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Anna Razzi e il Real Teatro San Carlo, una lunga tradizione

La Sua esperienza immensa nel campo della danza sia come direttrice per tanti anni di una scuola di ballo dalla tradizione così consolidata, sia come direttrice del corpo di ballo, ruolo che ha ricoperto per alcuni anni…

Parto dalla mia esperienza di direttrice del corpo di ballo, incarico che ho avuto in un momento particolare per le sorti della compagnia e che ho espletato gratuitamente. In seguito ho dovuto lasciare, anche per ragioni di salute, perché, a causa dei lavori di ristrutturazione del teatro, la scuola era in un’altra sede e il corpo di ballo lavorava temporaneamente al Politeama. Per queste sedi dislocate ero costretta ad andare su e giù in taxi, facendo delle corse incredibili e ad un certo punto mi sono resa conto che avrei fatto male le due cose, perché un conto è averle sullo stesso piano in teatro e dunque potendo avere contatti immediati, un conto è andare da una parte all’altra con il traffico della città, che sappiamo che è caotica. Alla fine non dormivo più, perché amo far le cose bene ed ho uno spiccato senso della responsabilità, per cui ho comunicato che non era più possibile per me continuare. In quel periodo ero dimagrita tantissimo, saltavo i pasti e mi sono detta che forse avrei dovuto pensare un po’ a me stessa. Non era possibile fare le due cose contemporaneamente, dunque ho lasciato l’incarico. E poi, a dire il vero, con la scuola mi sento più creativa, è un’altra cosa; la formazione di questi ragazzi, vederli crescere, vederli maturare è una soddisfazione.

Cosa cerca di trasmettere in particolare, partendo proprio dai corsi più piccoli?

Sin dal primo corso chiedo agli allievi di curare l’immagine perché la prima cosa quando si entra in scena e ci si presenta ad un pubblico, ancor prima di iniziare a ballare, è la presenza. Il pubblico accetta la tua presenza o non la accetta e questo dipende da come ci si pone. Se la presenza è valida, già è un buon punto di partenza e si è fatto già il percorso almeno al 50%. Poi se si è bravi, si ha tecnica e si è artisti si fa l’en plein, a tutto tondo e dunque è la prima cosa che pretendo.

E lo spirito artistico… come prova a stimolarlo?

Tutti sanno che ho fatto scuola di teatro. Ho preso anche un diploma di dizione e recitazione; ho avuto la fortuna di studiare con una grande artista, Esperia Sperani, che mi ha insegnato molto. Mi ha insegnato a costruire il personaggio. Lei è stata una delle ultime di quel periodo, con la Capodaglio, la Brignone, la Sarah Ferrati, attrici con la A maiuscola. Quello che mi piacerebbe tanto fare e non sono riuscita sinora ancora a realizzare è creare, all’interno della scuola, una sezione di recitazione e di dizione. Io so quanto questo sia importante, l’ho sperimentato su me stessa. Quando ho debuttato in Giulietta e Romeo ho prima studiato il testo e poi ho aggiunto i passi di Cranko ed è stato un successo immediato, un trionfo. La stessa cosa ho fatto con Miss Julie di Strindberg, ho studiato il testo e poi ci ho aggiunto i passi della Cullberg. Spesso vedo tanti miei colleghi, anche primi ballerini, ed étoiles, che hanno una tecnica stupenda, una linea perfetta, però non curano il personaggio e invece, in scena, bisogna essere anche attori. I grandi artisti di un tempo lo erano. Purtroppo oggi tutti ballano tutto; una volta invece c’erano dei ruoli precisi destinati a dei danzatori che corrispondevano fisicamente, artisticamente o tecnicamente a quel determinato ruolo e quindi veniva fuori la grande interpretazione.

Rispetto alla situazione in Italia, Lei pensa che i danzatori abbiano poco interesse ad approfondire la storia della danza?

La maggior parte sì. Trovo che la nuova generazione sia indifferente e distratta dalla televisione che, onestamente, trovo diseducativa. Ci sono alcuni programmi talmente fuorvianti che questi ragazzi vengono frastornati. Per non parlare del computer, che in realtà, se usato bene, può aiutare molto, perché è un ottimo strumento di approfondimento culturale, ma, se preso come un giocattolo o come un mezzo per scambiarsi messaggi e chattare, può essere pericoloso.

Invece, ricordando quando era Lei una ragazzina agli inizi degli studi?

Ricordo che ero molto curiosa, e poi ero diligente e disciplinata. Tutto quello che mi dicevano le Battaggi lo eseguivo alla lettera, soprattutto quello che mi insegnava Placida Battaggi, che mi ha dato l’impostazione e devo dire che ha fatto un ottimo lavoro. Io ho avuto la fortuna di iniziare subito in una scuola professionale, al Teatro dell’Opera di Roma e non in una scuola privata. Quando ero piccola volevo ballare, la musica mi trasmetteva il movimento, mi stimolava. All’epoca non c’erano le videocassette, non c’era la televisione; il mio era proprio un istinto innato. Poi mio padre era un pittore, paesaggista, gli altri miei fratelli infatti hanno seguito tutti la strada del disegno, della pittura. Uno è diventato scenografo. Io sono stata l’unica ad avere questo istinto naturale verso la danza; appena sentivo la musica iniziavo a ballare e diventare ballerina è stata una strana coincidenza, anzi un insieme di alchimie. Mio fratello maggiore andava al liceo e frequentava un piccolo gruppo di giovani attori di prosa i quali gli dissero che Luchino Visconti cercava dei bei ragazzi per As you like it di Shakespeare, in cui c’erano tanti attori importanti: Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Ruggero Ruggeri, Rina Morelli. Teresa Battaggi, direttrice della Scuola di Ballo del Teatro dell’Opera, curava le coreografie per le produzioni di Visconti. Così mio fratello ebbe l’opportunità di parlarle di me e andai a fare l’audizione presso la scuola. Tutt’oggi non riesco a capire cosa vide in me: mi fece semplicemente alzare la gonna e camminare avanti e indietro. Questa fu la mia audizione!

E La Scala?

La Scala è stata un’altra serie di coincidenze; io credo fermamente nel destino. Ero stata invitata a Parigi da Miskovic perché avevo fatto uno spettacolo a Spoleto con la Fracci. Il balletto era Il giudizio di Paride, su musiche di Pugni e coreografie appunto di Miskovic. Fracci interpretava Venere, io Giunone. Miscovich era Paride. Lui aveva a Parigi una piccola compagnia e mi disse che avrebbe voluto riprendere il balletto, ma che non avrebbe potuto permettersi di ingaggiare la Fracci perché era troppo cara! E così chiamò me, perché conoscevo bene lo stile ottocentesco. Lì mi vede un coreografo jugoslavo e in seguito accadde che, poiché ero scritturata periodicamente all’Opera di Roma per alcune produzioni, questo coreografo, per puro caso, mi riconobbe, ricordandosi di avermi vista a Parigi. Doveva mettere in scena Il Mandarino meraviglioso e mi scelse per il ruolo della “ragazza”. Ricordo che ci fu una vera e propria rivoluzione in sala all’interno del corpo di ballo, diviso ormai in due fazioni: chi sosteneva che ero brava e dunque che era giusto che fossi stata scelta, e chi invece diceva che avrei comunque dovuto fare prima molta gavetta. Ci fu una gran lite e ricordo che mi defilai piangendo (avevo solo 20 anni) e andai in camerino. Lì non mi cambiai neanche; misi i vestiti in borsa ed indossai semplicemente il cappotto e le scarpe. Tornai a casa pensando che la mia carriera fosse finita lì e, invece, alle tre del pomeriggio arrivò una telefonata dalla direzione del Corpo di Ballo della Scala, in cui mi chiedevano se ero libera, in modo tale da sostituire il gruppo di ragazze che partiva per andare a fare il corso di perfezionamento al Bolshoi. Partii la sera stessa per Milano.

Un messaggio per i giovani danzatori di oggi?

Dal momento in cui le esigenze sono aumentate, i ragazzi che vogliono ballare devono essere preparatissimi, sia nel classico che nel moderno/contemporaneo. Oggi, infatti, c’è una competizione agguerrita e il livello tecnico-artistico è molto alto.

Che possibilità intravede per il futuro della danza?

Poche possibilità, a causa anche dei programmi televisivi, i quali inculcano nella mentalità di questi ragazzi l’idea che con pochi passaggi in televisione diventino delle star. I ragazzi vorrebbero arrivare all’apice senza studiare e senza fare quei sacrifici che temprano il carattere e danno le certezze di una formazione solida.

Un progetto che vorrebbe ancora realizzare?

Di idee ce ne sono molte; una l’ho già espressa a proposito della recitazione per la danza. L’altra, sarebbe quella di vedere i miei allievi inseriti nel corpo di ballo del Teatro, invece di essere costretti ad andare all’estero.

Un pensiero conclusivo…

Vorrei esprimere la mia amarezza per l’annullamento del Premio Positano, dedicato a Léonide Massine, grandissimo artista e coreografo. Questo premio dava la possibilità ai giovani di farsi conoscere, ai professionisti di confermare la loro arte e ai coreografi di presentare le loro coreografie dinanzi a un pubblico competente, di cui facevano parte giornalisti e personaggi internazionali. Una vetrina, quindi, importante di cui noi tutti sentiremo la mancanza! Tra l’altro, ci terrei a precisare che il Festival di Positano era stato istituito per ricordare la grandezza artistica di Léonide Massine, a cui devo molto poiché fu lui a scoprirmi e ad inserirmi per la prima volta nelle sue produzioni al Teatro dell’Opera. Da allora mi invitò al Festival di Nervi, a Parigi con la sua compagnia ed al Festival di Edimburgo. Credo di aver ballato quasi tutti i suoi balletti. Un pensiero va sicuramente a lui.

Lorena Coppola

Foto di Alessio Buccafusca

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