e quindi di fatica;
  • In base agli studi scientifici attualmente riconosciuti, il metodo prescelto deve contenere comunque indicazioni per il controllo del “centro” del corpo, l’attivazione della muscolatura profonda, il rispetto dell’allineamento fisiologico della colonna vertebrale, del bacino e degli arti, il riequlibrio dei vari gruppi muscolari, ecc.
  • Il lavoro non deve normalmente procurare dolori localizzati persistenti e le pratiche non devono mai essere invasive;
  • Le manovre passive (cioè svolte da un operatore sul corpo del danzatore) e/o l’uso di macchinari fisioterapici possono essere un valido complemento per la risoluzione di molte problematiche ma non possono sostituire, da sole, il lavoro attivo svolto con regolarità;
  • Se il metodo prescelto è valido ed efficace, i miglioramenti sia soggettivi che oggettivi si devono poter manifestare entro tempi relativamente brevi e devono essere persistenti nel tempo.

 

Dott.ssa Luana Poggini

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