Il balletto romantico non nasce come semplice trasformazione stilistica all’interno della storia della danza, ma come fenomeno intimamente legato alla riorganizzazione politica, sociale e tecnologica dell’Europa post-rivoluzionaria. Ridurlo a un repertorio di immagini — la ballerina in bianco, le punte, la foresta notturna — significa isolarlo dal sistema di forze che ne ha reso possibile l’emergere. Per comprenderne la portata occorre collocarlo dentro la Parigi degli anni Trenta dell’Ottocento, in quel momento in cui la città diventa simultaneamente capitale finanziaria, laboratorio industriale e centro simbolico della modernità europea. Dopo il 1830, con l’ascesa al trono di Luigi Filippo d’Orléans, la Francia entra in una fase che la storiografia ha definito monarchia borghese. Non è soltanto un mutamento dinastico: è la consacrazione politica di una classe sociale che aveva già conquistato un ruolo determinante nell’economia. Questa borghesia urbana, alfabetizzata, imprenditoriale, attenta alle dinamiche del mercato e della rispettabilità sociale, costruisce nuovi spazi di visibilità e di autorappresentazione. Il teatro, e in particolare l’Académie Royale de Musique, diventa uno di questi spazi privilegiati. L’Opéra parigina non è un semplice luogo di spettacolo. È un’istituzione ibrida, sostenuta dallo Stato ma costretta a confrontarsi con la logica del profitto, regolata da gerarchie interne rigide, ...
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