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Giuseppe Picone, un’étoile internazionale che vanta 20 anni di carriera

I tuoi impegni artistici più recenti?

Al Teatro Filarmonico di Verona il mese scorso si è conclusa una serie di spettacoli nell’ambito dell’ “Omaggio a Stravinsky”: Apollon Musagète e Uccello di Fuoco di Renato Zanella. Io e Renato ci siamo conosciuti 13 anni fa a Verona, poi sono andato a ballare a Vienna per un Galà e successivamente sono diventato étoile ospite residente della compagnia per più di 6 anni. Non lavoravamo insieme da 3 anni e un po’ tutti aspettavano questo ritorno di Zanella, essendo lui veronese di nascita. Erano 30 anni che aveva lasciato la sua città, girando tutto il mondo, sia come direttore che ballerino e coreografo. Ha richiesto specificamente me come danzatore per il suo Apollon Musagète e questo mi ha reso molto felice, perché anche da parte mia c’è tantissima stima nei suoi confronti. Il primo giorno di prova abbiamo creato tutta la parte iniziale del balletto, un assolo di 6 minuti  in un’ora, cosa che magari con altri coreografi richiede 3 o 4 giorni di lavoro. Lo spettacolo è stato eccellente e questo è stato detto sia dal pubblico che dai critici. Spero si ripeta al più presto.

Attualmente dunque sei in Italia. Tu che hai vissuto tanto all’estero, riesci a fare un raffronto tra com’era l’Italia dal punto di vista della danza quando sei andato via e come l’hai ritrovata quando sei ritornato?

Sono ormai residente in Italia da più di 5 anni e sono felice di essere richiesto all’estero per Galà e produzioni importanti. Rientrando, verso gli inizi del 2000, ho trovato una crisi generale della danza; in questi ultimi anni invece si sta avendo un rilancio di questa bellissima arte che per un lungo periodo è andata giù a picco. Anche se tuttora è difficile risalire la china, posso dire che c’è voglia di recuperare da parte dei ballerini e del pubblico.

La tua esperienza più significativa all’estero, quella che ti ha lasciato di più il segno dal punto di vista artistico?

Sicuramente Londra. Sono arrivato lì a 17 anni e mi sono stati affidati subito dei ruoli molto difficili come Albrecht in Giselle e Romeo, ma non il Romeo di Macmillan o di Cranko, bensì quello di Nureyev, che tecnicamente è difficilissimo. Ero molto giovane, ma artisticamente ho avuto la fortuna di lavorare con dei maestri così eccellenti che sono riuscito ad andare in scena senza problemi.

Uno dei tuoi ricordi più vivi di quand’eri allievo?

Sicuramente al Teatro San Carlo  quando sono stato scelto da Beppe Menegatti e Carla Fracci per interpretare Nijinsky accanto a Vladimir Vasiliev. Quello come ricordo da allievo è certamente il più significativo perché in quel cast c’erano tre miti della danza: Vldimir Vasiliev, Ekaterina Maximova e Carla Fracci. Avevo solo 12 anni e non avrei potuto chiedere di più!

Che cosa è sempre stato importante per te ricordare come valore nel tuo percorso di danzatore?

Le cose a cui tengo moltissimo sono le emozioni. Quando entro in scena, cerco sempre di lasciare un segno nella mente di chi mi sta guardando. Non mi basta danzare come se dovessi svolgere un compito in classe, cerco emozioni e cerco di trasmetterle a mia volta, questi sono i valori più importanti per me come artista. Sul piano umano i miei valori sono sempre stati quelli di arrivare ad un livello internazionale  con i piedi per terra e soprattutto senza scendere a compromessi . È una strada difficile e un giovane che si affaccia ora a questo mondo, se fa il paragone fra me e chi è arrivato a certi obiettivi per strade più semplici, sicuramente prende come modello il secondo. Le proposte di compromessi sono state tantissime e quando rifiuti, sebbene sia la cosa giusta, cercano di ostacolarti in ogni modo. E alla fine è un’arma a doppio taglio, se non rifiuti sei comunque accusato di essere sceso a compromessi, se rifiuti ti mettono comunque i bastoni fra le ruote perché hai rifiutato, ho passato dei momenti non facili.

Sul piano umano, al di fuori della scena chi è Giuseppe Picone? Come trascorre il suo tempo? Quali sono le cose che ami di più?

Umanamente parlando, sono ancora molto legato alla mia famiglia, nel senso che faccio di tutto per trascorrere del tempo con i miei cari, che vedo molto spesso. Sono una persona assolutamente tranquilla a cui piace vivere una vita normale con gli amici, visitare un museo, andare a giocare a tennis oppure al cinema. Sono molto semplice, non ho bisogno di crearmi uno “status symbol” da divo, perché non mi interessa. Divo posso esserlo in scena è quello che fa la differenza. Purtroppo oggi tutto questo si sta un po’ perdendo, ad esempio il titolo di étoile viene dato a ballerini che non sono stelle della danza. Questo crea molta confusione di ruoli e di definizioni nella mente delle persone e credo che non sia assolutamente corretto verso chi svolge questo lavoro con la massima serietà e professionalità. Purtroppo questa spiacevole situazione è  presente soprattutto in Italia, mentre all’estero la distinzione fra le varie qualifiche è molto netta e precisa, com’ è giusto che sia. E dunque è normale che i ballerini seri se ne vadano all’estero, dove sono rispettati per tutti i sacrifici che hanno affrontato. Molti giovani credono che basti andare in TV e ovviamente quello diventa il modello da seguire, non c’è più una cultura della danza, né si comprendono gli sforzi che vi sono dietro e i sacrifici che una carriera da professionista richiede. È troppo più comodo pensare alle vie più facili per far strada.

I tuoi progetti futuri?

Prima di rientrare a Roma con la serata Trittico Balanchine, Béjart, Robbins che si terrà al Teatro dell’Opera di Roma il prossimo 3 maggio, il 28 Aprile andrò a ballare a Vienna in un Gala di danza organizzato da Vladimir Malakhov, insieme ad altre étoile di Berlino, Vienna e San Pietroburgo. Poi sarò ospite presso il Ballet de l’Opéra National de Bordeaux, perché l’étoile della compagnia francese, Emmanuelle Grizot, andrà in pensione a luglio con Giselle ed ha chiesto di essere accompagnata da me. Charles Judes mi ha proposto quest’incarico che ho accettato molto volentieri. Il 16 luglio invece riceverò il Premio Simona Atzori, a Pescara, ormai alla sua decima edizione. Nel 2012 celebrerò 20 anni di carriera e ho in mente organizzare un Galà da portare in giro e di creare un DVD che raccolga sia la parte classica che tutte le coreografie moderne che sono state create per me.

Non hai mai pensato anche in termini di coreografo oltre che di ballerino?

Ho creato due assoli per me stesso, ho coreografato l’assolo del II Atto di Bella Addormentata – quello che ha reso famoso Nureyev – ed anche un altro assolo moderno, però mi sento sicuramente più ballerino, e spero in futuro anche direttore, che coreografo.

Dunque ti piacerebbe dirigere un teatro?

Sicuramente, ma dovrei  avere la possibilità di migliorare il sistema della danza in Italia, altrimenti sarebbe inutile.

E all’estero non ti si è presentata l’opportunità di dirigere?

Se volessi, all’estero sicuramente potrebbe essere tutto più facile, anche senza conoscere nessuno e senza avere appoggi, com’è successo a Zanella, che era un coreografo residente del Balletto di Stoccarda quando gli fu offerta dal Sovrintendente la direzione della Compagnia dell’Opera di Vienna all’età di 33 anni. Un incarico che gli è stato offerto unicamente per i suoi meriti ed è rimasto alla direzione della compagnia per 12 anni. Stessa cosa per Manuel Lègris, che, appena ha terminato la sua carriera di étoile, è stato nominato direttore a Vienna, o per Charles Judes, che, a 43 anni, quando ha deciso di ritirarsi dall’Opéra di Parigi, gli è stata subito offerta la direzione dell’Opéra di Bordeaux dove ha continuato a ballare per anni, oltre a dirigere.

Il tuo futuro lo immagini in Italia o all’estero?

Sinceramente lo immaginerei in Italia, perché vorrei fare tanto per il Paese dove sono nato, ma, se non mi viene data la possibilità, cosa posso farci?

Un messaggio conclusivo…

Il mio messaggio va ai giovani, perché sono loro il futuro di quest’arte. Spero che abbiano tanta passione per il mondo della danza che io amo moltissimo. Invito loro a credere in ciò che fanno, perché è un mondo che può portare tante soddisfazioni, anche se il lavoro di tutti i giorni in sala può sembrare faticoso. Quando sei in scena, con i costumi, le luci, il trucco, i colleghi che ti guardano da dietro le quinte, ma soprattutto il pubblico in platea che ti viene ad applaudire, quello ripaga di ogni sacrificio. Se i giovani danzatori italiani crederanno nella danza, la danza non morirà nel nostro Paese.

Lorena Coppola

Foto di Alessio Buccafusca ed Ennevi

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