
Un passo alla volta potrebbe essere la chiave più idonea per entrare in Tales of Beatrix Potter.
Non perché il balletto proceda lentamente, ma perché chiede allo spettatore — e al danzatore — di rinunciare alla fretta del risultato per abitare il dettaglio.
Frederick Ashton costruisce quest’opera come si costruisce un mondo credibile: non partendo dal virtuosismo, ma dall’osservazione.
Ogni personaggio nasce da un gesto minimo, da un peso spostato leggermente in avanti, da una pausa trattenuta un istante più del necessario. È in questi micro-movimenti che la danza smette di essere dimostrazione e diventa racconto.
Tales of Beatrix Potter non è un balletto “per bambini”, anche se prende in prestito l’immaginario dell’infanzia. È piuttosto uno studio sofisticato sulla trasformazione: del corpo, della tecnica, dell’identità scenica. Ashton non chiede ai danzatori di interpretare animali, ma di pensare come essi.
La tecnica classica, riconoscibile ma mai esibita, viene piegata al carattere. Le linee si accorciano, i salti si fanno nervosi o pesanti, l’equilibrio diventa instabile quando il personaggio lo è interiormente.
In questo senso, la coreografia non è mai decorativa: è funzionale. Ogni passo esiste perché racconta qualcosa che non potrebbe essere detto in altro modo.
I costumi e le maschere, apparentemente ingombranti, svolgono un ruolo cruciale. Limitano il corpo, riducono la visione periferica, obbligano a una maggiore economia del movimento. Ma è proprio questa restrizione a generare verità scenica. Quando il volto scompare, il gesto deve farsi più chiaro; quando l’ampiezza è impedita, l’intenzione deve diventare leggibile.
Ashton sembra suggerire che la libertà espressiva non nasce dall’assenza di vincoli, ma dalla capacità di abitarli. È una lezione profondamente teatrale e, allo stesso tempo, profondamente etica.
Sotto la superficie leggera della favola emerge una visione del mondo precisa. La natura non è idealizzata, l’infanzia non è addolcita. C’è disordine, rischio, ironia, talvolta persino crudeltà, ma sempre osservati con uno sguardo partecipe.
Ashton non giudica i suoi personaggi: li accompagna. Non li rende caricature, li rende inevitabili. Ognuno si muove esattamente come deve muoversi, e non potrebbe fare altrimenti. È qui che il balletto raggiunge la sua forma più matura: quando la danza diventa destino.
Guardare Tales of Beatrix Potter oggi significa confrontarsi con un’idea di balletto che rifiuta l’urgenza dello spettacolo e rivendica il valore della costruzione lenta. Un passo alla volta, appunto. Un passo che non serve a “andare avanti”, ma a restare. Restare in ascolto del corpo, del tempo, del personaggio.
Michele Olivieri
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