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Massimiliano Volpini: “La danza, amore a prima vista”

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Massimiliano Volpini entra nel Corpo di Ballo del Teatro alla Scala nel 1991 dove rimane fino al 2014, dedicandosi poi completamente alla coreografia. È stato uno dei quattro coreografi scelti per l’International Choreography Showcase 2000 in Virginia dove ha creato “Due”; sempre nel 2000 ha creato “Sinfonia in quattro colori” per la Scuola di Ballo della Scala. Nel 2001 ha iniziato la collaborazione con Roberto Bolle, per il quale ha creato un assolo per il “Premio Barocco 2001”; una coreografia per “Notte di duelli e di magia” (trasmissione Rai ideata da Vittoria Ottolenghi); una coreografia per Roberto Bolle e Greta Hodgkinson per Ferragamo e il balletto “Antonio e Cleopatra”. Ha realizzato le coreografie per “Traviata” al Todi Arte Festival. Ha creato svariate coreografie per i danzatori scaligeri, tra cui Lettera ritrovata, Bolero, File not found, Ludwig Dances, Darkness is about to pass, Aria. Dal 2007 al 2010, in qualità di coreografo residente, ha realizzato nove coreografie per la Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma. È stato invitato da Peter Martins a partecipare alla Fall Session 2007 e alla Summer Session 2008 del “New York Choreographic Insitute”. Per il “Tulsa Ballet”, in Oklahoma, realizza nel 2009 “Amadè”. Ha creato la coreografia della canzone “Ricomincio da qui”, cantata da Malika, andata in scena anche al 60° Festival di Sanremo. Per la compagnia di Balletto Mimma Testa ha creato “Family Zapping”. Nell’aprile 2011 ha debuttato “My name is Nobody”, balletto a serata intera commissionato e prodotto dalla 26° Biennale di Musica Contemporanea di Zagabria. È stato regista e coreografo dello spettacolo “Il mantello di pelle di drago”. In seguito ha realizzato “Prototype”, un assolo creato per Roberto Bolle (rappresentato a New York, Londra, Shanghai, Mosca, Roma, Genova, Trieste, Sanremo). Nel 2014 ha ideato sempre per Roberto Bolle “Through the light”. Ha firmato le coreografie del “Concerto di Capodanno” 2015 e 2016 della Fenice di Venezia con il Corpo di Ballo scaligero. Sempre per la Scala ha firmato le coreografie dell’Aida di Peter Stein. Nello stesso anno ha creato per l’Accademia Nazionale di Danza. Nel settembre 2015 è andato in scena a Busseto “Drakula” (in tandem con Laurent Gerber e le musiche di Nicola Urru). Nell’aprile 2016 ha debutta alla Scala con “Il Giardino degli amanti”. Nello stesso mese è andato scena al Piccolo Teatro Regio di Torino “Pirandello Suite”.

Gentile signor Volpini, quali studi ha intrapreso per coltivare la passione dell’arte coreutica?   

Ho iniziato a studiare danza a dieci anni, con il maestro Pepé Urbani a Roma. Le mie due sorelle erano già in quella scuola mentre io facevo judo. Nella scuola di Urbani c’erano molti ragazzi, così mi sono lasciato convincere a provare. Ed è stato amore a prima vista.

Come è arrivato poi ad entrare nel prestigioso Corpo di Ballo della Scala?

Arrivavo da esterno, ero già nel corpo di ballo del Maggiodanza con Polyakov. Quando venne indetto il concorso per la Scala decisi di provare, non pensavo di entrare proprio perché non venivo dalla scuola della Scala, ma il concorso andò bene e venni assunto subito a tempo indeterminato.

Chi c’era alla direzione del Corpo di Ballo e quali sono i maggiori ricordi degli anni scaligeri?

C’era Giuseppe Carbone con cui avevo già lavorato al Balletto di Venezia, con lui c’era stima reciproca e insieme abbiamo fatto tante cose interessanti. In Scala ci sono stato ventitré anni come ballerino quindi i ricordi sono tanti, ci sono stati momenti meravigliosi e momenti difficili, è come un lungo matrimonio dove tante cose succedono. Ovviamente i primi anni erano quelli più entusiasmanti, ballavo molto ed avevo grande smania di palcoscenico. Poi, con la coreografia, la mia attenzione si è spostata altrove, l’attività di ballerino mi interessava sempre meno ed anche il fisico subiva sempre di più la dura disciplina della danza.

In quale spettacolo della stagione ha debuttato, in veste di danzatore, sul palcoscenico della Scala?

Il primo spettacolo in cui ho messo piede sul palcoscenico della Scala è stato “Romeo e Giulietta” di Cranko, mi divertivo molto soprattutto nel primo atto nella bagarre di piazza.

In seguito come si è avvicinato alla professione di coreografo?

Sin da subito ho cominciato a inventare, sperimentare passi. Ovviamente lo facevo su di me, ero la mia prima cavia, poi un po’ alla volta ho coinvolto i colleghi fino ad arrivare al primo vero spettacolo, “Buster”, che è stata una delle esperienze più belle e divertenti di sempre.

Verso quale repertorio si sente maggiormente incline?

C’è stata una fase in cui amavo soprattutto il contemporaneo, quando ho visto i primi lavori di Kylian, Forsythe e Mats Ek sono rimasto folgorato, erano loro i miei punti di riferimento. Negli anni però mi sono un po’ stufato del contemporaneo, sarà che manca una nuova onda, un nuovo Kylian che riscriva le regole dello stile. Quindi ho un ritorno al classico che secondo me ha ancora un potenziale enorme, soprattutto se utilizzato con dinamiche e approcci più nuovi.

Crede che l’attuale metodo di insegnamento della danza in Italia, sia efficace?

In Italia non c’è un metodo di insegnamento, non c’è una scuola, ogni insegnante, ogni scuola, è un mondo a parte. Quindi l’efficacia è tutta nelle mani del singolo insegnante, del suo personale talento.

E a suo avviso cosa pensa che manchi per regolamentare al meglio questa disciplina a livello nazionale?

Non so rispondere, perché la questione è complessa. Regolamentare l’insegnamento a livello ministeriale mi spaventerebbe, perché come spesso accade in Italia a metterci le mani sono incompetenti o persone interessate che sistemano le leggi per il tornaconto di pochi. Ci vorrebbe una solida tradizione, una scuola ben riconoscibile, una cultura diffusa della danza, solo con questi presupposti si potrebbe salvaguardare la qualità e la professionalità.

Quali sono stati i momenti più importanti ed emozionanti della sua carriera? Quelli che in qualche modo hanno determinato una svolta a livello artistico?

I primi anni di carriera al “Balletto di Venezia” sono stati probabilmente i più divertenti ed entusiasmanti, ero molto giovane, pieno di energie ed una inesauribile fame di danza. L’arrivo in Scala è stato un momento importante sicuramente, poi ricordo con affetto il periodo in cui Elisabetta Terabust venne a dirigere il Corpo di Ballo, erano anni di crescita per me e quelli della mia generazione, abbiamo lavorato tanto e bene, sotto la cura attenta e appassionata di Elisabetta. Poi ci sono le esperienze come coreografo, le due sessioni del Choreographic Institute a New York sono state fantastiche, mi sentivo davvero felice di essere lì. Ma anche la messa in scena di spettacoli come “My name is Nobody” in Croazia, esperienza importante e intensa.  Sicuramente c’è “Prototype” con Roberto Bolle, rappresentato a New York, Londra, Shanghai,  alla Scala, a Caracalla ed in questi giorni all’Arena di Verona. E proprio quest’anno ci sono state due esperienze fondamentali: il “Giardino degli amanti” al Teatro alla Scala e “Pirandello suite” al Teatro Regio di Torino.

Spesso ha creato e collaborato con il “divino” Roberto Bolle? Com’è nata la vostra collaborazione e stima reciproca? E cosa trova in lui, al di là della star ed icona mondiale della danza, che lo rende così speciale oltre alla tecnica e alla bellezza tersicorea?

La collaborazione si è consolidata nel corso degli anni, un po’ alla volta, “Prototype” è stato il progetto che ha consolidato un legame professionale di lunga data. Nel periodo in cui facevo le prove del  “Giardino degli amanti” Roberto non era per me una star di cui avere soggezione, ma un artista che era al mio fianco per portare lo spettacolo al miglior risultato possibile. È sempre stato dalla mia parte in tutto il processo creativo. Ogni volta che lavoro con Roberto rimango stupito dalla sua capacità di vedere lontano, di capire le cose che funzionano e quelle che non funzionano, la lucidità su quello che sta facendo e sulla sua carriera. Non è la tipica star tutta gloria e bella vita, lui dedica tutte le sue energie fisiche e mentali al lavoro e alla danza, è un lavoratore come non ne ho mai visti.

Qual è il balletto di repertorio che maggiormente ama?

Anche se non è parte del repertorio ottocentesco, per me il balletto più bello è “Romeo e Giulietta”, a partire dalle strepitose musiche di Prokofiev, e poi la storia, il contesto, il dramma e la passione che sovrastano tutto e tutti. Prima o poi mi piacerebbe fare una mia versione del balletto.

A quale ricordo è maggiormente legato nella Sua carriera?

Nessuno in particolare, questi ultimi anni sono stati così ricchi di eventi ed emozioni che mi tengono ancorato al presente e mi fanno guardare al futuro. I ricordi sono al momento meno forti delle speranze per i progetti futuri.

Qual è stato il suo primo lavoro coreografico in assoluto e quali sono state le maggiori difficoltà nel passare da danzatore a creatore?

Escludendo le coreografie create per me, che erano più che altro delle sperimentazioni, il primo vero lavoro era un passo a due creato per due mie colleghi sulla musica di Nyman, poi arrivò subito “Buster”, lo spettacolo dedicato a Buster Keaton con cinque danzatori e un musicista. Non ho mai trovato difficoltà nel passare alla coreografia, era per me un passaggio naturale, all’inizio le due strade erano unite, il ballerino e il coreografo avevano la stessa testa e lo stesso corpo, solo più tardi coreografo e ballerino sono diventati entità separate.

Qual è stato lo spettacolo che ha segnato il Suo addio alle scene in veste di ballerino?

Non c’è stato un vero spettacolo d’addio, la carriera di ballerino è finita un po’ in dissolvenza. Direi però che l’ultimo spettacolo in cui mi sono divertito a stare in scena, che ricordo con piacere, è stato l’“Excelsior” nella tournée brasiliana con la Scala.

Ha lavorato e creato anche per la Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma! Una felice esperienza?

Sì ho molto amato quel periodo. Avevo la fiducia incondizionata della direttrice Paola Jorio, i ragazzi erano meravigliosi per l’entusiasmo e la bravura, ma anche per la forma mentale, dei piccoli professionisti con l’energia dei ragazzini. Ho realizzato nove creazioni per loro che ci hanno dato grandi soddisfazioni. Ora ogni tanto incontro quei piccoli danzatori, che nel frattempo sono diventati grandi, come ad esempio Claudio Coviello, in giro per le varie compagnie e vedo che la formazione ricevuta allora li ha resi professionisti di grande qualità, sotto tutti gli aspetti.

Mentre alla Scuola di Ballo Accademia Teatro alla Scala?

All’Accademia della Scala ho fatto solo una coreografia, “Sinfonia in quattro colori” sulla Sinfonia Classica di Prokofiev, è stata un’esperienza molto bella anche quella, peccato non abbia avuto un seguito.

A Suo avviso chi ha creduto maggiormente in lei, nella sua carriera fino a raggiungere il livello attuale di notorietà e maturità artistica anche con il recente “Giardino degli amanti” al Teatro alla Scala?

A parte i miei genitori, che non hanno mai mancato di farmi avere il loro sostegno, uno dei primi  a darmi opportunità importanti è stato Giuseppe Carbone, che dal “Balletto di Venezia” mi ha voluto a Verona e poi alla Scala. Con lui ho collaborato molto nel corso degli anni. Ad Elisabetta Terabust devo gli anni più belli in Scala, mi ha dato ruoli importanti e mi ha fatto crescere molto. A Makar Vaziev devo la grande occasione del debutto scaligero, e poi c’è Roberto, che non manca mai di coinvolgermi nei suoi progetti.

Come prepara solitamente una coreografia? Da dove trae spunto per la realizzazione?

Dipende dalle situazioni, posso partire da una storia, quindi costruisco prima la struttura narrativa, immagino il mondo che ne deve venire fuori, poi cerco le musiche e infine lavoro sulla coreografia vera e propria. Molto diverso quando si tratta di balletti brevi che nascono da una musica, in tal caso l’ispirazione è più diretta, la coreografia scorre già nella mia mente mentre ascolto la musica.

Quali sono stati i suoi maestri, non solo materiali ma anche ideali?

Chi mi ha insegnato la danza è stato Pepé Urbani, Baryshnikov è stato il mito che me l’ha fatta sognare e desiderare. Per la coreografia, il primo amore è stato Twyla Tharp, sempre per merito di Baryshnikov, poi sono arrivati Forsythe, Mats Ek e Kylian, solo con il tempo ho capito quanto ha influito su di me Roland Petit.

In generale, pensa sia “buona cosa” per un coreografo aver avuto esperienza di danzatore e/o di insegnante?

Oggi ci sono approcci coreografici che vanno oltre la tecnica, si basano molto sull’improvvisazione dei ballerini o su un tipo di movimento privo di codice. Ma per il tipo di danza che faccio io, che è ancora una danza ballata, conoscere bene la tecnica è fondamentale, è necessario capire le dinamiche e le sensazioni fisiche di certi movimenti. Quando si lavora con ballerini come quelli della Scala bisogna avere grande padronanza del linguaggio, altrimenti è impossibile creare una coreografia.

Che esperienza è stata “Il Giardino degli amanti”?

È stata un’esperienza complessa, piena di emozioni di vario tipo. La Scala è una macchina gigante che ti fa sentire tutto il suo peso, hai un’esposizione assai forte e ti senti sotto tiro. In più avevo la diretta con la Rai quindi tutto era amplificato. Oggi in Scala ci sono ritmi produttivi pazzeschi quindi il tempo per montare un nuovo spettacolo è ridottissimo, poche prove, ore contingentate e non si può perdere nemmeno un minuto. Non c’è lo spazio per sperimentare, non c’è margine per cambiare idea. Per contro hai a disposizione professionalità di altissimo livello in ogni settore, dal primo ballerino al macchinista, tutti sono preparati, in quel teatro c’è una quantità di talenti che è impressionante. Durante la lavorazione del Giardino mi sono comunque sentito a casa, ho avvertito affetto intorno a questo balletto, non solo in sala ballo ma anche da parte della sartoria, degli scenografi, dei tecnici, dei musicisti, tutti hanno partecipato a questo progetto con grande dedizione e ne sono stato davvero felice.

Tra tutti i nuovi linguaggi contemporanei della danza, nazionali e internazionali, chi reputa tra i coreografi attuali geniale per ricerca artistica e creatività del movimento?

Mi sembra che in questo momento non ci siano grandi invenzioni, da una parte c’è la danza d’avanguardia che ha continuato il suo percorso, dall’altra c’è un pubblico che vuole il grande titolo, vuole tornare ad emozionarsi in teatro. Ci sono coreografi che mi piacciono molto come Hofesh Shechter ed Alexander Ekman, capaci di andare oltre l’estetica e la fisicità pura, ma non si può parlare di genialità, non c’è la meraviglia di quando per la prima volta abbiamo visto Mats Ek, per esempio. La strada, secondo me, è trovare nuovi modi di raccontare, di mettere in scena emozioni e storie con modalità innovative.

La musica come si combina con il lavoro del coreografo e in particolare con il Suo?

Ho un tipo di musicalità che non può prescindere dalla partitura, per questo amo coreografare sui grandi del barocco o su compositori come Prokofiev o Shostakovich, con le loro musiche così ricche di dettagli e colori. Mi piace anche la musica elettronica purché sia suggestiva e carica di atmosfera, mentre mi è impossibile usare la musica contemporanea degli anni ‘50/’70, ha un tipo di dinamica che non riesco a seguire. Ci sono molti coreografi contemporanei che montano le coreografie senza musica e poi aggiungono la base sonora o la fanno comporre sulla coreografia, io non sarei capace di seguire un  approccio di questo tipo.

Per concludere signor Volpini, la danza in senso lato, che messaggio dovrebbe trasmettere ai giovani del domani?

Quando creo uno spettacolo non penso al messaggio o alla morale che contiene e come spettatore non mi interessa l’aspetto sociale di uno spettacolo. Credo però che la disciplina della danza porti con sé un insegnamento fortissimo. I ragazzi che hanno studiato danza hanno una forza in più rispetto alla maggioranza delle persone. Sin da piccoli sviluppano una disciplina e un senso del dovere che i loro coetanei nemmeno si sognano. Sanno prendersi le loro responsabilità, quando una ragazzina di undici anni va in scena si carica di un impegno enorme, perché è lei in scena e non può nascondersi se ha lavorato male il pubblico se ne accorgerà. E poi si impara a lavorare con gli altri, a far parte di un gruppo, si impara la forza che possono avere passione e determinazione. Non a caso i ballerini che smettono di ballare, qualunque lavoro facciano dopo, sono sempre i più bravi.

Michele Olivieri
www.giornaledelladanza.com

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