
Ogni gesto è attraversato da un’energia, ma non ogni gesto la rivela. Esiste una differenza sostanziale tra il movimento che occupa lo spazio e quello che lo trasforma; tra l’azione eseguita e l’azione abitata. La qualità dell’energia che attraversa il gesto è ciò che distingue la forma dalla presenza, la tecnica dall’esperienza, il visibile dal percepibile.
Nell’osservare un gesto, spesso si è portati a giudicarne la precisione, l’ampiezza, la chiarezza formale. Tuttavia, ciò che realmente colpisce — anche quando non sappiamo nominarlo — è la qualità dell’energia che lo sostiene. Un braccio che si solleva può apparire leggero, teso, fluido, spezzato, trattenuto. La traiettoria è la stessa, ma il significato cambia radicalmente.
L’energia non è un’aggiunta al gesto: è la sua sostanza. È ciò che dà al movimento una temperatura, un peso, una direzione interiore. Senza questa qualità, il gesto resta vuoto, funzionale, replicabile; con essa, diventa unico, irripetibile, carico di senso.
La qualità dell’energia dipende dalla sua origine. Un gesto che nasce dalla periferia del corpo — una mano, un piede — avrà una dinamica diversa da uno che scaturisce dal centro, dal respiro o dal bacino.
Cambia la continuità del movimento, la sua capacità di attraversare il corpo senza spezzarsi. L’energia può scorrere, accumularsi, esplodere o disperdersi, e ciascuna di queste modalità genera una diversa esperienza estetica.
In molte pratiche corporee e coreografiche, l’attenzione non è rivolta tanto al “cosa” del gesto, quanto al “come” dell’energia che lo percorre: è continua o intermittente? Direzionata o diffusa? Contenuta o eccedente? La risposta a queste domande costruisce una vera e propria grammatica invisibile del movimento.
Un errore comune è confondere l’energia con lo sforzo. Un gesto può essere estremamente energetico senza essere violento, e intensissimo pur nella quasi immobilità.
La qualità dell’energia non si misura in termini di forza, ma di densità. È una questione di presenza: quanta attenzione, quanta intenzione, quanta necessità attraversano quel gesto.
Un corpo che si muove lentamente, ma con un’energia pienamente abitata, può risultare più potente di un corpo lanciato in una sequenza virtuosistica ma priva di ascolto. In questo senso, l’energia è una forma di etica del movimento: implica una responsabilità verso ciò che si fa e verso chi guarda.
La qualità dell’energia non resta confinata nel corpo che si muove: si trasmette. Attraversa lo spazio, raggiunge lo spettatore, crea risonanze. È ciò che permette a un gesto di “parlare” senza ricorrere a simboli espliciti. Lo spettatore non decodifica l’energia, la sente. La percezione avviene prima della comprensione.
Questa trasmissione rende l’energia un elemento profondamente relazionale. Cambia in base al contesto, alla distanza, allo sguardo che incontra. Un gesto eseguito nello stesso modo, in un altro spazio o davanti a un altro pubblico, non avrà mai la stessa qualità energetica.
Ogni corpo porta con sé una storia di energie sedimentate: abitudini, tensioni, apprendimenti, traumi. La qualità del gesto è anche il risultato di questa memoria incarnata. Lavorare sull’energia significa spesso disimparare, svuotare il gesto da automatismi, permettere a nuove possibilità di emergere.
In questo processo, il gesto diventa un luogo di rivelazione. Mostra non solo ciò che il corpo fa, ma ciò che è stato e ciò che può ancora diventare. La qualità dell’energia è allora una soglia: tra passato e presente, tra controllo e abbandono.
La qualità dell’energia che attraversa il gesto è ciò che rende il movimento vivo. È una dimensione sottile, difficile da definire e impossibile da standardizzare, ma immediatamente riconoscibile.
In essa si incontrano tecnica e sensibilità, disciplina e ascolto, intenzione e apertura. È qui che il gesto smette di essere semplice azione e diventa esperienza: per chi lo compie e per chi lo osserva.
Michele Olivieri
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