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Julio Bocca: sono stato io a chiedere a mia madre di studiare danza per fare il ballerino

Julio Bocca argentino, danzatore tra i più brillanti e irripetibili della scena mondiale, con le sue performance perfette ha incantato e sedotto le platee dei teatri più importanti, diventando nell’immaginario di tutti una stella, un’icona della danza mondiale.

Gentile Julio, andando indietro nel tempo quali sono i primi ricordi che affiorano legati alla danza? Com’è nata questa sua nobile passione?

Mio nonno era italiano, nella nostra casa c’è sempre stata l’arte. Vengo da una famiglia della classe media, mio nonno ha fatto studiare a mia madre il piano, il violino, la danza. L’arte è sempre stata al primo posto nella mia famiglia, sono stato io a chiedere a mia madre di studiare danza per fare il ballerino.

Quali sono i ricordi più belli legati a tutto il periodo alla scuola di ballo del Teatro Colòn?

La prima scuola che ho frequentato è “Expresión Corporal”, la Scuola Nazionale di Danza qui a Buenos Aires. Ho iniziato a 7 anni. Il mio maestro era un ballerino del Teatro Colòn, e ha proposto a mia mamma di presentarmi lì. Sono andato a fare l’audizione quando avevo 8 anni, ma per entrare il limite era di 10. Essendo l’unico uomo mi hanno preso comunque subito, per fortuna. Sono nato a Munro, in provincia di Buenos Aires, e ogni mattina mi svegliavo, mangiavo, prendevo il treno, poi il bus, così in un’ora e mezza arrivavo in centro da solo. In quell’epoca andavo alla Scuola Nazionale di Danza la mattina, poi alla scuola primaria, e dalle 18.30 alle 21 al Teatro Colòn. Poi tornavo alla Scuola Nazionale, dove lavorava mia mamma, e tornavamo insieme a casa.

Tra tutti i suoi maestri di allora, a chi va la maggiore gratitudine?

Per fortuna ho avuto tanti maestri meravigliosi. Tra i primi c’è stata mia mamma. Poi durante le scuole c’è stata María Luisa Lemos, era molto brava con i dettagli, con la compostezza della forma, con la presentazione del ballerino. Quando a 14 anni sono andato a Caracas ho trovato altri due grandi maestri, Ninel Jultyeva e José Parés. Poi ho avuto la fortuna di conoscere Gloria Kazda, maestra di Buenos Aires e ballerina del Teatro Colòn. Lei mi ha preparato per andare a Mosca. Dopo di lei ho conosciuto Maggy Black a New York e infine il mio grande Maestro Burmann .

Proprio recentemente è scomparso il suo grande maestro Wilhelm Burmann.

Dopo che ho conosciuto Wilhelm Burmann e ho avuto la fortuna di lavorare con lui come professionista per circa 22 anni, mi è cambiata la vita. Lui ha cambiato il mio modo di ballare, la mia muscolatura, mi ha insegnato a ballare ‘allungandomi’ di più. Così tutti mi vedevano come fossi un ballerino di due metri, ma non lo sono. Lui mi ha cambiato molto. Ora è andato via, ma serenamente. Per questo sono grato, e sono grato anche per tutto quello che mi ha dato. Porterò avanti i suoi insegnamenti, il suo amore per la danza, per la qualità e per la perfezione nella danza. Mi fa male che sia andato via in questo momento, senza neanche poter prendere un aereo per stargli accanto. Ho avuto la fortuna a febbraio di averci parlato a New York, e anche di avergli potuto dire due parole quando era già in ospedale. Ma mi manca moltissimo. Per me è stato come il padre che non ho avuto la fortuna di avere, perché non mi ha riconosciuto alla nascita. Ho avuto solo mio nonno a farmi da padre, ma spesso Wilhelm Burmann è stato anche questo, oltre che un amico e un professionista. È uno di quegli incredibile maestri della danza, sono pochissimi al mondo. Lui è uno di quelli.

Mi racconti, se è possibile a parole, l’attimo prima di entrare in scena all’American Ballet Theatre.

La prima volta che sono arrivato sul palcoscenico dell’American Ballet è stato nel 1986, ad Orange County, vicino a Los Angeles, in California. Uno dei primi spettacoli è stato Lo Schiaccianoci di Baryshnikov. Mi ricordo che ero nervosissimo. Ma ricordo anche un regalo, che ancora conservo, ricevuto da parte dei ballerini solisti principali della Compagnia: uno schiaccianoci bianco, bellissimo, un pensiero per la mia prima. Mi avevano sempre detto che gli americani erano freddi e distanti, ma per me non è mai stato così. Quel primo spettacolo è stato incredibile.

Oltre a lavorare con queste grandi produzioni e coreografi, ricordo in quegli anni uno dei miei primi “Giselle”. Ricordo anche un caso con Wilhelm Burmann al Metropolitan di New York: era un mercoledì e all’epoca il mercoledì facevamo due spettacoli. Lo spettacolo per il matinée con Baryshnikov appunto in Giselle. Lui ha avuto un problema al piede, così hanno chiesto di farlo a me. Immagina: Metropolitan pieno, tutti volevano vedere Baryshnikov e io dovevo sostituirlo. Per fortuna è stato uno spettacolo meraviglioso.

Tra tutti i ruoli danzati quali hai amato particolarmente e perché?

Quello che ho sempre voluto e amato era stare sul palcoscenico, non importava il ruolo. Ma se devo scegliere, mi sono sempre piaciuti tutti i ruoli reali, come Romeo e Giulietta, Don Chisciotte e La Bisbetica Domata, che ancora raccontano una vita reale sulla quale lavorare. Ricordo anche Amleto, in cui facevo Jago, cioè il male. Non c’era solo la storia, ma dovevo anche raccontare come sentivo quel personaggio. Mi piaceva molto anche il balletto di carattere, in pochi lo fanno.

Tra tutti i grandi del passato, c’è qualcuno a cui si è ispirato o comunque che ritiene un modello per stile e tecnica?

Ho avuto la fortuna di conoscere dal vivo Vladimir Vasiliev. Per me lui è stato un grande idolo, per la sua personalità, per la sua tecnica incredibile, la parte artistica, ma anche per il tipo di partner che era, per esempio con Ekaterina Maximova. Ho imparato tantissimo da lui. Penso poi a Nureyev, il primo ballerino che ho visto dal vivo nel 1971 al Teatro Colòn. Mio nonno mi ha portato lì a vedere lui e poi ad una partita di calcio tra Boca e River, due grandi squadre argentine. Ho guardato tutti i ballerini che hanno fatto parte della mia generazione, ma spero che tutte le generazioni continuino a guardarli, perché hanno fatto cose incredibili. Qualità ed eccellenza dell’arte della danza. Ho avuto anche la fortuna di ballare con Carla Fracci la sua ultima Giselle al Metropolitan Opera House, sono stato suo partner proprio in quel momento. E poi con Natalia Makarova, con Cynthia Gregory, il tour con Maya Plisetskaya … Sono veramente fortunato.

Mi racconta il suo incontro con Alessandra Ferri? Quali sono la magia e il successo che vi legano?

Che posso dire di Alessandra? È stata una fortuna che pochi hanno nella vita. È un’anima gemella della danza, per me, un amore speciale, una confidente, una sicurezza, è fiducia. Con Alessandra abbiamo iniziato con Giselle e Romeo e Giulietta, e da lì abbiamo ballato un po’ di tutto insieme. È un amore vero, senza mai essere stati a letto insieme! Questa è stata l’idea più intelligente che abbiamo avuto, infatti. Tra noi è rimasta curiosità e non si è perso niente. Ancora dobbiamo conoscerci di più, sempre di più. Io amo Alessandra e lei lo sa. Credo che la coppia che abbiamo creato nel balletto sia incredibile. Ci guardavamo, provavamo, e facevamo Romeo e Giulietta. Senza nessun problema: questa è Alessandra per me. Quando avevo poco più di trent’anni avevamo appena finito uno spettacolo e ricordo di averle detto: “Grazie, adesso mi sento al tuo stesso livello come artista”. Questo perché come artista, sin dal primo giorno, lei per me è stata incredibile. Io ho dovuto imparare tanto, lei mi dava e tirava fuori molta della mia arte. Quella è stata la prima volta che mi sono sentito al suo livello, è stato meraviglioso raggiungere quella sicurezza.

Nel 1990 ha fondato lo Julio Bocca Ballet, con cui si è esibito in tutto il mondo. Mi racconta quel momento?

Ho provato due volte a portar fuori il balletto argentino dal Teatro Colòn di Buenos Aires, ma per diversi motivi la prima volta ho dovuto cancellare quasi tre mesi di tour per l’Europa. Anche la seconda volta abbiamo dovuto cancellare, ma ho chiesto al Teatro Contemporaneo del San Martin e ci siamo uniti a loro in tour: è uno dei corpi di ballo più forti del Sudamerica, e per me anche del mondo. Poi ho detto basta, voglio dare la possibilità ai giovani ballerini di avere un lavoro. In quel momento, in Argentina, tra un’audizione e l’altra potevano passare 15 anni prima che si liberasse un posto, perché la compagnia di ballerini del Teatro Colòn è stabile. Così c’era una sola compagnia che lavorava e tanti ballerini giovani e talentuosi, che finivano magari a lavorare in un ufficio, senza che il loro talento esplodesse. Con il balletto argentino abbiamo girato il mondo, con un nostro repertorio e 18 ballerini. Ho chiesto a Lidia Segni, prima ballerina del Teatro Colòn, di fare la direttrice della compagnia mentre io lavoravo con l’American Ballet. Sceglievamo insieme il repertorio e abbiamo portato in scena opere di Martha Graham, José Limón, Balanchine, coreografi argentini come Oscar Araiz, Ana Maria Stekelman, e coreografi italiani come Mauro Bigonzetti, Vittorio Biagi, e ancora per la Spagna José Antonio, più i classici passi a due. Finché a Buenos Aires abbiamo fatto un’audizione per avere ancora più ballerini nella produzione. Abbiamo girato tutta l’Argentina, anche i piccoli paesi. Adesso questi ballerini lavorano in tutto il mondo, New York, Boston, Amburgo, Finlandia. Dopo vent’anni abbiamo dovuto chiudere. Tante volte era difficile, l’intera compagnia veniva pagata quanto venivo pagato io per un’esibizione. Così spesso dividevo il mio compenso tra le 22 persone della compagnia, ballerini e maestranze. Ero felice di farlo. Siamo stati una delle prime compagnie a ballare nel museo dell’Ermitage e a Lincoln Center. Poi ho creato una fondazione che ancora continua, dopo più di vent’anni, a dare ai ballerini la possibilità di imparare la danza in Argentina (ma anche in Perù, in Messico e negli altri paesi dell’America latina) anche a chi non ha soldi per studiare.

Quanto è cambiata la danza?

È cambiata moltissimo. Alla mia epoca un ballerino si preparava duramente nella danza classica o contemporanea. Adesso non c’è più questo. In tutte le grandi compagnie del mondo un ballerino deve saper fare tutto al cento per cento. Personalmente mi manca un po’ la parte artistica, la personalità del ballerino. Tecnicamente fanno cose incredibili, ma anche noi le facevamo; però eravamo più curiosi. Ora sono maestro e ricordo che quando Wilhelm Burmann mi chiedeva qualsiasi cosa, io la facevo. Non obbiettavo mai nulla, non importa come, ma ci riuscivo. Ora gli allievi fanno molte domande prima di raggiungere un risultato. I ballerini vanno accompagnati di più anche nella conoscenza del loro corpo. Sto imparando moltissimo anche in questa mia nuova tappa da ballerino.

Un suo sogno?

Spero che con questo Covid-19 impariamo tutti che la cultura e l’educazione vivono insieme. In ogni scuola del mondo arte e cultura devono essere presenti nell’educazione, parte della crescita del piccolo. Così che i piccoli possano iniziare presto a sognare e a scoprire il piacere di quello che li rende felici. Un altro sogno sarebbe quello di avere in Sudamerica una scuola di arte della danza, come esiste in diverse parti del mondo.

Sara Zuccari

Direttore www.giornaledelladanza.com

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