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I Grandi della Danza

I grandi coreografi nella storia della danza: John Cranko

C’è una qualità rara nell’arte coreografica che non si lascia catturare né dalla tecnica né dalla narrazione: è una forma di intelligenza del movimento, una lucidità poetica capace di trasformare il gesto in pensiero visibile. In questo spazio sottile si colloca John Cranko, la cui danza non si limita a occupare la musica, ma sembra comprenderla dall’interno, come se ogni passo fosse già inscritto nelle sue pieghe segrete. Il suo balletto non ha mai cercato l’effetto, e proprio per questo lo raggiungeva con naturalezza. Le linee si dispiegano con una chiarezza che non è mai fredda, ma attraversata da un sentimento trattenuto, quasi aristocratico. Nulla è superfluo: ogni gesto è necessario, ogni pausa ha il peso di una scelta. È un’eleganza che non ostenta, ma si lascia riconoscere da chi sa guardare oltre la superficie del virtuosismo. Nel suo linguaggio, la tradizione classica non è mai una gabbia, ma una grammatica viva, capace di articolarsi in frasi nuove senza perdere la propria purezza. Le figure si costruiscono come architetture leggere, sostenute da un equilibrio che non è soltanto fisico, ma emotivo. I corpi si cercano, si sfiorano, si respingono con una logica interna che sfugge alla mera illustrazione narrativa: è ...

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Silvio Oddi, un artista rimasto nel cuore della danza

Nel mondo della danza ci sono figure che non vengono ricordate soltanto per i passi eseguiti su un palcoscenico o davanti a una telecamera, ma per ciò che riescono a trasmettere: passione, rigore, sensibilità e amore per l’arte. Silvio Oddi è stato uno di questi interpreti. La sua carriera, pur conclusa troppo presto, ha lasciato un segno profondo nella danza e nello spettacolo italiano. Nato nel 1970, Silvio Oddi scoprì la danza da giovane, trasformando quella che inizialmente era una passione in una vera scelta di vita. La sua formazione e il suo talento lo portarono rapidamente ad affacciarsi al mondo professionale, fino ad arrivare alla grande televisione. La sua preparazione tecnica, unita a un’eleganza naturale nei movimenti, attirò l’attenzione degli addetti ai lavori e lo rese presto un volto apprezzato dal pubblico. La grande popolarità arrivò grazie alla partecipazione a Fantastico, uno dei programmi simbolo della televisione italiana dell’epoca. In quella cornice incontrò Lorella Cuccarini, con la quale nacque un importante rapporto artistico: Oddi divenne uno dei suoi partner di scena più riconoscibili, contribuendo al successo di numerose esibizioni che sono rimaste nella memoria degli spettatori. Nel corso della sua carriera lavorò in diverse produzioni televisive e teatrali, collaborando ...

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I grandi coreografi nella storia della danza: Uwe Scholz

Nella danza di Uwe Scholz si avverte una tensione verso l’assoluto, come se il movimento fosse chiamato a rendere visibile una struttura invisibile, una geometria interiore che precede il gesto e lo guida con rigore silenzioso. Nulla appare lasciato al caso: ogni linea è pensata, ogni traiettoria è necessaria, eppure l’insieme non risulta mai rigido, ma attraversato da una luminosità che lo rende sorprendentemente vivo. Il suo rapporto con la musica non è accompagnamento, ma adesione profonda. Il corpo non interpreta, ma si inscrive nella partitura, come se ne fosse un’estensione naturale. Le frasi coreografiche si sviluppano con una chiarezza quasi musicale, seguendo una logica che non ha bisogno di essere spiegata, perché si impone con evidenza. È una danza che non racconta, ma costruisce: architetture in movimento che si elevano e si dissolvono con la stessa inevitabilità di un pensiero compiuto. In questo universo, la purezza della forma non è mai decorativa. È piuttosto una disciplina dello sguardo, una ricerca di essenzialità che elimina il superfluo per lasciare emergere ciò che conta davvero. I corpi si muovono come attraversati da una necessità interna, senza compiacimento, senza enfasi. Anche il virtuosismo, quando appare, è sempre subordinato a un disegno più ...

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I grandi coreografi nella storia della danza: Igor Moiseev

Nella danza di Igor Moiseev si manifesta una vitalità che non conosce rigidità, una energia che attraversa il corpo collettivo e lo trasforma in un organismo pulsante, capace di raccontare senza bisogno di parole. Il suo linguaggio nasce da una radice profonda, popolare, ma si eleva attraverso una costruzione rigorosa, in cui ogni dettaglio è pensato con precisione quasi coreografica nel senso più architettonico del termine. Il movimento si espande nello spazio con una chiarezza immediata, ma non per questo semplice. Dietro l’apparente spontaneità si nasconde una struttura complessa, una sapienza del ritmo che organizza l’insieme come una partitura vivente. I gruppi si formano e si dissolvono con fluidità, creando immagini che mutano continuamente, senza mai perdere coerenza. È una danza che respira all’unisono, in cui l’individualità non scompare, ma si integra in un disegno più ampio. C’è una gioia evidente, quasi luminosa, ma mai ingenua. È una gioia consapevole, costruita, capace di contenere al suo interno anche una disciplina severa. I passi si articolano con precisione, le dinamiche si alternano con un senso del contrasto che mantiene viva l’attenzione, evitando ogni forma di monotonia. L’energia non è mai dispersa: viene guidata, modellata, resa leggibile. Nel suo modo di concepire ...

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Nel giorno della sua nascita, il ricordo di Agrippina Vaganova

Quando si pronuncia il nome di Agrippina Vaganova, il pensiero corre immediatamente al celebre metodo che ha formato generazioni di danzatori in tutto il mondo. Eppure, prima di diventare la più influente insegnante di balletto del Novecento, Vaganova fu una ballerina che visse sulla propria pelle le difficoltà, le contraddizioni e le trasformazioni della danza imperiale russa. Comprendere la sua grandezza significa dunque guardare non solo alla pedagogista e alla teorica, ma anche all’artista che calcò il palcoscenico del Mariinskij e che, attraverso l’esperienza diretta della scena, elaborò una nuova visione del corpo danzante. Nata a San Pietroburgo il 26 giugno 1879, Agrippina Jakovlevna Vaganova proveniva da una famiglia modesta: il padre era un sottufficiale dell’esercito russo. Fin da bambina mostrò una forte predisposizione per la danza e fu ammessa all’Accademia Imperiale di Balletto, uno dei più prestigiosi istituti di formazione artistica dell’epoca. Qui studiò con maestri che incarnavano diverse tradizioni europee, assorbendo la rigorosa eleganza della scuola francese e il virtuosismo tecnico portato in Russia dagli insegnanti italiani. Il percorso accademico non fu semplice. Vaganova non apparteneva a quella categoria di allieve considerate predestinate al successo. Non possedeva la brillantezza immediata di alcune compagne e dovette costruire il proprio ...

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Divinamente Diva, Anna Pavlova

C’è una leggerezza che non appartiene alla terra, ma al respiro delle cose invisibili: è lì che danza Anna Pavlova. Non la si immagina mentre cammina, ma mentre sfiora il mondo, come se ogni passo fosse già memoria d’aria. Il suo corpo non obbediva semplicemente alla musica: la precedeva, la evocava, la trasformava in un gesto fragile e inevitabile. La sua arte non era fatta di forza ostentata, ma di un equilibrio segreto tra disciplina e abbandono. Ogni movimento sembrava sul punto di spezzarsi, e proprio in quella tensione trovava la sua perfezione. Pavlova non cercava l’eternità nella rigidità della forma, ma nella sua dissolvenza: danzava come qualcosa destinato a svanire, e per questo impossibile da dimenticare. C’era in lei una malinconia luminosa, una grazia che non chiedeva di essere ammirata ma solo contemplata, come si guarda una fiamma o un fiocco di neve. Il suo volto non era una maschera teatrale, ma un riflesso vivo di emozioni sottili, appena accennate, eppure capaci di attraversare interi teatri e silenziarne il respiro. Anna Pavlova era diva nel senso più puro e antico: non per distanza, ma per elevazione. Non dominava la scena, la trasfigurava. Ogni sua apparizione portava con sé l’impressione ...

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Margot Fonteyn: un omaggio alla divina nel 107° dalla nascita

Dame Margaret Evelyn Hookham, conosciuta con il nome d’arte di Margot Fonteyn (Reigate, 18 maggio 1919 – Panama, 21 febbraio 1991) è considerata tra le più grandi ballerine di tutti i tempi. Ha trascorso l’intera carriera come artista del Royal Ballet (ex Sadler’s Wells Theatre Company), ed è stata nominata prima ballerina assoluta. Essere riconosciute con tale titolo è un grande onore, tradizionalmente riservato solo a ballerine eccezionali. La Fonteyn fu designata nel 1979, come premio per il suo 60º compleanno. Il titolo fu ratificato da Sua Maestà la Regina Elisabetta II in qualità di patrona della compagnia inglese di balletto. I primi anni li trascorse in Cina, dove la famiglia si trasferì per seguire il lavoro del padre. All’inizio della sua carriera, Margaret trasformò il cognome Fontes in Fonteyn (lo stesso fece suo fratello) e iniziò a prendere lezioni di danza classica all’età di quattro anni, studiando sia in Inghilterra che in Cina. La sua formazione a Shanghai avvenne con il ballerino russo espatriato Georgy Goncharov, contribuendo al suo continuo interesse per il balletto russo. La compagna di Goncharov, Vera Volkova, divenne in seguito influente nella carriera e nella formazione di Fonteyn. Tornata a Londra all’età di quattordici anni, ...

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Paolo Bortoluzzi nell’88° anniversario dalla nascita

Paolo Bortoluzzi nacque a Genova il 17 maggio del 1938 e si spense a Bruxelles il 15 ottobre del 1993. Sicuramente fu uno dei più grandi ballerini del nostro tempo, un’eccellenza e un artista aperto alle esperienze tersicoree tra le più moderne, oltre alle innate doti da danseur noble per intimenticabile grazia. Sostenuto da un fisico massimamente duttile e controllato, possedeva una netta precisione nei movimenti, un calibrato rigore e una sensibilità esecutiva che lo trasformarono in un grande interprete. Studiò danza dapprima a Genova. Allievo di Ugo Dell’Ara, Nora Kiss, Viktor Gzovskije di Asaf Messerer, debuttò a diciannove nel capoluogo ligure, partecipando al Festival internazionale del Balletto di Nervi diretto da Mario Porcile nel 1957 e poi a Milano. Negli anni a Nervi si vide con il Balletto Europeo diretto da Léonide Massine, con i Ballets des Etoiles di Milorad Miskovitch e con il Balletto del Novecento di Maurice Béjart. In quegli anni nasce il suo sodalizio con Carla Fracci che li vedrà in seguito splendidi protagonisti in numerose coreografie. Bortoluzzi si distinse come un danzatore classico di nuovo stile, adatto ad una nuova epoca. Vinse al concorso Viotti di Vercelli nel 1958 il premio di pas de deux con ...

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Martha Graham, il corpo come destino

Nel panorama del Novecento artistico, Martha Graham appare come una creatura quasi incompatibile con la propria epoca: troppo feroce per il gusto decorativo del suo tempo, troppo moderna persino per la modernità che contribuì a inventare. Non entrava in scena per essere ammirata; entrava per mettere a nudo qualcosa. Nei suoi spettacoli non vi era alcuna ricerca della grazia intesa come leggerezza o seduzione: il corpo diventava un luogo di tensione morale, una superficie attraversata dalla paura, dal desiderio, dalla memoria. Chi la vide danzare negli anni della maturità raccontò spesso la sensazione di assistere non a una coreografia, ma a una specie di rito severo, quasi antico. Era nata nel 1894 in Pennsylvania, in un’America ancora provinciale, protestante, attraversata da un senso rigidissimo del dovere. Suo padre, medico specializzato nei disturbi nervosi, osservava i pazienti con attenzione quasi investigativa e sosteneva che il corpo tradisce sempre ciò che la mente tenta di nascondere. Martha assimilò quell’idea con una radicalità impressionante: avrebbe passato la vita a cercare nei movimenti involontari la verità emotiva dell’essere umano. È significativo che abbia iniziato a studiare danza relativamente tardi. Non fu una bambina prodigio; arrivò all’arte già abitata da un’urgenza interiore adulta, da un ...

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Nel giorno della sua nascita, danza ancora la luce di Lindsay Kemp

Oggi il tempo si piega dolcemente nel ricordo della nascita di Lindsay Kemp (Irby, 3 maggio 1938 – Livorno, 24 agosto 2018), apparizione rara e luminosa, artista capace di trasformare il gesto in visione e la scena in sogno. Nato tra le nebbie del nord dell’Inghilterra e approdato a una dimensione senza geografia, Kemp ha abitato il teatro come si abita un mondo interiore: con grazia, inquietudine e una dedizione assoluta alla bellezza. In lui convivevano disciplina e incanto, tecnica e vertigine poetica, come se ogni movimento fosse il punto d’incontro tra la carne e l’immaginazione. La sua arte nasceva da una sorgente molteplice, nutrita di letteratura e immagini: Oscar Wilde, William Shakespeare, Lewis Carroll, ma anche visioni cinematografiche sospese tra luce e silenzio, e figure mitiche della danza come Vaslav Nijinsky, Isadora Duncan e Anna Pavlova. Tutto si sedimentava in lui come materia viva, pronta a rifiorire in forme nuove, mai imitative, sempre trasfigurate. Il suo teatro non raccontava: evocava. Non mostrava: suggeriva, lasciando che lo spettatore si smarrisse in un territorio dove il confine tra realtà e immaginazione si dissolveva. La danza, per Kemp, non era mai semplice esecuzione, ma una lingua segreta fatta di respiri, attese e ...

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