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Lindsay Kemp, il poeta della danza

Lindsay Kemp

 

Lindsay Kemp nasce sull’Isola di Lewis e cresce nel nord dell’Inghilterra, sin dall’infanzia s’innamora della danza, del teatro, del cinema. Terminati gli studi al Bradford College of Arts, si trasferisce a Londra dove frequenta la scuola del Ballet Rambert. Lavora in varie compagnie di danza, teatro, teatro-danza, cabaret, musical, mimo, ecc.. Nel 1962, forma la sua prima compagnia, la “The Lindsay Kemp Dance Mime Company”. In seguito sviluppa la propria sintesi tra diversi linguaggi teatrali privilegiando un approccio personale ed innovativo alla danza e al teatro, così nel 1968-1969 nasce “Flowers” e nel 1974 lo ripropone in una nuova versione “trionfale”. Ha così inizio un ventennio ricchissimo di successi che porta Kemp e la sua compagnia in ogni angolo del mondo. Precursore di un genere di danza onirico, ricco di contenuti e ispirazione, al limite dell’acrobatico e forte di effetti spettacolari ha influenzato molte compagnie che a partire dalla seconda metà degli anni ‘70 hanno contribuito a rinnovare i fasti della danza classica e contemporanea. In seguito produce le sue opere più significative e conosciute: Sogno di una notte di mezza estate (1980) Salomè (1977), Mr. Punch’s Pantomime, Sogno di Nijinscky o Nijinscky il matto (1983), The Big Parade (1984), Alice (1988) e Duende. Nel 1975 crea il balletto “The Parades Gone By” per il Ballet Rambert e nel 1977-78 “Cruel Garden” riproposto negli anni successivi dall’English National Ballet, il Berlin Deutschoper e il Huston Ballet. Lavora con successo anche per il Cinema e negli anni ‘90 proseguono i successi della “Lindsay Kemp Company”: Onnagata (1991), Cenerentola (1994) e Variété (1996). Kemp non ha mai smesso la sua attività di pittore e di insegnante, mediante mostre, incontri, conferenze e stage. Nel 1996 crea e interpreta per la compagnia del Teatro Nuovo di Torino il balletto “Sogno di Hollywood”. Nella stagione 2005/2006 interpreta il ruolo della fata Carabosse ne “La bella addormentata del “Balletto del Sud” di Fredy Franzutti e nel 2006 presenta lo spettacolo “Elizabeth”. Nel 2015 il Dipartimento di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano gli conferisce il Diploma Accademico Honoris Causa in Arti multimediali interattive e performative.

Gentile Maestro, la tournée di “Kemp Dances”, il suo ultimo spettacolo, sta avendo successo ovunque. Cosa porta in questo spettacolo e quali saranno le prossime date?

Kemp Dances in inglese vuole dire sia “le danze di Kemp” sia “Kemp danza”. Nessuno sa esattamente il mio mestiere, visto che sono (dicono) mimo, attore, danzatore, regista, coreografo, pittore, scenografo, costumista, insegnante, ecc… ma per me è un tutt’uno, e se devo cercare una sola parola che descriva la totalità, è che nella vita e nell’arte “danzo”. Come disse Bob Dylan, “I’m a dancer”… e parlava dell’anima, non dei piedi. Danzare è vivere con libertà e gioia, vivere sempre al massimo, eccedendo in tutto ma con equilibrio… equilibrio e abbandono sono le due facce del Dio della Danza. Vivo per danzare e danzo per vivere… a volte danzo senza muovermi (conviene, alla mia età!). La musica è tutto. È il raccontare storie ed emozioni. Kemp Dances è un libro di racconti – sette in tutto. Racconti e personaggi. Alcuni sono storie che narro da anni, ma vivono ogni sera in modo diverso. Hanno titoli – L’Angelo, Frammenti dal diario di Vaslav Nijinski, Il Fiore, Ricordi di una Traviata – che sono nati in vari periodi della mia vita, ma il contenuto cambia, perché sono autoritratti che riflettono chi sono nell’istante che li accendo sul palcoscenico. Amore, pazzia, memoria, sogno, furia, estasi, morte e amore ancora. E collaborazioni… qui in scena sono spesso solo, ma talvolta anche con altri quattro artisti di notevole spessore: soprattutto Daniela Maccari, collaboratrice insostituibile e Ivan Ristallo, Alessandro Pucci e James Vanzo. Mentre in sala, illuminandoci, c’è David Haughton, collaboratore da quarant’anni. Abbiamo appena fatto tre recite a Livorno, ora andremo a Trieste presso il Teatro Stabile il 10 novembre. Da febbraio affronteremo, con gioia, una lunga tournée in Spagna.

A breve terrà un Workshop a Genova al Teatro Akropolis, come si approccia ai futuri artisti del domani?

Che bella descrizione “artisti di domani”! Molto meglio che studenti! Ma li vedo nel momento, che siano giovanissimi, nell’apice della forza creativa, o anche maturi. Ogni classe è diversa, spontanea… la pianifico, ma seguo l’impulso immediato: molto dipende da loro, da come rispondono a ciò che chiedo loro. La missione è incentivarli a darsi, a lasciarsi andare alle proprie emozioni e poi a raccontare con il corpo e il cuore al pubblico. Sono lezioni di vita nella forma di “come trasmettere e comunicare con il pubblico dal palcoscenico”. È come far parte di un’orchestra di corpi comunicanti insieme. Un’orchestra che sappia improvvisare perché ascolta gli altri. Sono quindi lezioni di creatività collettiva: niente assoli, sempre connessi e in armonia con tutti gli altri… e con il pubblico immaginario che circonda lo studio dove c’è il Workshop. Tutto questo è tecnica, che praticano giocando, impazzendo, amando, spingendosi oltre. Se non fuggono dallo studio, si divertono e s’emozionano tantissimo! Sempre.

 

Come saranno strutturate le due giornate di Stage a Genova?

Il primo giorno del workshop, organizzato e ideato dall’associazione – D’Angel/Angeli della Danza e Teatro Akropolis, inizierà con una classe di circa tre ore, seguirà poi un incontro/conversazione con gli studenti, durante il quale guarderemo e commenteremo insieme anche qualche video di mie creazioni. Il secondo giorno alla classe seguirà una sessione sul trucco.

 

Quali sono stati i Suoi maestri, non solo materiali ma anche ideali?

Ho avuto maestri “materiali” importantissimi, alcuni non famosi ma per me fondamentali, in vari tipi di danza o teatro-danza. Alcuni più conosciuti, come Charles Weidman, Sigurd Leeder o Marcel Marceau. Ma forse i maestri meno materiali mi hanno insegnato ancora di più. E per me sono altrettanto materiali… spesso li sento fisicamente presenti in scena insieme a me. Come Isadora Duncan, Marta Graham, Merce Cunningham, Nijinski, Karsavina, Pina Bausch, Kantor, Kazuo Ono, Robert Helpmann, Maria Callas, ma anche tanti altri… Bette Davis, Buster Keaton, Greta Garbo, Federico Garcia Lorca, Grimaldi, Picasso, Mick Jagger, Marlene Dietrich, Matisse, Federico Fellini, Bach, Shakespeare, Lou Reed… mi fermo qui! Da tanti eroi ed eroine ho imparato tutto, identificandomi con loro. Diventavo loro finché loro diventavano me. Sono una gazza ladra insaziabile!

 

Un ricordo personale per Marcel Marceau, uno tra i più grandi maestri di mimo?

Ero molto giovane. In una fase dove miscelavo la danza e il mimo. Stavo per fare una recita di uno spettacolo quasi assolo, al Festival di Edimburgo, alle 10 di mattina, in una specie di palestra-teatrino di un’associazione parrocchiale e ho sbirciato attraverso il sipario per vedere se c’era un po’ di pubblico. Dieci persone. Poi ho visto che una di queste era lui, Marcel Marceau. Me la sono fatta addosso! Proprio lui! Metà del materiale dello spettacolo era basato sui suoi numeri! Comunque, alla fine è venuto a farmi i complimenti (anche se, disse, non è più mimo se uno salta!), e per fortuna non sembrava aver riconosciuto la mia versione dei propri pezzi. Però disse che le mie mani assomigliavano a salsicce, e che se fossi andato a trovarlo la settimana dopo presso l’Hotel Savoy di Londra (il top dei top), mi avrebbe regalato delle lezioni private. Incredibile! E così fu. E poi ci siamo incontrati a tanti festival e siamo diventati amici. E le mie mani sono diventate farfalle.

 

Nella Sua carriera ha avuto molti incontri illustri, ha creato per personaggi di diversa estrazione come David Bowie e Kate Bush. Chi ricorda con maggior trasporto artistico e affettivo?

Negli anni sono venuti ai miei workshop tanti artisti di ogni tipo e magari qualche anno dopo sono diventati famosi. Amo collaborare. Amo ammirare altri creatori e magari poi li conosco e sono stupito di trovare che loro ammirano il mio lavoro! E quindi, sì ho conosciuto e a volte collaborato con tante persone straordinarie… famose e non. Siamo una famiglia, no?

Cosa vuol dire per un coreografo o regista poter lavorare con un gruppo stabile, lei che in passato è stato direttore della sua celebre Compagnia la “Lindsay Kemp Company”?

Creare una compagnia come la nostra era la chiave che aprì la strada alle cime più alte. Forse è stata la mia creazione più straordinaria. Negli anni dal 1974 al 1990, soprattutto, ho sedotto ed assemblato un gruppo di giovani che per 15-20 anni è cresciuto con me, in spettacoli che hanno conquistato il mondo, come Flowers, Salomé, Sogno, Duende, Alice, The Big Parade e altri… un senso miracoloso di collettività umana e creativa irripetibile, un’avventura mondiale. Dalle stalle alle stelle… poi è venuto l’Aids e la metà se li è portati via. Sono sempre presenti però bisogna guardare “avanti”.

Un consiglio per tutti coloro che desiderano accostarsi, in modo professionale, alla danza?

Di essere coraggiosi, prendere il rischio… sarà durissimo, dovranno lottare e soffrire, ma finché si divertiranno e si dedicheranno con passione il consiglio è un solo: “non arrenderti”!!

 

 

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

 

 

 

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