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Michele Merola: “La danza è un sogno vigile”

M.Merola

Michele Merola, affermato coreografo del panorama coreutico italiano ed internazionale, è il fondatore e direttore artistico della MM Contemporary Dance Company, compagnia di danza contemporanea sostenuta dall’Associazione Progetto Danza di Reggio Emilia. La compagnia nasce stabilmente nel 1999 come centro di produzione di eventi e spettacoli e come promotrice di rassegne e workshop con l’obiettivo di favorire il nascere di scambi e alleanze fra quella generazione di giovani artisti, testimoni e portavoce della cultura contemporanea. Attualmente in tournée con la produzione Carmen/Bolero, in questa intervista si racconta al giornaledelladanza.com

Attualmente sei in tournée con la produzione “Carmen/Bolero”, in che chiave sono affrontati questi due titoli?

Posso parlare solo di Bolero, una mia creazione. Carmen è una creazione di Emanuele Soavi, un coreografo che apprezzo molto, e una persona alla quale sono legato da un profondo rapporto di stima e di amicizia. Bolero è esattamente il meccanismo ad orologeria che tutti noi conosciamo e, in parte, temiamo: sia per la ripetitività, ossessiva, ormai un po’ logorata dall’ascolto, sia per le aspettative, legate alle immagini di sensualità che il brano suscita, anche quando sono marcate da una sostanziale ambiguità.  Mi sono confrontato con questi elementi, ho cercato di comprenderne il motivo e il valore, per arrivare ad una mia interpretazione. Ancora una volta ho messo a fuoco il ventaglio dei rapporti umani, in particolare quelli di coppia, con le reciproche e inconciliabili distanze tra uomini e donne, il “muro trasparente” che li divide.  In Bolero la danza declina gli umori che sono intorno e dentro il rapporto di coppia, umori che si proiettano dall’interno verso l’esterno: paure, desideri rimossi, scosse esistenziali che aprono e rivelano i legami segreti tra le persone. Ho “scoperchiato la pentola” e dentro ho trovato una fiaba amara, astratta ma reale, l’allegoria del dolore di vivere e dell’incomprensione fra esseri umani, fra timore, amore, disinganno, distacco, condivisione, in crescendo e diminuendo, come è la musica stessa del Bolero.

Il tuo linguaggio coreografico, se dovessi provare a descriverlo?

Il mio linguaggio coreografico è molte cose, se così posso dire. È lo stampo, la matrice entro il quale il corpo trova una propria anima e acquisisce una forma, una struttura che la ospita e la muove. È il binario che guida la fisicità dei danzatori/performer in palco.  È la celebrazione delle loro capacità, e la misura dei loro limiti. È il termometro della percezione di sé da parte di ogni singolo danzatore, e del gruppo nel suo insieme. È il semaforo che ne dirige il traffico emozionale, il dare e avere con il pubblico.

Su cosa si basa la tua estetica?

Punto ad una continua espansione ed evoluzione del mio linguaggio in senso tecnico, conoscitivo, emozionale. E voglio arrivare ad ampliare la mia scrittura in uno stretto rapporto dialettico con i miei danzatori. Voglio poter pensare a ciascuno di loro come oggetto e soggetto di proposte, di scambi, in relazione al nostro lavoro in scena.  Ogni buon danzatore, io credo, “è”, oppure “ha”, una sorta di antenna (come la posso chiamare? Extra-sensoriale?), che gli permette di esplorare dimensioni del proprio essere magari sconosciute a se stesso, angoli dove si nasconde il mistero del vivere. Io considero il nostro corpo come un universo ancora non interamente esplorato. È​ una eterna culla, dove troviamo pace, appagamento e completezza, certo. Ma è anche una caverna oscura, un luogo di inquietudini, dolore e paure profonde, intollerabili.  È il mezzo grazie al quale quotidianamente sperimentiamo la sensazione di piena fiducia nelle nostre capacità, come artisti e persone. Ma è anche il canale di sfogo dove registriamo l’esatto opposto: ogni nostra insoddisfazione e scontento, l’impotenza, le frustrazioni. Abbiamo infinite possibilità di conoscere noi stessi, che sono a nostra disposizione, in ogni momento. E la danza, a mio avviso, con la risolutezza immediata e la sincerità che sono le sue doti migliori, e più vere, ci consente di fare esattamente questo.  In ogni creazione, io mi alleno, insieme ai miei danzatori, a guardare e ad imparare ogni aspetto della vita per la prima volta, per essere di nuovo affamato di vita, ed esaltato dalla vita. Non sono sentimenti che provi, ordinariamente, nel quotidiano: in ufficio, con gli amici, a pranzo, a fare spese, nei momenti dove quasi tutto, più o meno, è ripetizione di sé. La danza è un sogno, sì, ma è vigile, è ad occhi aperti, è un sogno che spazza via l’abitudine, la pigrizia, la noia. Grazie alla danza, nella mia testa, nel mio cuore, nelle mie viscere, io proietto me stesso, i miei pensieri, le mie energie, verso il futuro.

La tua idea della danza in senso stretto…

La danza è un campo energetico capace di trasformazioni senza fine, è uno strumento formidabile in grado di guarire, creare, farci sognare e “sentire” il mondo in un modo tutto speciale. E quanta più energia ci butti dentro, e la trasmetti, tanta più ne hai da ricevere e ritrasmettere. La danza è ​il mezzo che trasforma l’intera esistenza in uno spettacolo, in una continua sperimentazione che rimuove separazione e ostacoli tra l’Arte e la Vita. Pensare e fare danza significa percepire il potenziale, formidabile, di unicità e originalità racchiuso in ogni cellula del nostro corpo; significa accettare le sfide che bloccano la creatività e la ricchezza delle proprie capacità.  

Che tipo di danzatori prediligi per le tue creazioni?

Ho sempre creduto “in”​​ e puntato “a”​​ danzatori/interpreti, artisti capaci di rispondere, in maniera flessibile e con proprie capacità e possibilità, alle molteplici richieste, di diversa natura, sia tecnica che di stile, che provengono da me e dai coreografi che lavorano con loro. Ho sempre cercato di riconoscere competenze artistiche diverse e il rispettivo spessore umano, per me fondamentale nei danzatori che scelgo. Per questo i  sette danzatori solisti che compongono la compagnia, sono artisti capaci di confrontarsi sempre con  ampio ventaglio di stimoli, sia di carattere tecnico e culturale che di scambio.

Quali sono state le tappe più salienti del tuo percorso artistico?

Sono nel mondo della danza da più di due decenni. In primo luogo, sono stato uno studente di danza classica, diplomato sotto la guida di Liliana Cosi. Poi sono stato danzatore presso diversi coreografi e compagnie, sia in Italia che all’estero, tra cui l’Aterballetto. Nel 1999, ho creato la MM Contemporary Dance Company: insieme ai miei danzatori, e sempre in stretta collaborazione con loro, ho creato per la compagnia un repertorio ricco e variegato grazie alle creazioni firmate da coreografi europei ed italiani come Mats Ek, Karl Alfred Schreiner, Emanuele Soavi, Enrico Morelli, cui si aggiungono i miei lavori. Nel 2010 la compagnia ha vinto il prestigioso Premio Danza&Danza come migliore compagnia emergente e oggi, è, a tutti gli effetti, una realtà di eccellenza della danza italiana, con una consolidata attività di spettacoli su tutto il territorio nazionale. Inoltre, dal 2000, numerose sono state le mie coreografie per altre realtà, tra cui l’Aterballetto, il Teatro San Carlo di Napoli, la Dominic Walsh Dance Theatre, il Teatro Massimo di Palermo, lo Junior Balletto di Toscana, il Teatro Nazionale di Belgrado. Nel 2010 è nato Agora Coaching Project, che dirigo assieme al coreografo Enrico Morelli, progetto educativo destinato all’avviamento professionale di giovani danzatori a cui tengo molto e nel quale investo una enorme quantità di tempo e di energie. Nel nome di Agora, si raccolgono un bel gruppo di docenti e coreografi, di provata e qualificata esperienza nel settore, provenienti dall’Italia e dall’estero, di orientamento stilistico diverso. Tutti insieme, puntiamo a trasmettere competenze teoriche e pratiche e a mettere in risalto valenze e talenti. Cerchiamo un rapporto diretto con gli allievi ​e ​miriamo alla verifica immediata, sul campo, ovvero in palcoscenico, delle conoscenze acquisite​.​

Cosa vuol dire essere coreografo oggi?

Creare danza, oggi, per me significa “prelevare” le diverse eredità del passato e immergerle nel presente; rivederne i termini in conseguenza di questo; lanciare il tutto, nello sguardo, nel pensiero, nel “fare”, verso il futuro. Ciò ancora significa per me, nella mia danza: leggere e usare il corpo come uno strumento per interrogarsi sull’essenza e l’identità dell’uomo; confrontare, incrociare, dissolvere e fondere l’elemento maschile e quello femminile in una nuova dimensione; approdare in “territori” spesso sconosciuti a me stesso, io che pure li ho ricercati e trovati. Noi coreografi, oggi più che mai, dobbiamo anche ​confrontarci ​con la comprensione e ​l’​accettazione, o meno, del nostro lavoro da parte della critica e di chi cura la programmazione.

Che intenti si prefigge la tua compagnia?

Io letteralmente trascino con me la mia compagnia in un’avventura di danza, con tutti i rischi e le positività che al concetto di avventura sono connesse. Siamo dentro, sino al collo, in una complessa rete di relazioni e di alchimie fra talenti in divenire e professionalità affermate, il tutto vissuto con dedizione e generosità, parole che sono una mia precisa scelta da sempre e che viene condivisa dai miei danzatori.  Con loro accettiamo il duro confronto con la coreografia, in un rodaggio che sembra non finire mai, ma che punta alla costruzione di un linguaggio stilisticamente compiuto e sempre ben riconoscibile. Cerco l’interiorità delle cose, voglio bruciare di tensione ogni momento in scena, punto dritto alla sostanza vera delle cose, dei sentimenti, dell’essere, per un risultato, artistico e umano al quale credere e sul quale scommettere, a pieno titolo.

Come riesci a conciliare il tuo ruolo di direttore con quello di coreografo a tempo pieno?

Con molta fatica direi, gli impegni sono ormai diventati così tanti da essere troppi. Ma non ho scelta; diversamente dovrei cambiare lavoro. E non posso né voglio. Giunto a questo punto della mia vita, lavorare come coreografo è un privilegio e una gioia vera, anche perché i risultati ripagano. La coreografia, la creazione di spettacoli e l’insegnamento sono momenti vitali nei quali mi riconosco attivamente e ​totalmente. Ogni volta devo riattivare un livello ottimale di attenzione e dialogo con gli altri, con i miei danzatori, con gli allievi e con ogni possibile interlocutore, senza dimenticare il mio io e il mio corpo.

Progetti futuri?

La prossima stagione la MM Contemporary Dance Company ha già parecchie date fissate di Carmen/Bolero e della Sagra della primavera/Bolero, l’altra produzione che porterò nei teatri italiani, che unisce appunto il mio Bolero alla Sagra coreografata da Enrico Morelli. Oltre a questi due spettacoli, stiamo pensando ad una nuova creazione che coinvolgerà altri coreografi – di cui, per scaramanzia, non voglio anticipare i nomi – e che debutterà con ogni probabilità nella prossima stagione.  I progetti futuri sono dunque tanti, ma preferisco non sbilanciarmi. È sicuro, comunque, che di alcuni di che di alcuni di questi si avrà notizia a breve.

Lorena Coppola

www.giornaledelladanza.com

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