
La Stagione 25/26 del Teatro Morlacchi di Perugia, a cura del Teatro Stabile dell’Umbria, ospita l’artista Romeo Castellucci – regista, creatore di scene, luci e costumi, è conosciuto in tutto il mondo per aver dato vita a un teatro fondato sulla totalità delle arti e rivolto a una percezione integrale dell’opera – con il suo spettacolo Schwanengesang D744 (Canto del Cigno) con cui porta in scena i Lieder di Franz Schubert, poesie cantate per voce e pianoforte come rappresentazioni dei sentimenti del Romanticismo.
In scena sabato 21 febbraio alle ore 20.45 e domenica 22 febbraio alle ore 17; con Valérie Dréville, Kerstin Avemo (soprano) e Alain Franco (pianista), una produzione Societas in coproduzione con Festival d’Avignon e La Monnaie/De Munt Bruxelles.
Sabato 21 febbraio, dopo lo spettacolo (della durata di 1 ora), Romeo Castellucci incontrerà il pubblico in sala, in dialogo con Maddalena Giovannelli, critica teatrale e docente di Storia del Teatro.
Spiega l’artista nelle sue note: “Il titolo viene da un Lied di Schubert che, cantato insieme ad altri, costituisce questa serata di canzoni. Siamo insieme, di nuovo, nella caverna inattuale del cavo di un teatro, ad ascoltare della musica schubertiana. Tutto scorre semplice, letterale, apparentemente senza conflitti. Ma mentre sono seduto nel buio ad ascoltare nasce una domanda: come fa questa donna che canta ad aver vissuto ciò che io stesso non ho mai vissuto; eppure – si – sono certo di averlo fatto un tempo. Come fa a conoscere la mia intimità più a fondo di me stesso? Qual è l’origine della sua canzone che tocca così profondamente la mia origine? E che origine hanno queste mie lacrime, ora, prive di contenuto e diametralmente opposte al sentimentalismo – che odio – ?”.
Daniel Sack (teorico e critico di performance contemporanea): “Come possiamo conoscere il dolore di un altro? (…) Se una persona prova dolore a teatro, si tratta di vero dolore? O piuttosto di dolore rivestito da un abito scenico? Si tratta di quesiti irrisolvibili che la performance da camera Schwanengesang D744 di Romeo Castellucci lascia intatti, senza offrire una risposta, conservando la medesima potenza di quanto i tragediografi dichiararono per la prima volta: io non sono la persona che sembro essere, non sento ciò che pare che io senta. Ciò a cui ci troviamo di fronte qui non è una tragedia, e neppure uno pezzo teatrale; piuttosto, è qualcosa che finge di essere un recital. Un pianista nella buca dell’orchestra e un soprano sul palco ci propongono un programma con dieci Lieder di Franz Schubert, fra cui Schwanengesang D744 (composto nel 1822). Una delle centinaia di poesie tedesche messe in musica dal compositore nel breve arco dei suoi trentuno anni di vita, il testo di Johann Senn esprime desiderio per la dissoluzione del sé nella morte. Gli altri nove brani in programma ci mostrano anch’essi, nelle parole di Castellucci, “frammenti di una solitudine che si approssima al cosmico”, una luce che attraversa l’abisso siderale. All’inizio tutto si svolge secondo le buone maniere delle sale concertistiche; questi canti e queste parole, però, ci travagliano sotto la pelle, riecheggiando segretamente. Inoltre, qui non siamo soltanto in una sala da concerto. Ogni aspetto di questo palco spoglio, interamente vuoto fino alla parete di fondo, disadorno anch’esso, e perfino i leggeri bagliori del pavimento nero che riflette la luce: tutto è lasciato aperto, spalancato al nostro sguardo. Abbiamo l’impressione di esserci intromessi in un’esperienza privata, o di esserci imbattuti in qualcuno che soffre intensamente, pur restando noi in una posizione dalla quale è impossibile offrire conforto. Detto altrimenti, abbiamo la sensazione di essere al teatro, in quel posto unico dove, stando alle riflessioni del filosofo Stanley Cavell, viene meno la spinta che abitualmente ci impone di rispondere in maniera eticamente consona. Castellucci riconosce che noi, in sala, siamo coinvolti nelle azioni sul palco; egli ha più volte suggerito che “il teatro del futuro è il teatro dello spettatore”. Un possibile senso che ne potremmo ricavare è che il teatro è un crogiolo all’interno del quale riscopriamo la condizione di essere spettatori, provando di nuovo il fatto di osservare passivamente mentre succede qualcosa di terribile che non possiamo fermare e per il quale siamo in qualche modo responsabili. Soffre veramente? Dovremmo veramente andarcene? O è semplicemente il canto che estrae questa strana sensazione dal corpo della performer? Questa strana sensazione sorge esattamente come Schubert disse: come qualcosa verso la cui conoscenza si può soltanto muovere, senza mai procedergli accanto.”
Le due proiezioni al Cinema PostModernissimo:
Martedì 17 febbraio ore 21.30: Theatron film documentario di Giulio Boato
Romeo Castellucci è un artista complesso, uno dei protagonisti indiscussi del teatro contemporaneo. Insieme alla sua compagnia, la Socìetas Raffaello Sanzio, negli ultimi trent’anni Castellucci ha messo in scena spettacoli in tutta Europa, diventando uno dei massimi esponenti del teatro d’avant-garde. Sulle note di Vivaldi, Theatron disegna un ritratto dell’artista senza precedenti: il commento di Romeo e Claudia Castellucci si lega alle testimonianze di drammaturghi, compositori, coreografi, critici e attori (tra cui Willem Dafoe) che hanno collaborato con il regista. Tra le prove generali e i viaggi nei teatri di tutto il mondo, il film è una profonda riflessione non solo sullo spettacolo, ma sul legame dell’autore con la rappresentazione della natura umana.
Giovedì 26 febbraio ore 20: Divina Commedia. Inferno, Purgatorio, Paradiso
Nel 2008 Romeo Castellucci è stato artista associato del Festival d’Avignon: oltre a occuparsi del programma, in quella edizione della rassegna ha presentato uno dei suoi lavori più complessi e articolati: la Divina Commedia, un testo «irrappresentabile», come ha scritto lui stesso. Le tre cantiche, ambientate in diversi luoghi non teatrali della città francese, la partecipazione di decine di figuranti e numerosi attori, le musiche di Scott Gibbons che comprendevano il suono di ossa umane, tutto questo ha suscitato una vasta eco internazionale diventando il culmine della 26° edizione di uno dei festival teatrali più importanti del mondo. Il quotidiano francese Le Monde ha definito la trilogia Inferno, Purgatorio, Paradiso tra le dieci produzioni culturali che hanno segnato il primo decennio del Duemila, accanto all’opera Split Rocker dell’artista visivo Jeff Koons e al romanzo La strada di Cormac McCarthy.
BIGLIETTI e INFO per Schwanengesang D744 (Canto del cigno)
È possibile prenotare al Botteghino Telefonico Regionale del Teatro Stabile dell’Umbria 075 57542222, dal lunedì al sabato dalle 17 alle 20. La prevendita dei biglietti a Perugia viene effettuata presso il Botteghino del Teatro Morlacchi, T. 075 5722555, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13.30, il sabato dalle 17 alle 20. Acquisto online: www.teatrostabile.umbria.it
PostModernissimo: www.postmodernissimo.com
Michele Olivieri
Foto di Christophe Raynaud
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