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Dal Theater Ulm di Stoccarda il racconto di Roberto Scafati

Inizia lo studio della danza in Italia, nella Scuola di Renato Greco. Giovanissimo si trasferisce a Cannes per perfezionare la sua arte e da quel momento inizia una carriera vasta e variegata. Dopo grandi esordi nel mondo classico diventa coreografo di musical, operette e regista di grandi produzioni all’estero. Un artista della danza a 360°!

Oggi sei un grande coreografo ma da ballerino che allievo sei stato?

Amavo moltissimo ed amo tutt’ora la danza per cui sono stato un ballerino che ha sempre lavorato molto, non mi sono mai risparmiato. Ho fatto una scuola in cui ho dato tutto quello che potevo dare, senza tentennamenti o ripensamenti.

Hai deciso molto presto di andare all’estero per perfezionarti. Come mai questa scelta?

Sai, esistono tante scuole di danza nel mondo ed ognuna con la propria peculiarità, in quel momento ho ritenuto che la scuola francese, a Cannes per l’esattezza, facesse al caso mio.

Sei coreografo dal 1995, ti emoziona di più esibirti o creare per altri?

Io ho smesso di ballare con amore. Andare in palcoscenico adesso non avrebbe più senso. Si tratta chiaramente di emozioni diverse, da danzatore molto dipende dal ruolo che si interpreta, il danzatore deve trasmettere quello che il personaggio richiede. Da coreografo si ha quasi un ruolo da psicologo, bisogna anche capire come preparare un ballerino per il ruolo che deve interpretare e quindi cercare di trasmettere la propria esperienza che dev’essere funzionale alla coreografia.

Agli inizi della tua carriera hai lavorato con Roland Petit e Rudolf Nureyev. Che esperienza è stata?

Fu un’ esperienza grandissima. A quei tempi Nureyev era direttore dell’Opéra di Parigi ed aveva portato con sé tutto il suo staff. Poter lavorare con quegli eccezionali ballerini mi è servito proprio da bagaglio personale. Ho imparato tanto.

Quale differenza riscontri tra la danza di oggi e quella del passato?

La differenza consiste proprio nell’evoluzione della danza. Una volta c’era solamente il balletto classico, rigido, preciso, con delle regole ben definite da rispettare. Oggi con l’avvento della danza moderna, anche la cosiddetta “base classica” si è evoluta per permettere una corrispondenza tra i due mondi, classico e moderno.

Che idea si ha all’estero della danza italiana?

All’estero hanno un’ottima concezione dei danzatori italiani, sono molto apprezzati, anche perché in effetti ci sono ottimi elementi. Gli italiani hanno un carattere e dei colori che non tutti possiedono e questo permette loro di avere una marcia in più.

Da molti anni vivi a Stoccarda. Differenze tra il metodo di lavoro italiano e quello estero?

C’è molta differenza! Quando si allestisce una produzione all’estero si parte con progetti e tempi molto più a lunga durata rispetto all’Italia. Si fanno almeno dodici spettacoli a settimana, si fa tantissima esperienza e si impara molto, questo permette di avere un riciclo di gente che consente a tutti di avere grandi spazi.

Hai in programma di tornare in Italia?

Qui nel nostro paese ci sono dei teatri splendidi e quindi se nascessero delle opportunità interessanti tornerei volentieri.

Progetti futuri?

Sto preparando “Maria de Buenos Aires” di Astor Piazzolla, un’opera tango bellissima di cui curerò, oltre la coreografia, anche la regia. Sono molto curioso di vedere cosa succederà, credo molto in questa produzione.

Un sogno nel cassetto?

Mi piacerebbe che gli italiani che stanno all’estero tornassero a lavorare in questo bellissimo paese, in grandi produzioni che solo l’Italia sa creare. Questo sarebbe un mio grande desiderio!

Alessandro Di Giacomo

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