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Le danze barocche, tra eleganza, teatralità e potere

Il periodo barocco, esteso approssimativamente tra la fine del XVI e la metà del XVIII secolo, è ricordato come una stagione artistica dominata dall’opulenza, dal dinamismo e da una visionarietà teatrale senza precedenti. La danza, in questo contesto, non fu solo un’arte destinata all’intrattenimento delle corti europee, ma anche un raffinato strumento di comunicazione sociale e politica. Le sale dei palazzi reali si trasformarono in veri e propri palcoscenici, dove i movimenti del corpo erano codificati con la stessa precisione con cui compositori e architetti orchestravano le loro opere. Una società che danza: il ruolo sociale del ballo Nelle corti barocche la danza era parte essenziale dell’educazione dell’aristocrazia. Imparare a muoversi con grazia, rispettare il ritmo, mantenere l’equilibrio nei passi più complessi era considerato indispensabile quanto saper parlare latino o conoscere le arti del governo. Ogni gesto portava con sé un significato: la postura eretta comunicava nobiltà, l’apertura delle braccia invitava al dialogo, mentre la precisione dei passi era percepita come riflesso dell’armonia interiore. Le danze diventavano così una forma di linguaggio sociale, attraverso cui affermare rango, educazione e prestigio. Non a caso, nelle grandi cerimonie politiche o nei matrimoni tra casate, i balli assumevano un ruolo rituale, quasi diplomatico. ...

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Rudolf Nureyev, il mito intramontabile

Ci sono figure che attraversano le epoche senza mai diventare nostalgia. Rudolf Nureyev è una di queste. A distanza di decenni dalla sua scomparsa, il suo nome continua a evocare ribellione, genialità e un’idea di danza che non smette di interrogare il presente. Nureyev non è solo un grande ballerino del passato: è un mito vivo, perché ha cambiato per sempre il modo di concepire il corpo, il ruolo dell’artista e il confine tra disciplina e libertà. Nureyev non incarnava semplicemente l’eccellenza tecnica. Era una presenza magnetica, inquieta, impossibile da contenere in uno stile o in una tradizione. Sul palco portava un’energia nuova, quasi selvaggia, che rompeva con l’idea del danzatore maschile come figura di supporto. Con lui, l’uomo diventa protagonista assoluto della scena, non per forza, ma per intensità, carisma e necessità espressiva. Ogni sua apparizione sembrava dire che la danza non è ornamento, ma urgenza. Il mito di Nureyev nasce anche da una scelta che va oltre l’arte: la fuga dall’Unione Sovietica nel 1961. Quel gesto lo ha trasformato in simbolo universale di libertà individuale, di affermazione del sé contro ogni forma di controllo. Ma ciò che rende questa vicenda ancora attuale è il modo in cui quella ...

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Lo Schiaccianoci a Parigi: magia e danza con il British Festival Ballet

Quando dicembre avvolge Parigi con le sue luci scintillanti e l’aria profuma di biscotti e cioccolato caldo, i teatri della città diventano scrigni di meraviglia. In questo scenario festivo, il British Festival Ballet porta in scena The Nutcracker (Lo Schiaccianoci), trasformando il Grand Rex e il Théâtre du 13ème Art in mondi incantati dove realtà e fantasia si intrecciano. Il balletto è ben appunto protagonista in due location simboliche: Grand Rex, con le sue sale monumentali e l’acustica maestosa, ospiterà lo spettacolo per due serate speciali. Mentre il Théâtre du 13ème Art, più intimo e raccolto, accoglie le famiglie dal 23 dicembre 2025 al 3 gennaio 2026. Ogni luogo offre un’esperienza diversa: il Grand Rex è spettacolare e grandioso, mentre il Théâtre du 13ème Art permette di sentirsi quasi parte della fiaba, vicini ai ballerini e ai loro gesti leggiadri. La produzione del British Festival Ballet mantiene il fascino tradizionale dello Schiaccianoci, rispettando la coreografia classica e la musica di Čajkovskij, ma con tocchi che la rendono fresca e accessibile. Il racconto segue Marie (o Clara) durante la notte di Natale, quando lo Schiaccianoci regala magia: soldati e topi prendono vita, il salone si trasforma in un campo di battaglia ...

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Henry Cyril Paget, l’eccentrico “marchese danzante”

Nel panorama spesso rigido e codificato dell’aristocrazia vittoriana ed edoardiana, poche figure brillano con l’intensità eccentrica di Henry Cyril Paget, quinto marchese di Anglesey. Conosciuto come il marchese danzante, Paget fu un personaggio fuori dal comune: un aristocratico che trasformò la propria esistenza in uno spettacolo teatrale, sfidando con audacia le convenzioni della sua epoca. Nato nel 1875, Henry Cyril Paget ereditò il titolo e una vasta fortuna nel 1898, a soli ventitré anni. Ci si sarebbe potuti aspettare che il giovane marchese seguisse il percorso tradizionale di un pari inglese: gestione dei possedimenti, vita politica, responsabilità sociali. Invece, Paget imboccò una strada radicalmente diversa, facendo della sua eredità una piattaforma per esprimere una personalità artistica. La passione che definì la sua breve e folgorante parabola fu il teatro. Paget non si limitò a esserne un semplice patrono: ne divenne protagonista, regista, costumista, impresario. Nel suo castello di Plas Newydd, sull’isola di Anglesey, fece convertire un’ala intera in un teatro privato, noto come il Gaiety Theatre, dove mise in scena spettacoli opulenti e visionari. Indossava costumi scintillanti, spesso impreziositi da pietre preziose vere, e interpretava ruoli melodrammatici con un’intensità che colpiva tanto quanto il suo aspetto, caratterizzato da gesti ampi ...

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Un’anima in volo: ritratto dell’indimenticabile Jorge Donn

Jorge Donn è stato uno di quei rari artisti che trasformano il proprio corpo in un linguaggio universale. Ogni suo movimento sembrava sorgere da un luogo segreto, come se la musica trovasse in lui un corpo disposto non solo a interpretarla, ma a trasformarla in esperienza viva. Vederlo in scena era come assistere all’invenzione di un dizionario sconosciuto, eppure capace, all’istante, di farsi comprensibile a chiunque. La sua eleganza non era un fatto estetico: era un modo di abitare il mondo. C’era in Donn una specie di trasparenza ardente, un equilibrio raro tra vulnerabilità e potenza, tra abbandono e controllo. Era capace di rendere un passo semplice un atto di rivelazione, un gesto minimo un varco emotivo. Il suo Boléro non è rimasto nella memoria collettiva per virtuosismi o per difficoltà tecniche, ma perché in quella spirale di movimenti, sempre uguali e sempre diversi, Donn riusciva a raccontare qualcosa dell’essere umano: il desiderio, l’attesa, la febbre, l’ascesa. Era una metamorfosi più che una coreografia. Oggi, ricordare Jorge Donn significa ricordare che la danza può essere un luogo di verità: uno spazio in cui il corpo, invece di nascondere ciò che siamo, lo rivela con una sincerità quasi disarmante. Donn ha ...

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Le frasi più belle e luminose di Natalia Makarova

Natalia Makarova non è stata soltanto una delle più grandi ballerine del Novecento: è stata una voce rara, capace di trasformare il linguaggio della danza in un pensiero vivo, in una filosofia dell’esistenza. Le sue parole — proprio come i suoi arabesque leggendari — non si limitano a “mostrare”: raccontano, illuminano, rivelano. Chi la ascolta scopre un universo dove il movimento diventa conoscenza, e lo sforzo quotidiano del danzatore si trasforma in un modo diverso di abitare il mondo. In questo articolo vengono raccolte le su e frasi più significative, ricostruendo non solo ciò che ha detto, ma ciò che la sua voce sembra voler suggerire ancora oggi. Anche ciò che non si vede deve danzare. Questa idea, più volte evocata da Makarova, riassume la sua poetica: la danza non è solo ciò che il pubblico percepisce, ma ciò che vibra “dentro”. È un invito a essere presenti con ogni parte del corpo e dell’essere — ascolto, respiro, intenzione. Per lei anche il silenzio, anche l’attesa, anche un millimetro di energia invisibile era parte dello spettacolo. Una ballerina abita lo spazio con la sua anima, non solo con la tecnica. Nelle sue interviste Makarova ha sempre insistito su un punto: la ...

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La Scala e il 7 dicembre: un rito civile, culturale e mondano

Ogni 7 dicembre, mentre Milano celebra il suo patrono Sant’Ambrogio, il sipario del Teatro alla Scala si alza per inaugurare la nuova stagione lirica. È un appuntamento che travalica l’ambito musicale: un rito civile, culturale e mondano che da oltre settant’anni scandisce l’identità della città e la sua relazione con il teatro d’opera più celebre del mondo. Sebbene il teatro sia stato inaugurato nel 1778, la tradizione del 7 dicembre come apertura ufficiale è relativamente recente. Solo a partire dal secondo dopoguerra la scelta del giorno del patrono milanese si impose con regolarità, trasformando l’avvio della stagione lirica in un momento simbolico della rinascita cittadina. La data, perfetta sintesi tra devozione civica e vocazione culturale, richiama ancora oggi l’idea di una Milano che trova nell’arte un elemento identitario fondamentale. L’inaugurazione della Scala non è semplicemente la prima di un’opera. È un evento che muove istituzioni, diplomazia, alta società e opinione pubblica. Gli elementi rituali restano saldi: la presenza delle autorità, tradizionalmente il Presidente della Repubblica, il Sindaco, i rappresentanti del governo e del mondo culturale siedono nei palchi istituzionali. Il red carpet milanese: un tappeto rosso non dichiarato ma socialmente percepito, dove sfilano volti della cultura, dell’imprenditoria, dello spettacolo e ...

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4 visioni della follia in Giselle: Fracci, Guillem, Zakharova, Nuñez

Carla Fracci – La follia come poesia che si sgretola Carla Fracci ha trasformato Giselle in un simbolo nazionale del lirismo romantico. Nella sua scena della pazzia, il gesto non si rompe mai completamente: si affievolisce.
 La sua follia non è un’esplosione ma un progressivo spegnersi della luce. Tutto avviene con una delicatezza quasi soprannaturale: le braccia tremano come foglie, gli occhi non cercano lo shock ma la tenerezza violata. Fracci non “impazzisce”: si dissolve. 
È una follia poetica, pudica, più vicina alla malinconia che al delirio. 
Chi la guarda non prova sgomento, ma una compassione profonda. Sylvie Guillem – La follia come rottura fisica e mentale Sylvie Guillem porta nella scena della pazzia un’energia modernissima. Il suo corpo, ipertecnico e flessibile, diventa materiale drammatico.
La sua Giselle è un essere che si spezza in diretta. Il gesto, per lei, è una traiettoria che deraglia: passi sbilanciati, braccia che scattano improvvisamente, sguardo perso in una lucida irrealtà. La follia di Guillem è una crisi nervosa pura, priva di sentimentalismi. È spigolosa, durissima, disturbante.
 Nessuno, prima di lei, aveva osato una verità psicologica così cruda dentro un balletto classico. Svetlana Zakharova – La follia come eleganza tradita Zakharova affronta la scena in ...

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Danzaterapia: il potere curativo del movimento

La danzaterapia è una disciplina che unisce corpo, mente ed emozioni, trasformando il movimento in uno strumento di guarigione e crescita personale. A differenza della danza tradizionale, il suo obiettivo non è la performance o l’estetica, ma la possibilità di esprimere ciò che le parole spesso non riescono a raccontare. Nata negli Stati Uniti negli anni Quaranta e Cinquanta grazie a figure come Marian Chace e Trudi Schoop, la danzaterapia si è sviluppata osservando come il corpo potesse rivelare emozioni nascoste e facilitare processi psicologici complessi. La premessa centrale è semplice ma potente: mente e corpo sono un’unica entità, e il movimento è un ponte tra le sensazioni interiori e l’espressione esterna. Una tipica sessione di danzaterapia può assumere forme diverse, a seconda delle esigenze dei partecipanti e dell’approccio del terapeuta. Tra le pratiche più comuni troviamo: Movimento spontaneo: liberare il corpo dai vincoli e lasciare che le emozioni guidino i gesti. Espressione simbolica: utilizzare gesti e posture per rappresentare emozioni, ricordi o conflitti interiori. Interazione di gruppo: il corpo come mezzo di comunicazione e connessione con gli altri. Sequenze guidate: movimenti strutturati pensati per stimolare consapevolezza corporea, rilassamento o energia. Ogni gesto diventa un mezzo per ascoltare se stessi, ...

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La memorabile scena della pazzia in “Giselle”

Nel vasto panorama del balletto romantico, pochi momenti hanno avuto la forza di scolpire nell’immaginario collettivo un’emozione tanto pura e devastante quanto la scena della pazzia in Giselle. È l’istante in cui la protagonista, fragile e luminosa come un raggio di luna, vede infrangersi la sua illusione d’amore e, con essa, la sua stessa identità. Non è soltanto un passaggio narrativo: è un rito iniziatico, un abisso psicologico e un vertice di arte interpretativa. Inserita alla fine del primo atto, la scena si apre dopo la rivelazione del tradimento di Albrecht. Il villaggio, prima luogo di festa, diventa una cornice muta che osserva la lenta dissoluzione della giovane. La coreografia — ereditata dalla tradizione ma continuamente reinventata dalle grandi interpreti — abbandona la linearità dei passi accademici per farsi discorso frantumato: salti privati di slancio, gesti ripetuti come interrotti a metà, una postura che scivola dal controllo allo smarrimento. Giselle non impazzisce semplicemente: disimpara ad essere corpo. Ogni movimento diventa l’eco della vita che le sfugge, come se la danza stessa si spezzasse insieme al suo cuore. Ciò che rende unica questa scena è il suo linguaggio sottile. Nel teatro romantico l’amore tradito è tema frequente, ma in Giselle non ...

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