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Roberta Mosca: “È importante riempirsi di diversità e accoglierla”

R. Mosca - ph. Tristam Kentom

Roberta Mosca, danzatrice italiana formatasi alla Scala e a Stoccarda, attualmente membro della Forsythe Company, ospite del Festival “Pillole – Somministrazioni di danza d’autore” organizzato dall’Associazione PANDANZ a Milano lo scorso marzo, racconta di sé al giornaledelladanza.com.

Tu sei un’artista italiana che vive stabilmente all’estero, qual è stato il tuo percorso dall’inizio?

Io sono di Biella, una piccola cittadina vicino Torino, ho iniziato nella scuola locale, poi a 11 anni ho superato l’audizione per la scuola della Scala, dove ho trascorso sei anni; successivamente sono andata a studiare all’Accademia di Stoccarda di John  Cranko. Il mio primo lavoro è stato con l’Opera di Vienna con Elena Tchernichova, poi ho lavorato con la compagnia di Uwe Scholz a Lipsia, in seguito sono rientrata in Italia dove per cinque anni ho collaborato con l’Ater Balletto e adesso è da 13 anni che lavoro con la Forsythe Company a Francoforte. Quando sono entrata in compagnia, nel 2000, si lavorava ancora con le punte, anche lui ha coreografato le grandi opere classiche, pian piano poi la compagnia si è trasformata e  da Ballet Frankfürt è diventata la Forsythe Company, una compagnia molto più ridotta e molto più rivolta alla ricerca, con un pubblico più ristretto e un lavoro più puntato verso lo sviluppo di un certo tipo di sensibilità, meno sulla forma e più sul contenuto.

Come intendi la ricerca come danzatrice?

È un continuo esplorare, mettersi in discussione e porsi domande. In particolare il nostro ultimo lavoro lo abbiamo centrato proprio sul porsi delle domande rispetto alla nostra presenza in scena, rispetto alla nostra posizione storica rispetto alla relazione tra me e l’altro nello spazio, tra me e il pubblico, tra noi come gruppo, tra gli individui e il gruppo, tutto sotto forma di domande, quindi un continuo interrogarsi. La risposta a queste domande viene attraverso l’esperienza in qualche modo e nel mettersi in una condizione in cui queste domande possano creare e sviluppare delle situazioni che ci trasmettono qualcosa.

Cos’è per te la danza contemporanea, se dovessi darne una definizione, come la vivi e come credi che il suo linguaggio possa arrivare al pubblico di oggi?

La danza contemporanea è la danza che succede in questo momento, nel presente, il modo in cui possa arrivare passa attraverso il porsi delle domande che porta ad un punto di sensibilità tale per cui la trasmissione al pubblico è immediata, quindi l’esperienza viene condivisa in modo istantaneo, questa per me è la danza contemporanea.

A livello di significati, qual è la tua scelta comunicativa in questo senso? Il porre domande può essere visto in un certo senso come un rimando al pubblico, alla sua interpretazione nella fruizione, ma come avviene la scelta dei contenuti?

Ci si pone in una condizione di consapevolezza di non sapere, io non so cosa il pubblico verrà a recepire, non so neanche quello che farò nel prossimo istante, però ci credo. Sono in quello che sti facendo come posso, con tutte queste domande entro nella situazione e quindi non cerco di dimostrare qualcosa per far arrivare quello che voglio dire, ma offro qualcosa credendoci pur senza sapere che cosa sia e do dunque spazio al pubblico per vedere quello che ha bisogno di sentire, di vedere.

Cos’è l’ispirazione per te?

L’ispirazione è un riconoscimento, è un momento in cui tutte le cose si raggruppano in un punto concentrato fisico, emotivo, intellettuale, spirituale ed è tutto allineato ed esce fuori in un istante.

Il titolo del lavoro che avete presentato a “Pillole”, “If I had known that it would come to this”, ha un significato preciso?

Questo titolo è venuto da una canzone scritta da David Kern, mio marito, uno dei danzatori della compagnia. Era una canzone per uno spettacolo con Forsythe che lui canticchiava sempre e forse è venuto prima il titolo e poi pezzo, è come se tutto si fosse formato intorno a quest’idea che comunque sentiamo molto vicina a quello che vogliamo trasmettere.

In questo pezzo avete mostrato i vari “possible endings”, ma il punto di partenza, se dovessi enucleare la base concettuale dell’inizio quale sarebbe?

In realtà non c’è veramente un inizio, è un continuo, c’è già tutto, tutto è già presente. La domanda in questo caso è: “e se tutto fosse già lì?”, se tutti gli inizi del mondo e tutte le fini del mondo fossero già lì presenti nello spazio e io con l’esperienza e con la domanda entro in questa situazione e vedo che cosa c’è e quindi colgo un punto nel presente che è legato all’inizio.

Il pubblico è abituato a danzatori molto tecnici, voi avete una tecnica altissima, credi che gli spettatori siano preparati a un tipo di approccio basato su una scelta di linguaggio diverso che non dimostri appunto punte, apertura, gambe e virtuosismi?

Noi ci siamo lanciati in questo linguaggio e la risposta è stata più che positiva. Per noi era importante  smascherare questo concetto che ha a che fare con il dimostrare qualcosa, l’idea di base è che c’è già tutto, non c’è bisogno di dimostrare, la decisione  è stata molto istintiva, nel momento in cui abbiamo formato il gruppo, questo tipo di linguaggio è emerso.

Credi ci sia una differenza tra l’Italia e l’estero dal punto di vista della ricezione di questi percorsi molto evoluti di ricerca?

Credo che nel momento in cui c’è qualcosa che è comune a chi lo propone e chi lo riceve, ciò sia indifferente. È chiaro che magari ci sono delle diverse espressioni del ricevere, il tedesco magari è più riservato, l’italiano in una comunicazione si apre di più, però questi sono secondo me aspetti più superficiali, nel momento in cui il lavoro parla, parla a prescindere dalla nazionalità, dalla lingua e dalla cultura.

Sulla base della tua esperienza, se dovessi dare un suggerimento a chi si affaccia ora a questo mondo, quale sarebbe?

A una persona giovane suggerirei di continuare a ricercare e a costruirsi e ad ascoltare la propria voce interiore senza farsi prendere troppo dai modelli esterni che propongono di andare verso qualcosa. Bisogna entrare in contatto con quel qualcosa solo dal momento in cui lo si ha davvero dentro, quindi è molto importante vedere e conoscere il più possibile, apprendere quante più tecniche possibile, esplorare i vari stili. Del resto, adesso, con tutte queste possibilità di comunicazione e attraverso Internet, è molto più facile avere accesso a cose molto diverse, quindi suggerirei la diversità. È importante riempirsi di diversità e accoglierla.

Progetti futuri a medio e lungo termine?

Per ora sto lavorando con la Forsythe Company e questo mi assorbe molto, quindi sono soprattutto dedicata a questo, ma sono aperta anche ad altre possibilità nel futuro.

Ti senti dunque ancora in evoluzione?

Sì, certo, tutto è appena iniziato!

Un messaggio conclusivo

Più che un messaggio è un ringraziamento verso il Festival Pillole che ci ha ospitato in Italia a marzo e verso il pubblico e verso il mondo della danza e non solo, verso il mondo delle idee. Spero che ci sia la possibilità per creare delle realtà che sono tra i linguaggi, spero che questo sia possibile grazie alla grande comunicazione e alla possibilità di unire delle diversità e trovare dei ponti di collegamento.

 

Lorena Coppola

Foto di Tristam Kentom

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