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Alberto Testa: “Jeux” e “Le Sacre du Printemps” un miracolo di bellezza e di creatività

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 Provatevi a pensare oggigiorno alla possibilità di vedere in uno stesso mese, alla distanza di soli quindici giorni, l’uno dall’altro due balletti della potenza creativa (musica, scenografia, coreografia) di due balletti divenuti famosi quali “Jeux” e “Le Sacre du Printemps” il primo con la musica di Debussy, il secondo con quella di Stravinsky, tutti e due con la coreografia di Nijinsky, nel primo anche interprete, e poi mi direte se ciò sarebbe possibile oggi.

Intanto occorre riflettere; una data, il 1913, Parigi, lo scadere della Belle Epoque, l’anno dopo un putiferio europeo, quasi quanto cento anni dopo, l’odierno, esclusa soltanto la guerra, quella mondiale detta anche “La grande guerra”. Qualcuno a pensato a quegli anni che in un ventennio successivo formarono l’epoca favolosa dei Balletti di Diaghilev (1909 – 1929), di Nijinsky, della partitura teatrale e non teatrale (Roerich, Bakst, Valentine, Gross e Hugo), dei musicisti fra gli innovativi del ventesimo secolo e di infiniti altri apporti diversi e decisivi per la formazione di una nuova era teatrale. Sono cose oggi pressoché irrealizzabili e impensabili.

Eppure, nella rinnovata, bellissima Torino, tornata ai suoi regali splendori si è pensato a quell’avvenimento che diviene evento d’arte e di cultura. Due serate, il 7 e l’8 maggio recanti l’etichetta “Nijinsky coreografo e il 1913”.

Il pubblico torinese, per tradizione e abitudine un po’ restio a muoversi ma sollecito ai migliori richiami, si è risvegliato, consapevole che in quel luogo delle Fonderie Teatrali Limone – Moncalieri si sarebbe giocata una partita di raffinata cultura e nobile eleganza ed ha occupato la rossa gradinata quasi a perpendicolo senza timore di vertigini. La vertigine è sopravvissuta nell’ascoltare dapprima gli informa evoluzione della società.

Rinchiusi in uno spazio ben delimitato a guisa di cavalli selvaggi essi sono gli eletti che soccombono alla pressione della “normalità”. Fa piacere notare una volta per tutte quanto i requisiti dettati dall’illustrare Rudolf de Laban (tempo, spazio, energia) siano rispettati e resi visibili in questa coreografia di Raphael Bianco.

A chiusura di serata (e quanto applaudito) si è visto quel “Labirinyo d’ombre” di Bianco che sembra riassumere e racchiudere in sé miseria, disperazione, lotta e, comunque, bellezza di una creatura tanto grande quanto infelice.

Lo stesso Bianco (Nijinsky) con il suo doppio Cristian Magurano l’uno l’ombra dell’altro e Oriella Balestra, ombra protettrice  della moglie Romola sono stati, con il piccolo gruppo delle immagini e dei percorsi creativi, gli interpreti toccanti, di una storia che commosse il mondo e che torna ad interessare un pubblico delle grandi occasioni.

Alberto Testa

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