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“Kind of a crazy thing”. I documentari sulla danza, da Milano al Tribeca Film Festival

Hytlin-Ramasar-T.Peck J.Peck Ballet-422

La danza al cinema e nel cinema ha una lunga storia. Dai primissimi esordi ai grandi nomi della danza nei film, a recenti thriller ballerini e storie dell’american dream su sfide di hip hop, fino alle dirette nei cinema dai teatri internazionali.

Non mancano però anche i documentari che presentano il racconto dei protagonisti della danza, e aprile ha visto approdare nei cinema italiani (come evento, solo in alcune sale, e per soli due giorni) Fuoriscena, documentario di Massimo Donati e Alessandro Leone, che segue le vicende di alcuni allievi dell’Accademia del Teatro alla Scala, dall’inizio dell’anno accademico allo spettacolo finale, non solo allievi dei corsi di danza, ovviamente, ma anche di musica, management e dei laboratori.

Al Tribeca Film Festival, conclusosi lo scorso 27 aprile, le proiezioni dedicate alla danza erano due: una nella categoria dei film “di narrazione”, l’altra nella categoria “documentari”.

L’uno, di Stephen Belber, dal titolo Match, usa l’intervista-inchiesta sulla danza condotta da due dei protagonisti, per poi spostare il focus sulla storia più personale della coppia.

L’altro, il documentario, su cui ci soffermiamo, segue la realizzazione di una nuova produzione, e segue in particolare Justin Peck, giovane ballerino-coreografo del New York City Ballet, definito nel gennaio 2013 dalle colonne del New York Times il “terzo più importante coreografo per il balletto classico in questo secolo” (terzo dopo Wheeldon e Ratmansky, secondo l’autore, Alastair Macaulay).

Il documentario, intitolato Ballet 422, segue quindi la realizzazione della produzione originale numero 422, appunto, affidata a Peck nel 2013, il quale contemporaneamente portava avanti il suo ruolo di ballerino della compagnia.

Il regista, Jody Lee Lipes (noto al grande pubblico per aver girato degli episodi della fortunata serie tv Girls, ma non nuovo ai documentari su artisti e balletti: suo, infatti, anche NY Export: Opus Jazz, adattamento di un balletto di Robbins) lo segue dalle prime idee, attraverso le prove con la compagnia e le decisioni prese con musicisti, costumisti e tecnici per arrivare al debutto del suo Paz de la Jolla. Dal lavoro tutto personale, da solo in uno studio, di ascolto del brano di partenza (Sinfonietta la Jolla, di Martinu), fino all’estenuante lavoro con gli interpreti sui minimi dettagli della coreografia, il regista si porta il più vicino possibile alla creazione di un balletto; arrivando così anche all’effetto di stupore nel pubblico perché toglie dagli schermi l’idea del balletto come mondo fatato, e indugia anche sulla fatica, fisica e mentale.

Dice infatti il regista: “fare il ballerino è pazzesco…devi dedicare l’intera tua vita alla danza e la carriera finisce in breve tempo…Quello che mi ha affascinato è che fare danza, creare danza, sia l’unico obiettivo, davanti al quale il resto sfuma”.

Per questo, nell’acclamato finale del documentario, non ci si ferma sul grande debutto, ma si mostra Peck mentre, finito il ruolo di coreografo, rientra in sala prove come ballerino.

Che apprezziamo o meno Peck come coreografo, dato il lavoro di scrematura dalle ingerenze del regista (come le interviste o le occhiate dirette all’obiettivo e allo spettatore) speriamo che il documentario trovi presto una distribuzione anche in Europa, per non doverci accontentare di pezzetti trovati qua e là.

 

INFO:
www.ballet422.com

 

Greta Pieropan 

Foto di Jody Lee Lipes – Ballet 422 

www.giornaledelladanza.com

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