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Miguel Ángel Berna si racconta in esclusiva al giornaledelladanza.com

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Miguel Ángel Berna, “il Paganini delle nacchere”, artista poliedrico e di straordinario talento, in Italia con il tour del suo nuovo spettacolo “Mediterraneo”, in un’esclusiva intervista, si racconta al giornaledelladanza.com.  

 

“Mediterraneo” è la Sua nuova produzione, qual è l’idea alla base di questo spettacolo?

L’idea alla base di Mediterraneo per me è una ricerca, una ricerca anche di me stesso per capire dove potesse arrivare questa jota, che ho ballato sempre, che è un ballo tradizionale della Spagna, che però spesso neanche si sa da dove arriva e come era.  In questo la storia ha un ruolo molto importante. Attraverso la storia, abbiamo guardato al mare e abbiamo guardato al Mediterraneo che tanti secoli fa ha fatto parte anche della nostra storia e di tutto ciò che appartiene alla Corona di Aragona. Dal XIII al XVII secolo vi è stato un grande interscambio culturale con il Mediterraneo e soprattutto con l’Italia e, in realtà, quando abbiamo iniziato questa ricerca non pensavamo di poter arrivare a ciò a cui siamo arrivati, ci siamo ritrovati con un materiale veramente molto interessante. C’è ad esempio una grande connessione la jota spagnola e la tarantella, alla pizzica, il saltarello.  L’essere umano ha perso un po’ la memoria storica e penso sia molto importante invece sapere da dove arrivano le cose. Bisogna pensare che la mia città d’origine, Saragozza, è stata fondata da Cesare Augusto, è una città romana, quindi vi sono molte connessioni con il mondo romano.Spesso noi spagnoli parliamo della dominazione araba, parliamo del 1800, ma abbiamo dimenticato ciò che è successo prima. Bisogna ricordare ad esempio che alla Corte di Napoli ballavano i soldati aragonesi con i soldati italiani. Dunque il Mediterraneo è questo mare che è un veicolo di culture, cosa che oggi si è molto dimenticata.

Non è il Suo primo spettacolo di ricerca, Lei parte dalla danza spagnola come tradizione però arriva ad un concetto di innovazione.

In questo senso la tradizione forse a volte la capiamo tanto male, perché tutto cambia, ma quello che non cambia sono i valori. La tradizione parla dei valori umani e noi oggi invece abbiamo perso tanto, con tanta tecnologia, tanta attenzione all’esteriorità. La tradizione deve servire come punto di partenza, non possiamo tuttavia ballare come si ballava cento anni fa, perché tutto cambia. Dobbiamo essere molto rigorosi nel conservare i valori, non possiamo perdere i valori ma, oggi, anche per i giovani, è molto importante capire che la danza deve avere un senso nella sua attualizzazione. Purtroppo a volte la tradizione la capiamo tanto male, al punto che ci si rivolta contro. Per me è stato molto importante partire dalla tradizione, però poi ho capito che i nostri antenati avevano una vita diversa dalla nostra, le cose sono cambiate e dunque è in quel momento forse che comincia la parola evoluzione, che parte innanzitutto dall’essere umano. Tutti abbiamo bisogno di andare avanti, non si può ballare come si ballava cento o duecento anni fa. In questo senso deve esservi evoluzione.

Secondo Lei quali soni i principali punti in comune tra Spagna e Italia dal punto di vista culturale e artistico e a livello di interscambio?

Tante cose, un’infinità. Tra queste direi un elemento in comune molto importante, che si ritrova nella jota, nella tarantella, nella pizzica e nel saltarello, è il battere, che ha anche un simbolismo molto forte con il battito del cuore. Nella jota si salta, nella tarantella si salta, poi vi è un lavoro di tacco e punta. Quando ho lavorato a “La Notte della Taranta” quest’anno ho portato una jota molto tradizonale senza musica e tutti mi chiedevano cosa stessi ballando, immaginavano fosse una tarantella o una pizzica. Questo fa pensare molto sugli elementi in comune che poi si sono sviluppati geograficamente in senso diverso. L’origine comunque è la stessa e questo è molto importante. Il punto oscuro della danza oggi è che spesso non si sa bene perché si fanno le cose e quindi lo spettacolo si trasforma in una forma di intrattenimento, ma questa non è la funzione della danza. Il pubblico non può venire a teatro con l’idea di distrarsi e dimenticarsi della vita quotidiana, tutto invece deve avere un senso e in questo c’è stato il grande incontro tra l’Italia e la Spagna.   

Come è iniziato il Suo percorso artistico ?

Ero molto piccolo, avevo otto anni e, quando ho iniziato, in Spagna c’era il regime di Franco. Io provengo dalla danza tradizionale, ma pian piano ho capito che qualcosa doveva cambiare, perché la gente giovane si allontanava tanto da questo stile e poi anche musicalmente era difficile reperire fonti. La musica, la voce, il canto, le parole sono molto importanti per poter esprimere attraverso la danza questo mondo che non si tocca ma che si sente. Partendo dalla danza tradizionale sono poi giunto a sviluppare una mia tecnica e un mio stile personale.

Se parliamo di danza tradizionale spagnola, parliamo anche del Flamenco, in senso stretto, che cos’è per Lei “el duende”?

È quello che non si vede, sta lì la risposta. Oggi, ad esempio, non crediamo in niente, ma “el duende” è il mondo dei sentimenti, è il mondo intangibile, quello che non si tocca, quello che si sente, che arriva con un gesto, con una parola, con una nota musicale che ti fa piangere, che ti fa sorridere, che ti riporta a un’altra cosa e quello non ha una spiegazione, non sappiamo il perché, ma succede. Penso che questo sia “el duende”, una parola che si utilizza tanto nel Flamenco, però, purtroppo, in Spagna accade molto ciò che si verifica anche in Italia. Tutti pensano che in Italia si mangi solo pizza e pasta e questo non è vero; allo stesso modo, in Spagna tutti pensano che tutto sia Flamenco. Il Flamenco si è sviluppato tanto ed è in tutto il mondo, ma in Spagna esiste anche un folklore molto ricco che appartiene alla danza spagnola ma non solo al Flamenco.    

Lei è a favore della contaminazione, ad esempio della commistione della danza spagnola con la danza contemporanea o con altri stili?

Se ha un senso, sì. Ad esempio la mia terra, l’Aragona, è stata romana, è stata araba, ha avuto tante dominazioni e ha visto passare tanti popoli, ebrei, cristiani, arabi, dunque cosa è veramente puro? Perché non potrei trovare delle connessioni nella musica araba o nella tarantella e nella pizzica o in tanti altri stili musicali in cui vi possa essere una connessione?  Però deve avere un senso. Ad esempio, cantare una tarantella in inglese o in tedesco o una jota in giapponese non avrebbe alcun senso, non sarebbe niente, però la contaminazione, se è una parola che si sa utilizzare bene, è interessante, perché tutti siamo un po’ di tutto. Se ha un senso, dunque, la contaminazione va molto bene.

In che hanno ha fondato la Compagnia Española de Danza?

Nel 1999. Da allora, con tutto lo sviluppo delle nacchere e dei passi che ho creato, man mano si è creato un universo e siamo andati avanti, non senza difficoltà certo, perché quando porti una cosa nuova, diversa, tutto è più difficile, ci vuole tempo prima che la gente la recepisca e la comprenda.

Cosa vede se si guarda dentro ?

Io mi guardo dentro e vedo tante cose. Quello che dico sempre è che dobbiamo guardare di più dentro di noi, ascoltare il silenzio e cercare di capire chi siamo veramente. Mi pongo sempre queste domande: “che faccio qui?”, “chi sono?”, “dove vado?”, questo è molto importante, forse è molto filosofico, però credo che bisogna farsi queste domande. La vita è un istante, il tempo è oro e dobbiamo approfittarne. Dobbiamo guardare fuori, certamente, però troppo spesso dimentichiamo di guardarci dentro. La mia ricerca è la verità. La verità che va ricercata nell’eterno, non nel senso finito delle cose. Questo è molto importante.

Progetti per il futuro?

Tanti. Leggendo il giornale, guardando la TV, vedo che il mondo sta cadendo a pezzi, nulla sembra avere più senso, siamo presi dalla mediocrità. I miei progetti futuri, attraverso la danza e attraverso i miei spettacoli, sono mirati a far riflettere su cosa siamo e dove andiamo. Questo per me è il progetto più grande.

Sta finendo questo anno e ne inizia uno nuovo, qual è il Suo augurio, un’idea, un pensiero  per il 2015 rivolto al mondo della danza?

Ciò che ho già detto, dobbiamo riflettere un po’. Tutto ha un senso e spesso questo senso si perde, va ritrovato. Non si può fare tutto, si è liberi, ma non si può fare tutto. Nella danza spesso accade che si balli tanto per ballare, senza dare un vero senso a ciò che si fa. Bisogna dare un significato interiore alla danza, questa è la cosa più importante, non siamo qui per intrattenere la gente, bisogna trasmettere un messaggio profondo.

 

Lorena Coppola

www.giornaledelladanza.com

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