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“Uphill”: Shang-Chi Sun armonizza in danza lo stress della vita

Shang-Chi Sun_Uphill © Ping Hsu

Lo scorso 10 dicembre al Teatro Duse di Bologna è stato dato il via a Circo Massimo Expanded, la seconda tranche di appuntamenti con la danza contemporanea facente parte dell’omonimo progetto artistico ideato e diretto dal coreografo Fabrizio Favale.

Ad andare in scena Uphill, una delle ultime creazioni di Shang-Chi Sun presentata in prima nazionale: evento a dir poco imperdibile.

Protagonisti solo tre danzatori maschili, senza alcun supporto scenografico se non un accurato uso delle luci – merito di Hans Fründt – in leggera discrepanza con l’apparato musicale. Ma, forse, tutto nella norma.

Il benvenuto al pubblico è scandito dalle graffianti note (uniche in tutto lo spettacolo) di musica elettronica di Jörg Ritzenhoff, sconvolgenti tanto per le emozioni del pubblico – catapultato improvvisamente in un’atmosfera da rave party – quanto per la visione del primo assolo di Martyn Garside, dai movimenti geometricamente calcolati e armoniosi, totalmente fuori sincrono col beat del sottofondo.

Una lunga sequenza di floor work per rialzarsi e procedere in una danza morbida, sinuosa, estremamente dinamica, scorrazzante per quasi tutto il palcoscenico a colmare il vuoto con la pura arte tersicorea.

Di lì a poco il trio giunge a formarsi, coordinandosi in intricate evoluzioni di contact dance, sviluppate (con qualche sbavatura) in slow motion. Intorno ai loro corpi si disegna un’aura di luce – reale e, oserei dire, spirituale – che li isola per un istante dalla realtà. Solo per un istante.

Questo tripudio di espressività e corpulenza, infatti, si rivela inevitabilmente per quel che è davvero, ossia un piccolo gruppo di uomini, soli, istintivi, egocentrici: danzano insieme, ma non all’unisono; interrompono drasticamente le sequenze altrui, creandone di nuove oppure no; sfociano nella pantomima più ironica e moralmente crudele, come quella che vede Garside spogliarsi quasi del tutto solo con l’uso della bocca morsicante e, poi, addentare il collo dello stesso Shang-Chi Sun a mo’ di vero predatore animale.

Fortunatamente il morso non affievolisce affatto la verve esplosiva con cui il coreografo taiwanese delizia la visione agli spettatori, roteando, fendendo l’aria coi ghirigori delle sue mani, ipnotizzando la platea con sguardi intensi e costanti respiri, canto ansimante dell’io più recondito.

David Essing, imponente emblema di forza e mascolinità, non è da meno nel “ricamare sul nulla” l’ordito di una performance delicata, a tratti sublime.

Ma allora perché il martellante sconquasso di suoni elettronici? Perché le luci pulsanti e stroboscopiche proiettate sul pubblico? E, soprattutto, perché uno stato d’imperitura ansia arriva a pervadere persino l’animo di chi sta assistendo? La risposta Sun la dichiara proprio nel titolo: uphill, “in salita”, proprio nell’accezione avverbiale con cui si parla delle imprese più ardue e insormontabili.

Il fil rouge dell’azione finalmente si annoda e tutto trova un senso: l’intera coreografia è un avvicendarsi di tante altre coreografie, proprio come la vita di ognuno di loro (e di noi) è un continuo avvicendarsi di altre vite, spesso in corsa, a volte in fuga, sempre con sacrificio.

Allo stremo delle forze, i danzatori si avviano, dunque, alla conclusione, accompagnati dallo sfumare del boccascena verso il buio e il silenzio originari: un ciclo vitale si chiude, una nuova danza l’indomani comincerà.

E il pubblico come affronterà ancora le sfide “in salita”?

 

Marco Argentina

www.giornaledelladanza.com

Shang-Chi Sun / Uphill © Philipp Dümcke

Shang-Chi Sun / Uphill © Ping Hsu

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