
In Adieu à l’Opéra, Yonathan Kellerman firma un documentario di rara delicatezza, capace di guardare al mondo del balletto non attraverso l’abbaglio della perfezione scenica, ma dal punto esatto in cui la luce si spegne e resta il silenzio.
È un film sull’addio, certo, ma soprattutto sul tempo: quello che modella i corpi, ridefinisce le identità e impone scelte irrevocabili.
Il regista costruisce il racconto intrecciando tre traiettorie molto diverse all’interno dell’Opéra di Parigi.
Da un lato le Étoiles Alice Renavand e Stéphane Bullion, figure consacrate, corpi che hanno incarnato l’ideale assoluto del balletto classico; dall’altro Aurélia Bellet, ballerina del corpo di ballo, presenza essenziale ma invisibile, che ha vissuto l’arte senza mai godere del riconoscimento pubblico.
Kellerman evita ogni gerarchia retorica: la fama e l’anonimato vengono messi sullo stesso piano, accomunati dalla stessa fine obbligata.
La forza del documentario risiede nella sua messa in scena sobria e rispettosa.
La macchina da presa osserva, attende, non invade. I momenti più intensi non sono le prove o gli applausi, ma le pause: uno sguardo nello specchio della sala danza, un gesto ripetuto per l’ultima volta, il rumore secco delle scarpette sul pavimento.
È lì che emerge la verità del film: il balletto come disciplina che chiede tutto e, a un certo punto, restituisce solo il ricordo.
Particolarmente toccante è il ritratto di Aurélia Bellet, che incarna il destino di molti artisti destinati a scomparire senza traccia nella memoria collettiva.
La sua uscita di scena non è meno dolorosa di quella delle Étoiles, anzi: priva della mitologia del successo, appare ancora più nuda e universale.
Kellerman le concede uno spazio prezioso, trasformando una storia apparentemente marginale nel cuore emotivo del film.
Dal punto di vista formale, Adieu à l’Opéra rifiuta ogni enfasi melodrammatica.
La colonna sonora è discreta, il montaggio misurato, la fotografia essenziale. Tutto concorre a un senso di sospensione, come se il film stesso danzasse sull’orlo della fine, cercando di prolungare l’ultimo passo prima del sipario.
Più che un documentario sul balletto, Adieu à l’Opéra è una riflessione sull’identità quando viene meno il ruolo che l’ha definita per tutta una vita.
Kellerman non offre consolazioni facili né risposte definitive. Lascia allo spettatore il peso – e il privilegio – di accompagnare questi artisti nel momento più fragile della loro carriera.
Un film necessario, sobrio e profondamente umano, che resta addosso come un’eco dopo l’ultima nota.
Michele Olivieri
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