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Fabrizio Monteverde si racconta in esclusiva al giornaledelladanza.com

 

Il prossimo 10 febbraio, al Teatro San Carlo di Napoli, andrà in scena “Otello” di Fabrizio Monteverde. Il coreografo si racconta in esclusiva al giornaledelladanza.com

Il tuo stile e la tua estetica come coreografo…

È sempre difficile definire se stessi e il proprio lavoro, io penso di essere un po’ camaleontico, nel senso che mi faccio condizionare molto dal tema che sto affrontando e dalla musica, però a me piace molto la definizione “neoclassico”, più che coreografo contemporaneo, perché io sono un “corrotto”, in un certo senso, da contemporaneo mi sono fatto corrompere dalle belle linee e dai bravi danzatori.

Tu hai esordito come attore, quindi la tua conoscenza artistica abbraccia più ambiti, cos’è il teatro per te, in senso totale?

Il teatro è vita, io non riesco a separarlo dalla vita. Per me il teatro è una lente di ingrandimento della vita.

La genesi dei tuoi processi creativi…

Io non mi sono mai ispirato a una musica, strano forse per un coreografo, io parto sempre da una storia, da un’idea e non solo, penso anche che non tutte le storie possano essere trasformate in danza, a parte grandi capolavori, ovviamente. La letteratura e il cinema sono per me fonte di ispirazione quotidiana. Parto dalla narrazione, devo avere un canovaccio che mi intriga, sul quale posso lavorare, non sono molto astratto, a me piace molto raccontare storie, forse proprio per la mia provenienza dal teatro, che mi ha insegnato questo.

E come arrivi al messaggio da trasmettere?

Questa è una domanda che detesto, perché io non trasmetto assolutamente messaggi. Negli enti lirici ti chiamano solitamente “Maestro”, ma io continuamente dico che non ho imparato niente e non voglio insegnare niente. Non voglio trasmettere messaggi, penso che all’interno di qualsiasi lavoro ognuno poi debba cercare un proprio messaggio. Ciò che io cerco di trasmettere è la mia visione, da bravo visionario, ma un visionario non può raccontare la verità assoluta.

E cos’è la creatività per te?

La creatività è il motore della vita e non parlo solo di teatro, ti può far vivere la vita ancora con un minimo di curiosità e con qualcosa di inaspettato.

Il tuo approccio ai danzatori, cosa ricerchi, oltre, naturalmente, alle doti tecniche?

Cerco una sensibilità comune, vicina in un certo senso. Questa domanda si potrebbe fare a un innamorato, che cerchi dall’amore, è la stessa cosa, non si sa molto spesso perché uno si innamora realmente di un danzatore. Guardando José Perez e Anbeta Toromani in prova in Otello pensavo che è molto bello lavorare con dei danzatori così, perché hanno una sensibilità e un’intelligenza chiara, cercano di comprendere come e per un danzatore è anche molto complicato, perché ogni coreografo chiede qualcosa di diverso.  

Molteplici i titoli all’attivo nella tua produzione coreografica, ma cosa senti di non aver ancora esplorato nell’universo creativo, cosa vorresti realizzare ancora, provare a entrare in che dimensione?

Sinceramente la mia grande aspirazione in questo momento è trasferirmi a Cuba! A parte questo… ho grandi sogni, ma in Italia i sogni son desideri, quindi si lavora anche in maniera inaspettata, devi essere pronto ad avere un’idea all’ultimo momento, è difficile programmare qualsiasi cosa e io sono un pigro di natura, perché amo molto vivere e non sto certo ad aspettare vicino al telefono una chiamata. Ora ho diviso la mia vita tra l’Italia e i Caraibi, quindi, quando non lavoro, mi godo la vita vera. Ho varie idee, ho uno Schiaccianoci in mente, il mio sogno è realizzare una megaproduzione, ma questo è il momento più sbagliato per un simile desiderio.

Quanto conta l’aspetto puramente emozionale nella tua composizione coreografica?

Per me è fondamentale. La mia grande soddisfazione ultimamente, dopo il mio Lago dei Cigni, è stato vedere il pubblico che piangeva. Questa cosa mi ha fatto capire che sto lavorando bene, in un certo senso, ho ottenuto ciò che volevo.

Parliamo della produzione che ti vede impegnato a Napoli, al Teatro San Carlo, “Otello”. Si tratta di un lavoro che ha esordito anni fa e che ha già avuto moltissimi repliche con grande esito di critica e di pubblico, la tua chiave di lettura di questa tragedia shakespeariana?

Come ho già detto, le fonti di ispirazione per me sono letteratura e cinema e la mia chiave di lettura di quest’opera parte proprio da un film, appunto, Querelle de Brest  di Fassbinder, che ha dato il look allo spettacolo, ma, in fondo, in questo allestimento io racconto proprio Shakespeare, ampliando il rapporto tra uomo e donna, quindi sono un po’ tutti Otello, sono un po’ tutte Desdemona. Quello che mi affascinava molto e che ho cercato di rendere è proprio la follia e il masochismo dell’amore, un tema attualissimo in questo momento, sia la gelosia che l’uccisione di una donna per gelosia e anche questa sorta di masochismo che porta una donna a finire tra le mani del proprio assassino.   

Il tema simbolico del bene e del male quindi si tramuta in questo binomio fondamentalmente?

Io ho voluto cogliere più l’ambiguità tra il bene e il male, che hanno un confine molto sfumato. Leggendo Shakespeare, ho notato che tutto accade un po’ troppo velocemente ed anche nelle righe di Shakespeare c’è quest’alone di perversione. La gelosia può nascere anche per sete di potere, oltre che per il desiderio di possedere qualcuno.

L’aspetto psicologico dei personaggi come è caratterizzato?

In questo ho cercato di rispettare la letteratura, ognuno è esattamente Otello, Desdemona, Cassio, Jago. Hanno proprio i caratteri che ha dato loro Shakespeare. La danza ha di bello che non descrive come la parola, come il cinema, fa sentire solo l’aroma delle cose, il profumo, quindi è difficilissimo pennellare dei tratti somatici. Qui il segno è dato dalla spigolosità e dalle linee spezzate di Jago, dalla morbidezza e sensualità di Desdemona e dai muscoli e dall’animalità del moro.

In conclusione… uno sguardo in avanti, verso quale prospettiva guardi?

Io spero realmente che il mio lavoro sia stimolante e che tutte le proposte mi diano degli stimoli nuovi. Questo lavoro può essere anche molto ripetitivo, stiamo chiusi in sala a ripetere lo stesso passo anche per ore e questo io lo faccio da 35 anni oramai, può essere molto stancante, ma, se si hanno degli stimoli, questo lavoro ha la particolarità che può non sembrare un lavoro, nonostante il sudore e gli abiti sporchi. A mio avviso, questa è la forza della danza, che mantiene lo spirito giovane, ti allena la mente, oltre che il corpo.

Lorena Coppola

www.giornaledelladanza.com

Foto © Esclusiva Giornale della Danza

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