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Muette di Boris Charmatz, il corpo oltre il silenzio [RECENSIONE]

Ci sono spettacoli che chiedono al pubblico di ascoltare. Muette, di Boris Charmatz, pretende invece che il pubblico impari nuovamente a vedere. È una differenza sostanziale. Perché in questo assolo di cinquanta minuti, costruito quasi per sottrazione assoluta, la danza non cerca l’effetto, non si appoggia alla musica, non concede allo spettatore la consolazione di una partitura che accompagni o orienti ciò che accade. Charmatz si presenta a Triennale Milano FOG solo, nudo, a distanza ravvicinatissima, e mette il proprio corpo nella condizione più difficile: quella di non poter nascondere nulla. Il risultato è un lavoro di grande intensità, ma anche volutamente scomodo. E proprio per questo merita di essere giudicato con severità. Muette nasce dalla volontà di interrogare ciò che non può essere detto: il silenzio come condizione fisica, emotiva e persino politica. Il corpo diventa il luogo nel quale la parola si arresta, dove un grido rimane intrappolato prima di diventare voce. La bocca, il respiro, la saliva, il tremore diventano materiali coreografici. Non è un caso che il Festival d’Avignon abbia definito il silenzio di Charmatz un fenomeno insieme sonoro e politico. Ma qui comincia anche la mia riserva. La radicalità, nel contemporaneo, è diventata da tempo ...

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Il coreografo internazionale David Dawson “allo specchio”

Qual è il tuo balletto classico preferito? La Bella Addormentata. È, per me, l’espressione più pura della danza classica. Un capolavoro architettonico in cui musica, coreografia e scenografia esistono in perfetto equilibrio. Se il balletto avesse una cattedrale, sarebbe questa. Ogni volta che vi ritorno, scopro qualcosa di nuovo. Qual è il tuo balletto contemporaneo preferito? Agon. Ha cambiato per sempre il linguaggio del balletto. Una conversazione perfetta tra Stravinskij e Balanchine, tra musica e movimento, ridotti alla loro essenza. Nulla è decorativo; tutto è necessario. Ogni passo sembra inevitabile e, al tempo stesso, completamente inatteso. Ogni volta che lo vedo, ho la sensazione che il futuro del balletto venga nuovamente inventato. Quale teatro occupa un posto speciale nel tuo cuore? Il Teatro dell’Opera di Roma. È un luogo in cui la storia sembra essere ancora viva, dove le pareti paiono ricordare ogni spettacolo, ogni trionfo e ogni silenzio. Nel momento in cui entro, mi sento connesso alle generazioni di artisti che mi hanno preceduto su quel palcoscenico. Intriso di storia, eppure infinitamente vivo, è un luogo di memoria, bellezza e possibilità. Quale romanzo vorresti più di ogni altro vedere adattato per il balletto? Lettere a un giovane poeta di ...

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Quando il corpo parla: il significato delle posizioni

Nella danza classica, ogni posizione racconta qualcosa prima ancora che il corpo inizi a muoversi. Non è soltanto una forma da imparare, né un esercizio di precisione destinato a diventare automatico con la pratica: è un modo di abitare lo spazio, di mettere in relazione il corpo con ciò che lo circonda e, soprattutto, di dare un significato al gesto. Le posizioni della danza classica costituiscono una sorta di linguaggio silenzioso, fatto di linee, direzioni, equilibrio e intenzione. Dietro la loro apparente semplicità si nasconde una disciplina che insegna al danzatore a conoscere il proprio corpo e a trasformarlo in uno strumento capace di comunicare. Le cinque posizioni fondamentali dei piedi rappresentano forse l’esempio più evidente di questo principio. Prima ancora di essere il punto di partenza di innumerevoli passi, esse educano il corpo all’ordine, alla simmetria e alla consapevolezza. La prima posizione, con i talloni uniti e le gambe ruotate verso l’esterno, suggerisce un’apertura: il corpo sembra dichiarare di essere pronto a entrare nello spazio, a lasciarsi attraversare dal movimento. La seconda amplia quella sensazione, allontanando i piedi e creando una base più estesa. È una posizione che può essere letta come un’apertura ancora maggiore, quasi come se il ...

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Recensione del libro “Easy to Remember…” di Natalia Strozzi

Ci sono artisti che affidano la propria memoria alle cronache, alle recensioni, agli archivi dei teatri. E ce ne sono altri che, a un certo punto del proprio percorso, sentono la necessità di fermarsi e di raccontare in prima persona ciò che è stato. È da questa esigenza che nasce Easy to Remember… Album of Memories of an Artist, il libro di Natalia Strozzi, oggi riproposto in lingua inglese da Edizioni Polistampa dopo la sua precedente pubblicazione italiana Facile da ricordare del 2006 e le due versioni russe del 2004 e del 2016. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Easy to Remember allude alla facilità apparente del ricordare, ma anche alla fragilità della memoria, alla sua capacità di selezionare, sovrapporre, trasformare. Un album di ricordi non è infatti mai un semplice catalogo del passato: è una rilettura del tempo attraverso ciò che è rimasto impresso nella coscienza. E nel caso di un’artista, il corpo stesso diventa parte di questo archivio. Natalia Strozzi costruisce il proprio racconto proprio a partire da questa consapevolezza. La sua è una memoria che non si limita a ripercorrere una carriera, ma cerca di restituire il senso umano e artistico di un’esistenza trascorsa in gran parte all’interno ...

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Recensione del libro “La forma della percezione”

Ci sono libri sulla danza che raccontano una traiettoria artistica e libri che, più radicalmente, provano a interrogare il modo in cui quella traiettoria modifica il nostro sguardo. La forma della percezione. Daniele Albanese, coreografo del presente, scritto da Daniele Albanese, Iolanda Del Pozzo e Alessandro Pontremoli e pubblicato da Cue Press (176 pagine), appartiene alla seconda categoria: non è soltanto un volume dedicato a un autore della scena contemporanea, ma un dispositivo critico attraverso il quale osservare la danza mentre accade, nella sua dimensione più instabile, concreta e percettiva. Il titolo costituisce già una dichiarazione di poetica. La percezione, infatti, non è qui un semplice effetto dello spettacolo: è la materia stessa della coreografia. Nella ricerca di Albanese il corpo non sembra chiedere allo spettatore di essere interpretato quanto, prima ancora, di essere percepito. La danza si colloca in quello spazio sottile nel quale il movimento precede il significato e la presenza fisica diventa una forma di pensiero. È forse questo il tratto più riconoscibile e insieme più sfuggente del lavoro di Albanese: la capacità di sottrarre il corpo all’evidenza immediata senza mai privarlo della sua fisicità. Il gesto è preciso, ma non illustrativo; il movimento è costruito, ma ...

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Recensione del libro “Giselle nostra contemporanea”

  Ci sono balletti che il tempo consegna alla storia e balletti che, al contrario, sembrano sottrarsi alla storia proprio per continuare a interrogarla. Giselle appartiene a questa seconda, più rara categoria. Ogni epoca che l’ha incontrata ha finito per riconoscervi qualcosa di sé: il Romanticismo vi proiettò il desiderio dell’assoluto, la fascinazione per il soprannaturale e la morte, il Novecento ne fece un banco di prova per la grande tradizione accademica, mentre la contemporaneità ha scoperto nel suo fragile fantasma una materia sorprendentemente disponibile alla reinvenzione. È da questa inesauribile capacità di mutare senza cessare di essere Giselle che prende le mosse Giselle nostra contemporanea. Conversazioni, ricostruzioni e riletture, il volume curato da Roberta Albano e Maria Venuso, pubblicato da Piretti Editore (348 pagine con numerosi contributi critici in italiano e inglese e fotografie). Il titolo contiene già una dichiarazione di poetica. Quel “nostra” non indica soltanto la vicinanza cronologica, né pretende di attualizzare artificiosamente un capolavoro dell’Ottocento. Indica piuttosto un’appartenenza: Giselle continua a essere nostra perché ogni generazione è costretta a ridefinire il proprio rapporto con la memoria della danza. E proprio la memoria, in questo libro, assume un valore tutt’altro che nostalgico. È materia viva, instabile, continuamente ...

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Su Rai5 il documentario dedicato a Carla Fracci

Ci sono artisti che appartengono al proprio tempo e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per appartenere a un’idea stessa di arte. Carla Fracci è una di queste figure. Il suo nome non evoca soltanto la grande danza italiana, il palcoscenico della Scala, i teatri internazionali o le pagine più prestigiose della storia del balletto. Evoca un modo di stare sulla scena, una forma di rigore, una capacità quasi misteriosa di trasformare il movimento in racconto. È proprio da questa dimensione che prende avvio Codice Carla, il documentario in onda giovedì 20 agosto alle ore 16:56 su Rai5, all’interno dello spazio DOCUMENTI/DANZA. Un ritratto che, attraverso immagini d’archivio, interviste e testimonianze, prova a entrare non soltanto nella biografia dell’étoile, ma nella grammatica segreta della sua arte: quel particolare “codice” fatto di disciplina, sensibilità, tecnica, sacrificio e presenza scenica che ha contribuito a trasformare Carla Fracci in un’icona. Raccontare Carla Fracci significa infatti affrontare una domanda più difficile di quella, apparentemente semplice, di come si costruisca una grande ballerina. Significa chiedersi che cosa accade quando il corpo smette di essere soltanto uno strumento tecnico e diventa un linguaggio. Quando un gesto, una postura, un equilibrio o una pausa riescono a comunicare ...

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I grandi coreografi nella storia della danza: Frederick Ashton

Frederick Ashton apparteneva a quella rara specie di artisti capaci di trasformare la disciplina in grazia e la tecnica in una forma di pensiero poetico. Nel suo modo di concepire il balletto non vi era nulla di ostentato: ogni gesto sembrava nascere con naturalezza, come se il movimento fosse la lingua più sincera dell’anima. Eppure, sotto quella apparente leggerezza, si celava una costruzione rigorosa, una sensibilità musicale finissima e una conoscenza profondissima del corpo umano e delle sue possibilità espressive. La sua arte non cercava mai l’effetto immediato o la spettacolarità fine a sé stessa; preferiva insinuarsi lentamente nello sguardo dello spettatore, conquistandolo con dettagli, sfumature, piccoli miracoli di precisione. Ashton amava il silenzio tra i passi quanto i passi stessi, e in quei vuoti si poteva cogliere la sua cifra più autentica: un’eleganza che non imponeva, ma suggeriva. Nei suoi balletti, la danza si faceva conversazione. Le linee non erano mai rigide, ma morbide, quasi respirassero insieme ai danzatori. Le braccia disegnavano traiettorie che parevano sospese, mentre i piedi lavoravano con una precisione quasi invisibile, come se il virtuosismo dovesse rimanere nascosto, custodito all’interno della forma. Era un equilibrio sottile tra controllo e libertà, tra disciplina e abbandono. Ashton ...

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I grandi coreografi nella storia della danza: Steve Paxton

La ricerca di Steve Paxton non si è limitata a creare un nuovo linguaggio coreografico, ma ha ridefinito il concetto di movimento, restituendo al gesto quotidiano una dignità poetica e al corpo una sorprendente libertà espressiva. La sua arte è sempre stata lontana dalla spettacolarità fine a sé stessa: essenziale, rigorosa, silenziosa, e proprio per questo capace di aprire orizzonti inattesi. Nel lavoro di Paxton il corpo non cerca di imporsi sullo spazio, ma di ascoltarlo. Ogni movimento nasce dall’osservazione delle leggi fisiche che regolano peso, equilibrio, gravità e slancio. La danza smette così di essere una successione di forme prestabilite e diventa un processo in continua evoluzione, un dialogo tra il danzatore e ciò che accade nell’istante presente. L’improvvisazione non rappresenta un’eccezione alla coreografia, ma ne diventa il cuore pulsante: un esercizio di attenzione, disponibilità e fiducia. Questa visione ha trovato la sua espressione più celebre nella Contact Improvisation, pratica che ha rivoluzionato il rapporto tra i corpi in movimento. Attraverso il contatto fisico, i partner condividono il peso, seguono l’energia reciproca e costruiscono insieme una danza che non può essere completamente prevista. Non esiste un leader, né un interprete che domina l’altro; esiste piuttosto una continua negoziazione, fatta ...

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La danza insegna ciò che la vita mette alla prova

Nello scenario attuale, la danza rappresenta una delle poche discipline capaci di restituire valore al tempo, all’attesa e alla costruzione paziente del talento. Non è soltanto un linguaggio artistico, né esclusivamente una forma di spettacolo: è un percorso educativo che modella il carattere prima ancora della tecnica. Chi entra in una sala danza scopre presto che il movimento perfetto non nasce dall’ispirazione, ma dalla ripetizione. Dietro ogni gesto che appare naturale si nascondono ore di studio, correzioni, cadute e ripartenze. È qui che prende forma uno dei più grandi insegnamenti della danza: comprendere che l’eccellenza non è un dono, ma una conquista quotidiana. In un’epoca dominata dalla cultura dell’immediatezza, la danza custodisce una virtù quasi rivoluzionaria: la pazienza. Educa a rimandare la gratificazione, ad accettare che la crescita abbia bisogno di tempo e che ogni progresso sia il risultato di un lavoro silenzioso, spesso invisibile agli occhi degli altri. È una lezione che supera il confine della sala prove e diventa una competenza preziosa per affrontare qualsiasi percorso di vita. Ma la danza non costruisce soltanto ballerini più preparati. Costruisce persone più consapevoli. La disciplina richiesta da una lezione non coincide con la rigidità, bensì con il rispetto: degli orari, ...

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