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Le parole limitano, la danza libera: intervista a Federico D’Ortenzi

Le parole limitano, la danza libera: intervista a Federico D’Ortenzi

 

Federico D’Ortenzi è nato a Roma e ha iniziato a studiare danza all’età di sei anni. Nel 2005 entra a far parte della Scuola di danza del teatro dell’Opera di Roma dove ha preso parte a varie produzioni del teatro quali: “lo Schiaccianoci” con Carla Fracci, “Trittico 900”, “Pinocchio”, “La Bella Addormentata”, “Carmen” ed altre ancora. Nel 2009 Federico è stato preso con Borsa di studio all’Accademia Teatro Scala di Milano dove ha preso parte a varie produzioni del teatro e della scuola quali: Morte a Venezia, Raymonda, Kylian, Gaîté Parisienne etc. Nel 2013 è stato personalmente invitato dal direttore artistico Franco De Vita a frequentare con una borsa di studio completa l’ultimo anno presso l’American Ballet Theatre Jacqueline Kennedy Onassis School dove si è diplomato nel 2014 sotto la direzione di Franco De Vita, Raymond Lukens e gli insegnanti François Perraut, Martine van Hamel e Lupe Serrano. Nella stessa scuola ha avuto occasione d’interpretare come Guest ABT nella “The Dutch Don’t Dance Division” nel NDT in Olanda, il ruolo del Principe nello Schiaccianoci. Nel 2014, D’Ortenzi si è unito alla “Washington Ballet Studio Company” sotto la direzione di Septime Webre e ha danzato produzioni quali “Schiaccianoci” di Septime Webre (danza Spagnola, danza Cinese, variazione del Russo, variazione della bambola Katchina) il “Lago dei cigni” (pas de quatre), “Alice nel paese delle meraviglie” di Septime Webre dove ha danzato ruoli da solista come il Pesce e i Gemelli ping e pong, tema e varazioni, Giselle, Bowie e Queen, Carmen e con la Studio Company ha danzato “Coppélia” (Franz), “Juanita y Aliciaas” (Solista) e “La bella addormentata” (Principe Desirè). È stato personalmente invitato dall’Ambasciata italiana a Washington DC per eseguire la coreografia di Mimmo Miccolis. Dopo tre stagioni con il “Washington Ballet” nel 2017 Federico è stato invitato a far parte del “Pennsylvania Ballet” sotto la direzione di Ángel Corella. In tutti questi anni Federico ha avuto modo di studiare e confrontarsi con insegnanti del calibro di Alessandro Molin, Pablo Moret, Denys Ganio (con il quale tuttora studia quando torna in Italia) Maurizio Vanadia, Frédéric Oliveri, Bella Ratchinskaia, Franco de Vita, Raymond Lukens, François Perraut, Martine van Hamel, Lupe Serrano e molti altri a cui deve la sua formazione. Artista poliedrico non ha mai smesso di confrontarsi con i vari stili di danza spaziando dal Classico al Contemporaneo alla Physical Dance di M. Sungani.

Gentile Federico, qual è stato il primissimo percorso iniziale che ti ha avvicinato al mondo della danza? Com’è nata la grande passione per questa nobile arte?

Caro Michele tutto è cominciato, come nella vita accade spesso, per puro caso. Ricordo che ero andato a prendere mia sorella a danza moderna in una scuola vicino casa, lì in mezzo a tutte le sue amiche è partita una sorta di sfida “Vediamo se sei capace a farlo…” mi disse, e così tra un passo e l’altro stavo danzando e mi piaceva! Decisi così di cominciare a seguire un corso di danza moderna fino a quando il mio insegnante, fermamente convinto che la danza classica stava alla base di tutto, consigliò a mia madre di farmi sostenere il provino per la Scuola del teatro dell’Opera di Roma all’epoca diretta dalla Signora Jorio, fu così che iniziò la mia avventura.

Che ricordi hai, in generale, legati alla Scuola di danza del Teatro dell’Opera di Roma?

Diciamo che è stata la mia prima casa, tra quelle mura è cresciuta la mia passione per la danza classica fatta di tanti sacrifici ma anche di tante emozioni, è stato infatti in questo periodo della mia vita che ho scoperto la magia del teatro prendendo parte a varie produzioni come lo “Schiaccianoci”, “Trittico 900” e con la scuola “Pinocchio”. Ancora oggi, quando di tanto in tanto, torno a Roma mi piace fare un salto a scuola a trovare tutte quelle persone ed insegnanti che mi hanno saputo crescere e ispirare all’epoca e che lo fanno tutt’ora.

Mentre del periodo trascorso alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala?

Se l’Opera ha segnato la mia infanzia la Scala sicuramente la mia adolescenza. Per la prima volta nella mia vita stavo da solo, lontano da casa e dalla famiglia, ma questo non mi ha fermato, anzi! Per me è stata un’esperienza fondamentale sia per professionalità della scuola e degli insegnanti sia perché sono capitato in una classe particolarmente stimolante, tutti i miei compagni, nessuno escluso, hanno contribuito alla mia crescita professionale e sono felice di vedere alcuni di loro come Angelo Greco, Jacopo Tissi, Filippo Valmorbida e Cristiano Principato realizzare il loro sogno nelle diverse parti del mondo. Chissà magari un giorno ci ritroveremo tutti insieme ancora una volta come compagni di sbarra.

Che emozioni hai provato a danzare sul palcoscenico milanese, uno dei massimi tempi della cultura e dell’arte nel mondo?

Devo dire che nonostante la mia giovane età ho avuto la fortuna di danzare in molti dei teatri più famosi al mondo, ognuno di essi occupa un posto particolare nel mio cuore però danzare alla Scala è stata un’esperienza impagabile, l’emozione di ballare sullo stesso palco dove hanno danzato ballerini che hanno fatto la storia della danza è indescrivibile.

Che allievo sei stato?

Beh forse questa domanda andrebbe rivolta più ai miei insegnanti… io mi considero un lavoratore, per certi versi anche un po’ ribelle, ad ogni lezione cerco di dare sempre il massimo e di andare oltre i miei limiti, adoro mettermi alla prova, confrontarmi ed imparare sempre cose nuove.

Com’è stata l’esperienza all’American Ballet Theatre Jacqueline Kennedy Onassis School dove ti sei diplomato?

Tutto è nato da uno stage a Forlì dove il direttore Franco de Vita mi diede prima una borsa di studio per la “Summer School” per poi successivamente propormi una borsa di studio per frequentare l’ultimo anno e diplomarmi alla “Jacqueline Kennedy Onassis School”. Quello che mi ha dato questa esperienza non è solamente la fortuna di lavorare con persone straordinarie e tutti ex-ballerini dell’ABT ma anche scoprire e confrontarmi, come non avevo mai fatto in vita mia, con diversi linguaggi stilistici che mi hanno sicuramente dato modo di essere più versatile.

Quali sono le emozioni più vive del giorno del Diploma?

Allora devo dire che in America o almeno nella scuola dell’ABT non esiste un vero e proprio “giorno del diploma” dove s’invitano amici e parenti e c’è la famosa consegna del diploma, ma semplicemente si ha un incontro e un colloquio con il direttore. Devo dire però che io considero come coronamento dei miei anni di studio l’opportunità straordinaria che mi è stata data di danzare come Guest dell’ABT Junior Company il ruolo del principe nello “Schiaccianoci” in tournée ad Amsterdam, quella effettivamente è stata l’ultima mia esperienza vissuta in veste d’allievo, anche se poi in un certo senso allievi si resta per tutta la vita.

Un tuo pensiero speciale per il direttore Franco De Vita, come ti ha arricchito sia artisticamente che umanamente e quali sono stati i suoi più preziosi consigli ed insegnamenti ricevuti?

Maestro e persona straordinaria, tutt’ora continuiamo a sentirci e questo mi fa molto piacere perché credo che il rapporto allievo-maestro non possa essere ridotto a quell’ora e mezza di lezione quotidiana ma è un qualcosa che va oltre. Sono assai legato alla sua persona, sempre pronta a tendere una mano, e a spronare gli allievi. Ricordo le sue lezioni estremamente chiare e precise; in inglese quando si parla di rotazione si usa il termine “Tourn out” invece a lui non piaceva e usava solo ed esclusivamente il termine in francese “En dehors” questo perché il temine in inglese è secco, tagliente e non da per così dire respiro… invece lui concepiva la rotazione come un qualcosa appartenente alla terza dimensione, un qualcosa d’infinito e tutto questo lo trovava racchiuso solo nel termine in francese.

Tra tutti i tuoi maestri, tra Roma, Milano, New York chi vuoi citare, in particolar modo?

So che è impossibile citarli tutti ma se sono arrivato fin qui è grazie a tutti coloro che hanno contribuito alla mia crescita e alla mia formazione, per questo colgo quest’occasione di ringraziarli tutti dal primo all’ultimo. In particolare il M° Alessandro Molin che ho sempre sentito molto vicino e che mi ha “iniziato” alla vera tecnica maschile, il M° Pablo Moret per i preziosi consigli che ogni volta mi riseva, il M° Denis Ganio per lo stile francese: elegante, chiaro, agile e veloce, il M° Maurizio Vanadia per tutta la mia formazione scaligera, i Maestri Raymond Lunkens, François Perraut, Martine van Hamel e Lupe Serrano per quella che è stata invece la mia esperienza americana e il M° Mvula Sungani e l’étoile Emanuela Bianchini che mi hanno aperto gli occhi e la mente insegnandomi il bellissimo stile della Physical Dance. Non posso non citare infine Paola Jorio, Frédéric Olivieri, Franco De Vita, Steptime Webre e Ángel Corella che hanno saputo guardare oltre la mia persona, credere nelle mie potenzialità e puntare su di me; ieri come allievo oggi come ballerino.

Poi sei entrato a far parte del “Washington Ballet Studio Company”, come è avvenuto questo ingresso e che aria si respirava in Compagnia?

È stato un incontro casuale quello con Septime Webre, stavo studiando alla scuola dell’ABT lui era venuto a vedere le classi e tra i tanti mi ha proposto di entrare a far parte della “Studio Company”. Effettivamente sono entrato in un momento, dal mio punto di vista, molto positivo della Compagnia, studiavamo sempre con loro e oltre alle nostre produzioni prendevamo sempre parte anche alle loro. Cercavano giovani ballerini versatili e forse io ho fatto proprio al caso loro, nelle produzioni ballavo tutto: dai ruoli principali al corpo di ballo e questo mi ha aiutato particolarmente perché da un punto di vista ero stimolato a fare di più e meglio, dall’altro a rinforzare il lavoro d’insieme nei passaggi di corpo di ballo.

Com’era strutturata la compagnia e verso quale repertorio è più incline?

Ho vissuto la compagnia sotto la direzione di Septime Webre e posso dire che spaziavamo molto dai grandi e intramontabili classici al repertorio di Balanchine, di cui mi sono innamorato in questo periodo, alle produzioni più moderne e a quelle coreografate dallo stesso Septime.

Cosa rende speciale Septime Webre alla direzione, secondo il tuo parere?

A lui va il merito di aver donato un’identità alla Compagnia sapendo cogliere l’evolversi del gusto ma anche dello stile nella danza, capiva il pubblico e per questo proponeva e programmava sempre spettacoli nuovi senza abbandonare i grandi classici. Con la sua direzione ballavamo produzioni anche per quaranta repliche e il teatro era costantemente pieno e pronto ad accogliere l’entusiasmo del pubblico.

Tra tutti i tuoi ruoli, danzati fino ad oggi, a quale sei più affezionato?

Forse lo “Schiaccianoci” è quello che mi appartiene di più come personalità, per non dire che fin ora mi ha accompagnato sempre nella mia vita, dall’Opera di Roma fino in America, mi piace ballarlo, mi mette a mio agio e mi fa sentire a casa. Devo dire però che mi sono affezionato piacevolmente e inaspettatamente anche al ruolo di Franz in “Coppelia” dove ho scoperto nuove qualità espressive e mi ha dato modo di studiare un ruolo meno lirico ma più fresco, felice e incalzante. D’altronde siamo in continuo mutamento e il maturare un ruolo dipende anche dal frutto delle nostre esperienze della vita, io mi ritengo giovane forse proprio per questo anche se alcuni ruoli mi piacerebbe ballarli, li ritengo ancora lontani rispetto alla mia esperienza di vita come la pazzia di Frederi per l’“Arlessiane” di Roland Petit comunque ogni cosa a suo tempo, si spera!

Cosa ti piace in particolare del mondo della danza “americana?

Non so spiegare bene ma l’America è un paese che trovo in costante evoluzione e questo per me è molto stimolante, non ci sono settori e lavori di serie A o serie B per questo la danza viene considerata molto e i teatri sono tanto frequentati, cosa che non avviene in altri paesi!! Ti porto un esempio molto banale, la prima cosa che mi ha stupito entrando in una sala di danza americana, è la grandezza! Sale enormi ma non solo nei teatri ma anche nelle scuole private… è bello vivere in un ambiente così!

Ora fai parte del “Pennsylvania Ballet”. Cosa ti ha spinto a lasciare il “Washington Ballet Studio Company” e cos’hai trovato di nuovo e stimolante arrivando in Pennsylvania?

È una domanda precoce perché ancora devo entrare nel vivo della Compagnia, per ora sono molto stimolato dall’idea del nuovo, ho tante aspettative anche perché la Compagnia ha un ottimo repertorio e il livello è alto. La mia esperienza a Washington si è conclusa un anno dopo quella di Septime e per me lui rappresentava una parte molto importante della storia di questa compagnia, penso quindi di aver preso in questi anni tutto quello che mi è stato possibile prendere da questa esperienza e che sicuramente mi porterò dietro per la vita.

Non hai mai nostalgia dell’Italia? Ti piacerebbe un domani rientrare e danzare in un Corpo di ballo nazionale?

Sono legato all’Italia perché è il paese dove sono nato cresciuto e ovviamente formato come danzatore, attualmente il mio sogno è continuare la mia carriera in America poi si sa il futuro è imprevedibile quindi mai dire mai.

Qual è il punto di forza in Ángel Corella?

È stato un grande ballerino per questo ha le idee chiare per quanto riguarda la compagnia e dove la vuole portare, non è sempre detto che un grande ballerino sia per forza un buon direttore ma nel suo caso è così. Lo stimo parecchio perché da piccolo era uno dei miei miti, e oggi poter lavorare con lui è un sogno che si avvera. Il suo punto di forza è la capacità di riuscire a creare un corpo di ballo omogeneo rispettando e non soffocando l’espressività naturale ed individuale degli artisti.

Cosa ricordi di più emozionante della serata presso l’Ambasciata italiana di Washington con il pezzo di Mimmo Miccolis?

A dire il vero tutta la serata è stata particolarmente emozionante anche perché per la prima volta mi è capitato di danzare in un luogo molto distante dal canonico teatro, ballavamo in un salone enorme e pieno di personalità e la coreografia di Mimmo mi vestiva come un bellissimo abito da sera. Poter rappresentare il nostro Paese è stato per me motivo di grande orgoglio, qualcosa che non dimenticherò mai.

C’è stato un momento particolare della tua giovane carriera in cui hai veramente creduto che il tuo sogno di diventare un grande ballerino stava tramutandosi in realtà?

La vita di un ballerino è fatta di alti e bassi, in molti momenti ti senti sicuro di te delle tue potenzialità delle tue scelte, mentre in altri ti senti perso. Sono stato molto fortunato perché il fatto di essere “scelto” in parecchie occasioni da coreografi o direttori mi ha stimolato ad andare avanti e credere in me stesso, sono queste occasioni ovviamente insieme alla magia del teatro che mi hanno dato modo di avvicinarmi sempre di più al mio sogno e di credere che forse stava diventando realtà.

Per il tuo pubblico, tu rappresenti la danza. Ma per te cos’è la danza?

Premettendo che le domande più semplici si rivelano essere sempre le più complesse, la danza per me è il desiderio di esprimersi, chi mi conosce bene sa che nel parlare non mi considero proprio un oratore né tanto meno uno scrittore …le parole limitano mentre la danza libera. Tutti abbiamo qualcosa da dire o da esprimere e la danza ci da proprio la possibilità di esprimerci senza riserve ed imprimere in un attimo irripetibile quella che è la nostra più profonda e sincera essenza.

Hai qualche trucco per tenere a bada la tensione, o gesto scaramantico prima di entrare in scena?

In generale non ne ho mai sofferto più di tanto forse perché ho avuto la fortuna di calcare dei grandi palcoscenici fin da piccolo. Non nascondo però che in qualche occasione importante la tensione c’era… il mio trucco? prima di salire penso “dai Federico hai danzato tante volte e in situazioni peggiori”!

Come è la tua giornata tipo? Quante ore provate in Compagnia?

Dipende da molti fattori, in generale mi sveglio vado a lezione la mattina presto e proviamo, dopo di che facciamo una pausa pranzo e poi ricominciamo a provare il pomeriggio, ovviamente se abbiamo spettacolo la giornata cambia radicalmente e diventa tutto più stressante. Vedo la mia vita come un grande puzzle da incastrare per ottenere il massimo risultato in tutto e per trovare degli spazi personali, ritengo indispensabile infatti avere un momento di stacco mentale dalla routine quotidiana che a lungo andare può diventare pesante e ripercuotersi anche sul fisico.

Con quale coreografo ti piacerebbe lavorare? e con quale ballerina ti piacerebbe danzare?

Mi piacerebbe ballare le coreografie di Nureyev perché nelle sue coreografie ogni gesto ha un significato, un sentimento e niente è lasciato al caso, e per me tutto questo è di fondamentale importanza, poi ovviamente anche dal punto di vista tecnico si tratterebbe di un bel banco di prova in cui cimentarsi. Adoro Marianela Núñez, vederla danzare è una gioia per gli occhi e sempre un’emozione unica, poter danzare con lei sarebbe un sogno!

Quali sono i tuoi progetti e i prossimi appuntamenti?

Progetti? beh ora come ora sono deciso e volenteroso di cominciare la mia carriera al “Pennsylvania Ballet” dove spero di poter intraprendere un bel percorso e continuare a crescere artisticamente e professionalmente… poi chissà la vita è un’eterna sorpresa!

 

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

 

Foto: Archivio

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