Nella cornice monumentale del Teatro Massimo di Palermo, la cui storia affonda le radici nel fervore culturale della fine dell’Ottocento e che, inaugurato nel 1897 come il più grande teatro lirico d’Italia e tra i più imponenti d’Europa, continua a rappresentare un simbolo identitario della città, il nuovo allestimento de Il lago dei cigni andato in scena a gennaio nella Sala Grande si è imposto come un evento di rara intensità artistica e di forte impatto evocativo. Non si trattava soltanto della riproposizione di un caposaldo del repertorio classico sulle musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij, ma di una sua rifondazione poetica, resa possibile dalla visione coreografica di Jean-Sébastien Colau, qui anche direttore del Corpo di ballo, che ha saputo imprimere alla tradizione una nuova stratificazione semantica. Colau sceglie infatti di trasporre l’immaginario fiabesco del lago in una Sicilia intrisa di memorie letterarie e suggestioni visive riconducibili al mondo de Il Gattopardo, evocando così un universo aristocratico sospeso tra decadenza e splendore. Questa operazione, lungi dall’essere un mero esercizio estetico, si traduce in una riscrittura drammaturgica coerente, in cui il destino di Odette e Siegfried sembra inscriversi in una dimensione storica più concreta, quasi crepuscolare, dove il tema della trasformazione – ...
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