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Tenacia e determinazione: intervista a Endi Bahaj

Tenacia e determinazione: intervista a Endi Bahaj

 

Endi Bahaj è nato nel 1998 a Trento. Si è diplomato alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala il 27 Maggio del 2017. Ha iniziato i suoi studi milanesi nel 2012 presso l’Accademia Teatro alla Scala diretta dal M° Frédéric Olivieri. Tra i suoi maestri: Gianpaolo Podini, Leonid Nikonov, Maurizio Vanadia ed Emanuela Tagliavia. Ha avuto la possibilità di collaborare anche con i maestri: P. Neary, A. Khan, G. Menegari, E. Scala, L. Alexandrescu, P. Vismara, V. Karpenko, T. Nikonova, Y. Dubreuil, S. Esseboom, C. Desmet, Agudo, M. Odoardo, Panizzut, P. Santoro, B. Ratchinskaja, A. Ratmansky, P. Nardelli, S. Lachance, G. Rochelle, P. Pelkokallio, M. Gielgud, J. Yuresha. Tra le sue esperienze formative, ha danzato sul palcoscenico del Piermarini e al Piccolo Teatro Strehler di Milano, a Ferrara, a Pavia, a Genova e a Lublin in Polonia, prendendo parte alla “Cenerentola” di Frédéric Olivieri; “Un Ballo” di J. Kylian; “Paquita” di M. Petipa; “Variation for Four” di A. Dolin, “Theme and Variations” di G. Balanchine, “La Stravaganza” di A. Preljocaj, Soloist variation in “Presentazione”, il defilée nella “Bella Addormentata” di A. Ratmansky e nello “Schiaccianoci” di F. Olivieri, e in qualità di aggiunto al Corpo di Ballo del Teatro alla Scala nella produzione “Il lago dei cigni” di A. Ratmasky nell’estate 2017.

Ciao Endi, sei nato nella splendida città di Trento, come ti sei avvicinato all’arte della danza? Qual è stata la prima occasione che ti ha fatto conoscere questo universo “in movimento”?

Ciao Michele, mi sono avvicinato alla danza per puro caso, all’età di sette anni partecipavo ad alcune competizioni sportive, ma dal momento in cui per questioni logistiche non ebbi più la possibilità di presentarmi decisi di provare qualche lezione di danza nella scuola che mia sorella, di cinque anni più grande, frequentava già da qualche tempo.


Ti ricordi il primo spettacolo di balletto o di danza che hai visto in televisione oppure a teatro?

Come già anticipato, mia sorella maggiore faceva parte di una scuola di danza trentina. Naturalmente e piacevolmente andavamo a vedere gli spettacoli di fine anno. Credo che la prima volta che entrai in un teatro fu all’età di quattro anni ed in scena c’era “La bella addormentata” firmata da Giovanna Menegari.

Per sette anni hai studiato presso la scuola di danza di Giovanna Menegari a Trento e grazie a lei hai sostenuto l’audizione presso la Scuola di Ballo della Scala?

Sì, se ho partecipato all’audizione dell’Accademia scaligera è solo grazie a Giovanna Menegari. Fino al giorno prima per me la danza era solo un divertimento o uno sfogo. Non avrei mai considerato di intraprendere un percorso mirato a rendere la danza un lavoro. È solo grazie all’insistenza della mia insegnante se mi sono iscritto al bando.

Ti sei da poco diplomato alla Scuola di Ballo Accademia Teatro alla Scala, un traguardo molto ambito che ti rende onore. Il 27 maggio scorso ci sono stati gli esami finali con la consegna dei diplomi, qual è l’emozione più viva che conservi di quella giornata e il complimento che hai gradito di più?

Il 27 maggio è stata una giornata che attendevo con ansia fin dal settembre 2016, quando sono cominciati i corsi dell’ottavo anno accademico ed inizia a diventare chiaro che il percorso di studi sta volgendo al termine e vige la necessità di trovare un’occupazione per l’anno seguente. È stata una giornata lunghissima, cominciata alle 10 del mattino e conclusa alle 18 del pomeriggio. Il momento che mi ha commosso è stato ricevere dal direttore la pergamena del diploma anche se ci ho messo qualche giorno a realizzare di essere diventato un ballerino professionista. Il complimento, che sempre rimarrà nel cuore, me lo ha fatto il mio maestro Gianpaolo Podini a fine diploma, dicendomi che negli anni in Accademia ho fatto tantissimi progressi che mi permetteranno di trovarmi bene in una eventuale realtà lavorativa in teatro.

Tutto merito anche del M° Frédéric Olivieri. Cosa vorresti dire a lui per questi anni sotto la sua direzione?

Ci sono tantissimi motivi per cui ogni giorno ringrazio il M° Frédéric Olivieri, ma uno in particolare: le sue scelte artistiche, il fatto di aver portato in scena intere coreografie o estratti dei più grandi coreografi, da Balanchine e Petipa a Preljiocaj e Kylian. Ciò mi ha permesso di accumulare un’esperienza professionale paragonabile a un corpo di ballo e ciò mi ha reso più predisposto al lavoro in teatro.

Mentre al M° Maurizio Vanadia?

Siccome il M° Frédéric Olivieri durante l’ultimo periodo in Accademia era anche occupato a dirigere il corpo di ballo del Teatro alla Scala, il M° Maurizio Vanadia ha seguito molto il passo a due del mio diploma. Ci tengo a ringraziarlo per aver condiviso le esperienze di un ex ballerino del suo calibro, per aver curato il lato artistico ed espressivo permettendomi di cogliere tantissimi insegnamenti anche riguardo al partneraggio.

Che anni sono stati quelli spesi all’interno dell’Accademia milanese?

Naturalmente ora ho solo bellissimi ricordi degli anni in Accademia, ma sono stati anni accompagnati anche da sacrifici e sofferenze, dovuti alla lontananza dalla famiglia, e dalla competizione che si crea nell’ambiente accademico. Ogni volta che si avvicina uno spettacolo, tutti lottano per la conquista del ruolo migliore per cercare più notorietà possibile.

Hai riscontrato difficoltà nello studio della danza sia a livello fisico che personale?

Sì, mi sono infortunato più volte durante gli anni e ho cominciato a lavorare in palestra per rendere il mio fisico il più adatto possibile ad un ballerino classico. A livello personale mi è mancata una spalla su cui piangere nei momenti in cui sentivo un grande bisogno di sfogo. Ma ora ne ho solo tratto vantaggio in quanto ho maturato la capacità di digerire le cattive emozioni e trarne solo la parte costruttiva.

Un tuo ricordo scaligero che lega insieme il giorno dell’audizione, l’ingresso, i compagni di corsi, i maestri e i primi “passi” in palcoscenico?

Ricordo che non era granché la speranza di passare l’audizione per accedere al 4° corso dell’accademia. Durante l’attesa dei risultati, io me ne stavo in disparte con i miei genitori. Quando uscirono i risultati andai a vedere per ultimo e ci misi un po’ a realizzare di avercela fatta. Ero assai felice quanto stupito. Sono entrato in un luogo composto da quasi 200 allievi ma devo ammettere che i miei futuri compagni di corso mi hanno accolto davvero bene instaurando immediatamente un rapporto di amicizia.


A tuo avviso chi ti ha dato un significativo apporto per la tua crescita durante il percorso tersicoreo?

Il mio insegnante Gianpaolo Podini è colui a cui devo tantissimo. Non servono tante parole per descriverlo, è un grande Maestro della danza. In grado non solo di insegnare una tecnica forte, ma di trasmettere emozioni e sensazioni che solo chi ha calcato il palcoscenico di grandi teatri a fianco a grandi ballerini ha provato. Lui ha donato anima e corpo al suo corso anche in momenti di difficoltà. Non si è mai accontentato dei risultati dei suoi allievi e ha sempre preteso il miglioramento. Oltre ad essere un grande artista è anche una grande persona che ha permesso di allacciare dei rapporti anche al di fuori della sala, mantenendo sempre il distacco professionale.

Oggi qual è l’aspetto che ti entusiasma di più nel far parte del “mondo della danza” da professionista?

Ciò che più mi ha colpito del mondo della danza da professionista è la percezione che si ha del lavoro in teatro. Ogni giorno si respira della sana competizione che ti spinge a cercare il perfezionamento dei movimenti, anche se non si viene più seguiti passo a passo come in Accademia.

Tra tutte le tue doti quale ritieni sia la più preponderante?

In primis la tenacia e la determinazione, che mi hanno permesso di continuare anche dopo aver visto chiudersi diverse porte in faccia. In termini tecnici invece, mi sono sempre concentrato sulla dinamica dei salti.

Com’è stato danzare “Variation for Four” di Anton Dolin?

“Variation for Four” è stato senza ombra di dubbio il balletto tecnicamente più complesso che io abbia mai ballato in scena. È stata una grande sfida che ho affrontato piacevolmente insieme ai miei compagni di corso. Ballare insieme a degli amici mi ha permesso di eliminare l’agitazione e di godermi ogni singolo passo.

Quali sono stati i consigli di Maina Geiulgud e Jerko Yuresha?

Maina Gielgud è una ex ballerina con esperienza invidiabile che ha ballato sul palco dei migliori teatri al mondo. È una persona molto delicata ed elegante che nonostante non balli da parecchi anni ha conservato l’essenza della grande ballerina. Lei ha curato particolarmente i dettagli riguardo al portamento, al carattere del personaggio. Yelko Yuresha ha cercato fin da subito di instaurare un rapporto di amicizia per cogliere al meglio la mia personalità in modo da sfruttare le potenzialità. Mi ha spinto a non fermarmi davanti alle difficoltà, ma di affrontarle con il sorriso e tanta determinazione. Ciò ha fruttato un risultato sul palcoscenico che mi ha cambiato molto a livello personale.

Oltre a questo celebre pezzo hai preso parte ad altre coreografie e creazioni di altissimo livello. Qual è stato il ruolo fino ad oggi in cui ti sei sentito maggiormente appagato?

La prima volta che ho indossato le vesti di Lucien nel balletto “Paquita” a Ferrara è stata anche la prima volta che ho interpretato il ruolo del protagonista maschile. Questo significa avere tanta responsabilità e una volta finito il balletto viene tutto ricambiato in forti emozioni e scarichi di tensione. È stata sicuramente una delle esperienze di maggiore rilievo.

Mentre di Alexei Ratmansky cosa ti ha colpito in particolar modo a livello artistico?

Alexei Ratmansky lo ritengo un genio nel suo mestiere. Il fatto che abbia scritto intere coreografie nei suoi quaderni curando passo per passo fino al minimo dettaglio musicale-scenico-coreografico lo rende uno dei primi della sua categoria.

Cosa ami della tua città Trento e cosa invece di Milano?

Trento è una città circondata da bellissimi paesaggi di laghi e montagne che offrono dei momenti caratterizzati dalla tranquillità. Tutto è costruito a misura d’uomo, motivo che la rende una delle città più vivibili d’Italia. Sono venuto a Milano a quattordici anni e da subito mi ha colpito la sua vivacità e l’aria frenetica. Con il passare degli anni ho capito che offre tante possibilità da cogliere al volo. Sono due città completamente contrastanti che non potrei paragonare.

Mentre della tua terra d’origine, l’Albania, cosa apprezzi? Hai avuto modo di confrontarti con il loro mondo del balletto, il quale ha sfornato innumerevoli talenti, molti dei quali presenti oggi in Italia

L’Albania è un paese che in questo momento è in forte sviluppo grazie all’aumento esponenziale dei turisti. Gli albanesi amano il divertimento, il buon cibo e il calore umano, è un territorio che ha tanti punti in comune con le regioni del Sud Italia. Ho assistito a spettacoli e preso parte a qualche lezione di danza con le stelle albanesi, notando particolare attenzione al rigore e alla disciplina.

C’è un mito del passato o del presente a cui fai riferimento, nel mondo del balletto?

Ho avuto la fortuna di avere come maestro di danza Gianpaolo Podini, il quale ha lavorato molto al fianco di Nureyev. Molte volte, certe correzioni tecniche si ispiravano alle correzioni di Nureyev che mi ha portato a prenderlo come ispirazione. Si potrebbero fare tantissimi esempi sui grandi ballerini di ieri e di oggi, ma sono i miei ex compagni di corso e i miei colleghi che costituiscono la sfida che mi porta a oltrepassare i miei limiti.

La tua prima tournée all’estero è avvenuta in Polonia con la “Cenerentola” di Olivieri. Che esperienza è stata?

La prima volta in trasferta mi ha fatto capire cosa significa la professionalità del ballerino. Il viaggio insieme agli altri allievi in aereo si respirava aria di concentrazione e serietà. È stata la prima volta che ho ballato davanti ad un pubblico straniero che ha reagito con scroscianti applausi seppur non fosse rinomato per la cultura del balletto, in una città molto organizzata e pulita come Lublino.

Tutti abbiamo dei sogni, tu Endi con quale ballerina vorresti danzare e al fianco di quale coreografo?

A vedere le stelle di oggi fatico ad immaginare di ballarci un passo a due insieme però parlando di sogni ammetto di avere un debole per Natalia Osipova. La sua energia, la tecnica sublime e la sua sicurezza in scena mi trasmette tanta fiducia durante l’esecuzione dei balletti più difficili. Riguardo ai coreografi devo nuovamente ringraziare il maestro Olivieri per averci dato la possibilità di studiare con maitre come Patricia Neary, miss Gielgud, Jelko Yuresha, assistenti di Preljocaj e Mats Ek durante il percorso di studi in Accademia. Il contatto diretto con coreografi di una certa fama ha anticipato il significato del ballerino come lavoratore che ha fatto la differenza in occasioni di confronto con altri ballerini che non hanno avuto la mia stessa fortuna.

La prima volta che hai calcato il palcoscenico della Scala cos’hai provato?

L’emozione di esibirsi sul palco del Teatro alla Scala non ha eguali e non è paragonabile alle altre esperienze. Andare in scena in un tempio delle arti carica di responsabilità ed effettivamente anche un po’ di agitazione. Però una volta arrivato il momento degli inchini, la percezione dell’apprezzamento da parte di un pubblico colto ed esperto mi ha commosso e segnato per sempre.

Avevi già avuto esperienze di palcoscenico, da allievo, legate al periodo coreutico trascorso in Trentino Alto-Adige?

Sì, durante gli studi nella scuola di Giovanna Menegari il pubblico trentino non mancava mai agli appuntamenti natalizi o di fine anno al Teatro Sociale di Trento oppure all’Auditorium S. Chiara. Ballare per il pubblico della mia città mi faceva sentire a casa e ciò creava un bellissimo rapporto pubblico-ballerino che mi ha fatto crescere molto in termini artistici.

Nel tuo futuro credi di rimanere in Italia? Troverai posto nel Corpo di Ballo milanese?

La danza si sviluppa e si evolve in ogni istante, quindi in tutto il globo si possono trovare corpi di ballo di altissimo livello. Quest’anno a maggio ho superato l’audizione per il corpo di ballo del Teatro alla Scala per la prossima stagione. Ho tanta voglia di migliorarmi ed accumulare più esperienza possibile e nutro la speranza di rimanere più tempo possibile tra le mura scaligere.

Cosa ti mancherà maggiormente nel non ritornare più all’Accademia scaligera?

Si capisce a pieno il valore di qualcosa solo quando non la si ha più. Quest’anno sarà il primo in cui non tornerò in Accademia e il pensiero mi rattrista. L’organizzazione e la maniera in cui si viene seguiti instaura un legame tra allievi e corpo docente che dona molta sicurezza…

Con disciplina, rigore e studio hai raggiunto un obiettivo molto importante, qual è il tuo messaggio per i giovani che aspirano a questa nobile professione?

A chi ha voglia di fare della danza il proprio lavoro posso dire che deve prepararsi ad un mondo fatto di tanti sacrifici, tanto sudore e competizione. Ho visto che non basta essere dotati, ma bisogna dimostrare di avere voglia di migliorarsi e di non accontentarsi mai dei progressi. Si faranno tante amicizie e se ne perderanno altrettante, bisogna abituarsi alla lontananza dalla famiglia e a rinunciare al divertimento per poter essere in forma il mattino dopo a lavoro.

 

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

Foto: Michela Piccinini e Camilla Zetta

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