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Luca Masala diretore dell’Accademie Princesse Grace di Montecarlo si racconta al Giornale della Danza

Cari lettori ho raggiunto tramite la piattaforma zoom, il direttore dell’Accademie Princesse Grace di Montecarlo, Luca Masala, abbiamo avuto una bellissima e piacevole conversazione di quasi un’ora affrontando svariati argomenti l’emergenza covid19, la scuola e soprattutto la formazione dei ragazzi.

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Caro Luca tu dirigi una scuola importante, l’Accademie Princesse Grace di Montecarlo, e lavorando nella formazione, nel nostro campo, una formazione tecnica, ma soprattutto artistica, come è stato vivere questa emergenza? Come hai affrontato questo impatto così violento che ci ha fatto cambiare dall’ oggi al domani?

È stato inaspettato. Guardando indietro, a gennaio, adesso, era ovvio che sarebbe successo. Siamo riusciti a rimpatriare tutti i nostri allievi che è stata la cosa più difficile perché abbiamo allievi provenienti da diciassette nazionalità. In un weekend abbiamo dovuto trovare i biglietti aerei per far riuscire a tornare i ragazzi al loro paese. Dopo di che, alcuni allievi sono stati confinati nelle loro stanze. Mi sono preso un paio di giorni di riflessione, non volevo accettare che i ragazzi dovessero tornare a casa e non fare niente per diversi mesi. Parlando con lo staff abbiamo cercato di capire cosa si potesse fare, cosa si potesse costruire in questa situazione, come avremmo potuto aiutare gli allievi.

Abbia pensato a come dare un nuovo plain a come dare lezioni di danza, di come responsabilizzare i ragazzi, di come fargli apprezzare le poche cose che hanno, visto che si parla di una generazione in cui non è molto presente lo spirito di sacrificio. È una situazione molto difficile per loro; siamo riusciti a stare al loro fianco, quest’anno sono quarantasette, con molti discorsi siamo riusciti a fargli capire cosa stesse succedendo e che la scuola non fosse chiusa. Io stesso sono nel mio ufficio dalle 9.00 del mattino alle 19.00, tutte le riunioni con i ragazzi le faccio dal mio ufficio è lì che ci parliamo sempre e voglio che rimangano in questo spirito, nello spirito dell’accademia.

Da qui do le mie lezioni, i maestri le danno da casa. Dal 4 maggio alcuni maestri vengono qui con un pianista e danno lezioni dagli studi. Il primo impatto è stato quello di dire a noi stessi ok, cosa possiamo fare? Cosa possiamo prendere di positivo da questa situazione. Partendo da qui ho riprogrammato la giornata. Dopo molte settimane di lavoro posso dire di essere soddisfatto.

S: Ecco, questa giornata come è stata riorganizzata lavorando a distanza?

L: Abbiamo iniziato con Whatsapp, creando gruppi. Un gruppo ufficiale con tutti gli allievi dell’Accademia più me, altri sette di lezioni per le sette classi che abbiamo, gruppi di storia della danza, gruppi di musica, gruppi di pilates, gruppi di Once upon a time, quindi gruppi creativi e di composizione. I ragazzi devono seguire le lezioni una volta alla settimana devono salvare i video dei maestri eseguirli e inviarli poi a loro che vanno a correggere; una settimana dopo li inviano di nuovo con le correzioni. Una o due volte a settimana hanno lezioni private con noi, altrimenti hanno dei video che gli inviamo. Durante la settimana hanno lezioni di danza, di composizione con progetti molto validi; hanno storia della danza ogni due settimane, in poche parole noi gli diamo un coreografo, come Jean-Christophe Maillot, e loro devono scegliere un balletto, ad esempio Romeo e Giulietta. Devono quindi parlare di Romeo e Giulietta di Jean-Christophe Maillot; si intervistano da soli, videoregistrandosi, e lo fanno in inglese, noi a scuola insegniamo anche a parlare in inglese. Ogni due settimane cambiano; gli ho dato una lista di trentasei coreografi diversi da Maillot, Petipa a Ratmansky; loro scelgono e poi ce lo inviano.

Ogni giorno hanno lezioni di pilates e una volta a settimana hanno a disposizione il maestro personale per loro e solo una volta alla settimana devono videoregistrarsi. Hanno poi questi progetti di composizione; si tratta di una materia in Accademia molto importante, i ragazzi imparano a creare per loro stessi. Non ha come scopo necessariamente di fare di loro dei coreografi ma di permettergli di avere un vocabolario proprio e creativo, a creare un loro universo. Abbiamo finito un progetto questa settimana, sono arrivati i video proprio ieri e oggi; si trattava di un passo a due o con un oggetto o una persona di casa.

Dunque per loro non è stato solo un allenamento, ma anche ricreare qualcosa di scenico…

Esattamente, il nostro scopo era proprio questo. Ogni giorno ho quattro o cinque allievi che mi chiamano, anche solo come supporto. Da noi funziona così. Per noi il dialogo è qualcosa di molto importante; ultimamente c’è stata una ragazza a cui io ho detto di fermarsi, è in un periodo molto particolare. Ma le ho anche detto che quando la scuola riaprirà potremo riparlarne, fare dei test.

Questo periodo, abbiamo cercato di spiegare ai ragazzi, sta tirando fuori il meglio e il peggio di noi. Riusciamo anche a vivere emozioni belle e delle cose orribili. Molti di loro, poi, vivono situazioni difficili anche in casa, ecco perché per noi il dialogo è costante e fondamentale. Il lavoro è tanto, a volte mi chiedo ‘ma chi me lo ha fatto fare?’, ma era importante e lo faccio per passione.

Adesso le faccio una domanda doppia: cosa pensa, come sarà la ripresa? Soprattutto in relazione al fatto che lei è italiano e che quindi avrà, in qualche modo, un piede in Italia e l’altro nello Stato dove svolge la propria attività nell’ambito della danza, ha notato la differenza tra l’organizzazione politica e governativa del Paese in cui è rispetto all’Italia, relativamente anche alle accademie e le scuole di danza?

La prima è una domanda difficile. I nostri ragazzi vengono da diciassette diverse nazionalità, non sappiamo come e quando potranno muoversi. Se avessi avuto i ragazzi qui, avrei potuto, certo in maniera diversa, cominciare. Ho un internato, quindi bastava non farli uscire e fargli dei test. Ho preferito mandarli a casa perché non sapevo quanto tutto questo sarebbe durato e capendo la pericolosità non volevo che i miei allievi avessero problemi con le famiglie. Non è stato un errore, ma oggi dico peccato. Nel frattempo ho chiesto al governo di poter ricominciare ad agosto, ma ancora non so quanti voli ci saranno. Anche dovesse verificarsi un’altra quarantena, preferirei che fosse qui. L’Accademia è una villa di 3000 metri quadrati, quindi potrebbero tranquillamente stare qui; se i genitori accettassero, per potrebbero rimanere qui fino a che le cose non torneranno alla normalità. Per quanto riguarda invece la seconda domanda, si è vero sono italiano, me ne sono andato quando avevo quattordici anni per la semplice ragione che pensavo che l’Italia non avesse poi così tanto da offrire. Questo perché ero a Alla Scala di Milano e tutti i ballerini venivano dall’estero. Ho cominciato quando c’era Elisabetta Terabust; alla giovane età di quattordici anni vedevo i ragazzi che si diplomavano e un anno dopo sembrano dei pensionati, quindi mi sono detto ‘non voglio diventare così, voglio avere passione’. Ho lasciato la scuola e io e mia sorella abbiamo abbandonato Alla Scala di Milano e siamo partiti. È vero quindi che un piede in Italia ce l’ho, ma è anche vero che la danza mi ha allontanato dall’Italia, purtroppo. Devo però anche dire che qualcosa è cambiato; Alla Scala sono cresciuti Massimo Murru, Roberto Bolle e tanti altri bravi ballerini, è cambiata la politica che c’era quando io ero bambino. Oggi non mi sento di criticare l’Italia, non la conosco più molto. Quando mi hanno chiesto di diventare direttore qui, e mi hanno richiamato loro dopo vent’anni, è stato come dire ‘wow, adesso posso rimettere a posto quello che non va’. Quindi ho ripensato alla mia storia, alla scuola de Alla Scala di Milano e pensato di voler ricreare i criteri di selezione che avevano lì: su duemila persone solo dieci riuscivano a entrare e solo cinque arrivavano a finire gli otto corsi e a entrare nelle compagnie. Volevo esattamente questo. Volevo poi aggiungere la mentalità della School of American Ballet e la piccolezza dell’Academie che cullava un po’ gli allievi. Questi sono i tre ingredienti da cui sono partito. Rispetto all’Italia, il governo di Montecarlo mi ha dato la possibilità di cercare sponsor e abitando in Paese abbastanza ricco sono riuscito a mettere a punto delle borse di studio per ogni allievo. Aggiungo anche che ho perso degli sponsor, ma il Governo ha rimborsato tutto quello che ho perso e il prossimo anno potrò comunque assegnare le borse di studio. Questo principato appoggia molto l’Accademia e l’arte in generale; la Principessa Carolina è la mia Presidentessa, la famiglia reale viene a vedere gli spettacoli. Il famoso 13 marzo, il ministro della Cultura mi ha chiamato per confrontarci sul da farsi. Questa è stata una grossa fortuna che altre realtà in Italia non hanno avuto, anche perché è un Paese molto più grande. Non posso criticare l’Italia, posso però dire che qua ci hanno la possibilità di ottenere risorse e di confrontarci sui progetti. Quello che vedo in altre realtà, senza voler criticare nessuno, è che spesso un direttore deve adattarsi a dei progetti già fatti, pur sapendo che magari non funzionerà, e non può presentare il proprio. Quando ho presentato il mio progetto ho detto chiaramente che volevo che questa diventasse una delle Accademie più importanti al mondo e che tutti i ragazzi che avessero portato a termine i cinque anni avrebbero ottenuto subito un contratto di lavoro. Hanno creduto alle mie parole, al mio progetto. Mi hanno anche detto che non avrei dovuto sbagliare nulla.

S: E ci è riuscito; la sua è una delle accademie più prestigiose. I suoi ragazzi partecipano a importanti concorsi, sono bravi e hanno caratteristiche fisiche e tecniche specifiche, si vede che sono curati a 360°…

L: Sì. Ribadisco, la mentalità nella selezione degli allievi me l’ha regalata l’Italia. Non utilizzo gli stessi criteri fisici della scuola Alla Scala, certi piedi e certe gambe. In Accademia non è così: ho dei ragazzi che hanno piedi a martello! Tutti quanti loro hanno un qualcosa che fa si che per loro valga la pena fare questo mestiere. Anche i maestri hanno tanta passione e credono in questo concetto; non si sentono di regalare il proprio sapere a chi non lo userà mai. Vogliono regalarlo a chi lo prenderà e lo porterà avanti e sua volta potrà trasmetterlo a qualcun altro. Questa è una tradizione e funziona bene. Ringrazio sempre il Governo che ci ha dato la possibilità di credere; più che altro ci ha permesso di provarci. Il direttore non può essere un impiegato e adattarsi, deve proporre progetti. Qui ogni giorno io faccio il giro dell’Accademia, anche adesso, per verificare che sia tutto a posto.  

Lei ha detto “i miei allievi hanno un qualcosa”, ecco non parliamo di qualcosa di astratto, è sicuramente tutto quello che ruota intorno alla danza, che è una passione che nasce dal cuore. Questo qualcosa è quello che tu trasmetti come linea guida, come una piramide: dalla punta alla base. Che cos’è la danza per Luca? Cosa trasmette ai suoi allievi?

Per me la danza, a quarantotto anni, avendo visto da bambino mia mamma e mia sorella partire per la danza e avendo sacrificato tanto per la danza, per me ha sempre rappresentato una costante, una colonna portante che c’era sempre. La danza è la mia vita. In un primo momento c’era lo studio della danza, poi il palcoscenico e quello che avevo arrivava a un pubblico. Sono stato maestro di ballo a Tolosa, ho coreografato.

Oggi la danza per me è la passione di poter trasmettere. Posso fare lezioni, coreografie e così via. La danza ti arricchisce e arricchisce le persone a cui la trasmetti. È un rivelarsi ogni giorno, svegliarsi ogni giorno con questa passione. Lo dico spesso ai miei allievi: le lacrime di tristezza poi si trasformano in lacrime di gioia, ne vale sempre la pena.

Quando sono entrato dieci anni fa in quello che ora è il mio ufficio, mi sono ricordato di quando ero bambino e ho rivisto i miei vent’anni di carriera; tutti i sacrifici, i pianti e tutte le cose che sono andate male. Ma ho detto ‘wow, ne è valsa la pena’. Questo voglio trasmettere ai ragazzi, voglio che facciano qualcosa che li faccia stare bene. Sa io sono un ipocondriaco, ma agli allievi mostro solo la bellezza di questa passione, di questo mestiere. Chiunque lavori qui deve trasmettere questo, anche il guardiano.

Tre cose che per Luca Masala un allievo modello deve avere.

La passione deve esserci, può mancare. Poi cercare di non essere un allievo modello: dico spesso ai ragazzi ‘bisogna essere un buon generale, ma anche un buon soldato’, questo significa alzarsi e obbedire. Ma i miei allievi devono saper prendere le decisioni con onestà, ecco la seconda cosa è l’onestà. In ultimo direi la generosità: devono danzare per dare e non solo per ricevere. Passione, onestà e generosità. Anche un po’ di egoismo, ma i tre ingredienti principali, per me, sono quelli.

Sara Zuccari

Direttore www.giornaledelladanza.com

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