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“Danza chi, come e perché?” – La posta di Anna Maria Prina

 

La posta di Anna Maria Prina

 

Sig.ra Prina voglio prima di tutto complimentarmi con il suo arrivo sul web, questa è una rubrica che seguo da molto  tempo e a tal proposito mi interesserebbe sapere il suo pensiero sulle problematiche che in questo momento incombono sull’Accademia Nazionale di Danza

(Maria da Roma)

Cara Maria,

grazie per il suo benvenuto sul web! Mi fa piacere raggiungere un maggior numero di persone attraverso la rete. Quanto accade a Roma all’Accademia nazionale di danza rispecchia in qualche modo la situazione attuale italiana. Questa  è la mia percezione di una realtà triste e complicata. Alla base mi sembra che manchi l’intenzione giusta. Vorrei citare Papa Francesco che dice “ Il potere è servizio”. Ecco questo è il nodo di molti accadimenti nel nostro Paese e ne abbiamo avuto la dimostrazione storicamente: nella mentalità italiana scarseggia il concetto di  “servizio”, pochissimi lavorano per gli altri, con gli altri, ad uno scopo comune. Lo stesso mi pare valga per l’Accademia che, notoriamente, è un luogo dove si educa e si forma anche tramite l’esempio.  Penso che gli interessi e le convenienze personali non debbano esistere, soprattutto nei luoghi dove vi sono responsabilità formative nei confronti di giovani adulti, adolescenti e bambini. E infine direi che, anche nel caso dell’Accademia, è fondamentale avere un Corpo docente compatto in sereno accordo e con la stessa linea didattica, e mantenere costantemente una buona qualità didattica e artistica. Insomma, cara Maria, le problematiche sono innumerevoli e di vecchia data da affrontare con buona volontà e umiltà. Non posso e non voglio entrare nello specifico, ma secondo me è prioritario risolvere il presente e guardare al futuro a 360°. E’ quanto mi auguro e auguro ad allievi e docenti e a tutti coloro che sono sottoposti alle regole statali della suddetta Accademia.

Cara Anna Maria Prina secondo lei cosa manca oggi alla danza?

(Luca da Bologna)

Caro Luca,

la Sua domanda così semplice e stringata comporta una risposta da 1 miliardo di dollari! Molti studiosi, critici, addetti ai lavori e specialisti si sono riuniti a più riprese e in vari luoghi d’Italia per fare il punto sulla “situazione danza” in Italia e, di conseguenza, con un occhio all’estero. I risultati degli incontri sono i più svariati e io stessa mi sono “scervellata” a lungo per capire come mai in un Paese di grandi natali culturali e artistici la danza subisca il decadimento generale. Noi abbiamo ottimi Maestri, danzatori e coreografi (non parliamo ora dei mediocri o pessimi), ma il loro talento e le loro capacità raramente sono riconosciuti ed esaltati in Patria; anzi, a volte sono proprio gli stessi critici e colleghi a non riconoscerli e a distruggerli verbalmente. La nostra tradizione viene dimenticata e, di conseguenza, né tramandata né sviluppata. Ricorriamo sempre più spesso alla collaborazione di personaggi d’oltralpe che, ahimé, anziché arricchire, cancellano il nostro bagaglio culturale e artistico e soppiantano italiani altrettanto degni. Insomma siamo provincialmente esterofili. E oltretutto molti dei nostri talenti, ballerini e coreografi compiono la loro fulgida carriera all’estero. Penso anche che il provincialismo e l’esterofilìa portino alla creazione di gruppi chiusi, inibendo l’interscambio fra artisti, coreografi, teatri, scuole e operatori del settore. Aggiungiamo anche una preoccupante mancanza di qualità e stile. Spesso accade che un balletto sia uguale all’altro, soprattutto i classici dove si cerca sempre più la straordinaria prestazione ginnica e sempre meno la sobrietà e la riproduzione dello stile dell’epoca, seppure aggiornato. Per quanto riguarda i balletti contemporanei (che ho sempre spinto didatticamente e promosso negli spettacoli) sono spesso la copia della copia. Idee ripetitive e più da workshop e sperimentazione che da spettacolo con pubblico pagante da educare e attirare. Naturalmente vi sono anche spettacoli e interpreti degni di questo nome, di alto livello artistico internazionale. Infine devo ammettere che la Danza muove e produce poco denaro. Ciò fa’ si che le risorse per produrre spettacoli scarseggino perennemente, la circuitazione sia modesta e che fondi e sovvenzioni vadano principalmente alla lirica, alla sinfonica, alla prosa. E quei pochi soldi che vengono erogati si disperdono in piccoli rivoli (leggi scuole e compagnie) non sempre di qualità.

Cara Sig.ra Prina sono Angela un’insegnante di danza. Mi capita spesso di partecipare a concorsi di livello molto alto, tipo Spoleto o Rieti, con i miei allievi e mi sono accorta che i ragazzi stranieri sono più bravi rispetto a nostri italiani. Cosa pensa? Forse le scuole di formazione italiane non sono di buon livello? Oppure cosa?

(Angela da Trapani)

Cara Angela,

la Sua domanda mi suona un po’ triste poiché colgo in essa l’accettazione di un fatto dato per assodato. La mia prima considerazione è che i ragazzi stranieri che partecipano ai nostri Concorsi lo fanno in modo programmatico e determinato, finalizzato alla vincita, e sono in numero di molto inferiore rispetto ai partecipanti italiani. Questo vuol dire che su un grande numero di concorrenti italiani può darsi che sia più visibile una qualità  inferiore. Vorrei chiarire che la partecipazione a Concorsi è un fatto esclusivo, speciale in quanto il concorrente deve avere il carattere e qualità idonei (intelligente, caparbio, volitivo,  un fisico longilineo, resistente con doti di elasticità e naturali e senso artistico), il suo preparatore deve essere competente per il repertorio classico ( sapere trasmettere lo stile corretto oltreché conoscere i passi originali e non inventare a vanvera) e conoscere il contemporaneo, ove richiesto, o il modern, jazz, street etc. secondo le regole del Concorso. Ho riscontrato che spesso tutto ciò manca poiché parecchi insegnanti di scuole private non hanno le conoscenze tersicoree sufficienti per essere all’altezza della preparazione di brani di repertorio, variazioni, soli e passi a due. Spesso sono insegnanti che provengono dalla stessa scuola e che non hanno avuto esperienze teatrali come ballerini o coreografi, non conoscono abbastanza il mondo dell’Arte per poter avere il gusto, ovvero il buon gusto, per vestire, pettinare e truccare “comme il faut” i loro allievi. E da ultimo, spesso non hanno senso critico sviluppato per operare la giusta selezione fra gli allievi meritevoli. Per quanto riguarda, invece, le scuole più titolate d’Italia, avrà notato che i loro allievi partecipano raramente a Concorsi nazionali e internazionali. Questo, in generale, è perché la preparazione a un Concorso richiede molto tempo per raggiungere la qualità e per essere sicuri di vincere. Oltre a ciò gli allievi di queste scuole sono occupati con lezioni, prove e spettacoli e le direzioni preferiscono puntare maggiormente sulla loro formazione professionale, mentre una scuola privata ha poche occasioni per calcare le tavole di un palcoscenico e i Concorsi sono una buona occasione. La qualità dell’insegnamento della danza classico-accademica in Italia, pur avendo punte di  miglioramento e maggiore diffusione, ha, però, a disposizione sempre meno ragazzi/e che desiderano impegnarsi anima e corpo con pazienza e perseveranza per raggiungere risultati di qualità. D’altro canto è la nostra società consumistica che insegna il “tutto e subito”, il “mordi e fuggi”. Nella  Danza, al contrario, si ottengono risultati solo con …..lavoro, lavoro, lavoro e…tempo, tempo, tempo.

La posta di Anna Maria Prina

Scrivete a: redazione@giornaledelladanza.com

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