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Diana Ferrara: “Per aspera ad astra è il motto che da sempre guida ogni mia azione, nella carriera e nella vita”

Gli occhi di Diana Ferrara parlano da soli: intensi, talvolta sfuggenti, raccontano la storia di questa straordinaria ballerina e coreografa che, da sempre con grande caparbietà e forza, porta avanti le sue passioni e le rende “concrete”. Di poche ma importanti parole, l’étoile descrive la sua vita come una continua ricerca della perfezione, senza mai dimenticare i principi che la guidano ancora oggi in tutte le sue scelte. Diana Ferrara, Prima Ballerina Étoile del Teatro dell’Opera di Roma, è nata a Roma. Diplomatasi alla scuola dello stesso teatro sotto la guida di Attilia Radice, si è perfezionata all’estero con grandi maestri quali Prebil, Pares, Lepechinskaya, Popescu, Besobrasova, Hightower, Koliadenko, Karleskaya. Una lunghissima carriera caratterizzata da molti successi che lei, con molta modestia, ci racconta in questa intervista.

La Sua carriera è iniziata dietro i “banchi di scuola”del Teatro dell’Opera di Roma: che ricordo ha di quel periodo?

A dir la verità ho iniziato a studiare danza all’età di 7 anni in una scuola privata. Andavo a lezione con le mie tre sorelle: mio padre, farmacista di professione ma musicologo appassionato e ottimo fotografo,  aveva deciso di farci frequentare le lezioni presso la Scuola di Recitazione e Danza per ragazzi, istituto diretto dalla Contessa Metta Latini Macioti. Due pomeriggi a settimana io e le mie sorelle venivamo accompagnate in via della Scrofa 117 per frequentare le lezioni della maestra Wilma Valentino. Ero portata, molto dotata, affine al sacrificio e mi piaceva moltissimo. Già avevo capito che, probabilmente, la mia vita sarebbe proseguita sulla via della danza e delle arti. Poco tempo dopo, però, alla maestra Valentino subentrò la Prima Ballerina Franca Bartolomei Nofri, già affermata interprete e coreografa nonché partner di Walter Zappolini, Primo Ballerino del Teatro dell’Opera e poi Direttore della Scuola dell’Ente Lirico della capitale. Fu proprio lei a riconoscere le mie doti e a dire ai miei genitori di frequentare le lezioni del Maestro Ettore Caorsi, docente della scuola maschile del Teatro dell’Opera. Nonostante la scuola del Maestro fosse molto lontana dalla nostra abitazione, ero molto assidua e pronta al sacrificio. Tra l’altro a 14 anni venni scelta dal danzatore e coreografo Pieter van der Sloot e andai in tournée con la compagnia che dirigeva, Il Teatro del Balletto. Due anni dopo superai la severissima audizione presso la Scuola del Teatro dell’Opera di Roma, allora diretta da Attilia Radice. Sono stati anni importanti, mi hanno formata moltissimo e mi sono serviti a “spiccare il volo”.

Nel 1978 la nomina a Prima Ballerina étoile.  Come si è sentita dopo aver ricevuto questo importante ruolo?

È stato il coronamento di tantissimi anni di studio, perfezionamento e impegno. Il riconoscimento ha avuto un immediato e fantastico riscontro nella meravigliosa interpretazione del ruolo di Aurora ne “La Bella Addormentata”, affidatami dal coreografo André Prokowsky e danzato con Alfredo Rainò prima, con Michael Messerer, Tuccio Rigano e Peter Schaufuss poi, durante la stagione estiva alle Terme di Caracalla. Fu un successo. Ancora ho la pelle d’oca al solo pensiero. Un titolo che poi mi ha anche permesso di raccogliere importanti successi anche all’estero dove spesso mi recavo chiedendo i permessi proprio al Teatro dell’Opera. Un periodo meraviglioso della mia carriera ma soprattutto della mia vita.

Lei ha ballato con molti “grandi” della danza. Da Peter Schaufuss a Vladimir Vassiliev, da Denis Ganio a Tuccio Rigano. Senza dimenticare il re incontrastato, Rudolf Nureyev. Cosa più ricorda di “quella” Giselle?

Tutti i danzatori con cui ho avuto l’opportunità di ballare mi hanno dato tantissimo. Con alcuni di loro ho ballato di più, con altri meno…ma nessuno di loro mi ha lasciata “vuota”, anzi: mi hanno arricchita tremendamente, hanno condiviso la loro professionalità, tecnica senza alcuna remora. Quando ballavo con ciascuno di loro, l’obiettivo era sempre uno: fare la migliore esibizione possibile, per rendere speciale ogni pièce ballata. Di “quella” Giselle ho memorie bellissime: Nureyev, il re della danza, con me si è ammorbidito. Mi ha corretto dei movimenti, ha modificato Giselle e io l’ho eseguita proprio come lui voleva. Lui, per niente divo, mi ha affiancata e ha lavorato con me. Ballare per ben due volte con lui è stata un’esperienza unica, che mi ha anche fatto toccare con mano la professionalità incontrastata di un artista come lui. Un altro magnifico ricordo è legato al balletto Don Chisciotte, riprodotto dal Maestro Zarko Prebil che mi affiancò l’étoile del Teatro Bolshoi Vladimir Vassiliev. Lo spettacolo fu accolto con tale gradimento che la Direzione Artistica aggiunse altri spettacoli per far fronte alla richiesta del pubblico! È stata un’intesa professionale fantastica che ha anche dato vita ad un legame di amicizia molto forte.

Una lunga carriera che si è, poi, arricchita anche grazie alle esperienze al Teatro dell’Opera di Francoforte, al Landestheater di Linz per poi rientrare in Italia e danzare nel nostro paese. Cosa porta nel cuore di tutte queste esperienze?

Sono stati anni bellissimi, ho viaggiato moltissimo e nel contempo imparato tanto. Come ho detto poco fa, per allontanarmi dal Teatro dell’Opera, quando ovviamente non vi erano produzioni in corso, chiedevo i permessi per volare da Roma in Germania, Austria. Mi è sempre piaciuto poter danzare anche per altre platee e sono felice di averlo potuto fare al meglio.

Nel 1985 il grande salto: fonda la compagnia Astra Roma Ballet. Perché ha scelto di chiamarla così e soprattutto da dove è nato il desiderio di creare un “suo” gruppo di danzatori? E soprattutto: quali caratteristiche devono avere i ballerini per entrare a far parte dell’ensemble?

Ho deciso di chiamarla così perché “per aspera ad astra” è sempre stato il motto della mia vita. Ho raggiunto tutto quello che volevo, sempre e comunque tra mille difficoltà. È vero che le cose ottenute con caparbietà e tra mille problemi sono le migliori…ma che fatica! Talvolta farebbe bene, al cuore e all’anima, poter raggiungere i propri obiettivi anche con un po’ di serenità! Ho deciso di fondare una mia compagnia con l’intento di permettere a giovani talenti di esprimersi e realizzarsi e anche di trasmettere gli insegnamenti appresi al Teatro dell’Opera e in tanti anni di tournée. Tra mille difficoltà, soprattutto economiche, scelgo i danzatori, che devono avere una forte base classica, e creo le coreografie. L’attività va avanti, guidata sempre e comunque dalla frase “per aspera ad astra”!

È stata anche Coordinatore del Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, docente di repertorio all’Accademia Nazionale di Danza di Roma, Maitre de Ballet e coreografa e responsabile al Teatro Massimo Bellini di Catania. Quale aspetto, tra danzare e insegnare, preferisce di più e perché?

Adoro entrambe le cose. Quando facevo lezione al Teatro dell’Opera e vedevo che qualche collega più giovane non stava eseguendo i movimenti corretti, mi avvicinavo e la correggevo. Diciamo che il desiderio di insegnare, che ora si è concretizzato, è da sempre dentro di me. Ora faccio entrambe le cose e sono contenta!

Trova che la danza di allora sia diversa da quella di oggi?

Credo che la danza di oggi non sia diversa da quella del passato, bensì si sia evoluta moltissimo. Il nostro obiettivo è rimanere al passo con questi cambiamenti e farne tesoro.

Cosa manca al nostro paese per essere un grande esempio per la danza internazionale?

Bisogna studiare, studiare, studiare la storia della danza. E soprattutto riconoscere la danza come cultura.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Continuare ad insegnare, a creare spettacoli con la mia compagnia sono i progetti che continuo a coltivare. Ho delle idee ma al momento rimangono segrete…altrimenti che gusto c’è?!

C.V.

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