
C’è un momento, sulla scena, in cui il corpo sembra sospeso tra gravità e desiderio. È in quell’istante che vive ancora oggi lo stile di Rudolf Nureyev — non solo nella memoria del balletto, ma nelle trame, nei tagli e nei volumi della moda contemporanea.
Nureyev non è stato semplicemente un interprete straordinario: è stato un’estetica vivente.
Ribelle e aristocratico, disciplinato e selvaggio, capace di trasformare ogni gesto in dichiarazione identitaria. La moda, da sempre sensibile alle personalità che superano il proprio tempo, ha trovato in lui una musa inesauribile.
Nel 2011, John Galliano firma uno degli omaggi più intensi e stratificati al mondo ballettistico.
La sua collezione uomo Autunno/Inverno diventa un racconto scenico ispirato all’universo dei Ballets Russes, in dialogo ideale con la grande mostra dedicata alla compagnia al Victoria and Albert Museum di Londra. Non è una semplice citazione stilistica. È una messa in scena.
Cappotti monumentali, pellicce teatrali, silhouette allungate, maglieria aderente da sala prove, stratificazioni drammatiche: Galliano costruisce un personaggio che attraversa la Russia imperiale, l’esilio, la disciplina, l’eccesso. In filigrana si legge la biografia emotiva di Nureyev — il danzatore che fuggì verso l’Occidente portando con sé un’estetica di tensione e splendore. Il corpo, in questa collezione, non è solo vestito: è narrato. È protagonista.
Più recente, ma altrettanto potente, è l’omaggio di Dior Men Autunno/Inverno 2024-25 firmato da Kim Jones. Qui il riferimento a Nureyev si traduce in un equilibrio sofisticato tra rigore e fluidità.
Maglieria aderente, pantaloni ampi che seguono il movimento, dettagli che evocano la sala prove: la collezione trasforma la tecnica del balletto in linguaggio sartoriale. La passerella si fa palcoscenico minimale, dove il gesto è suggerito più che dichiarato. Non c’è eccesso, ma controllo. Non c’è costume, ma costruzione.
Jones coglie la dualità di Nureyev: la disciplina ossessiva dell’allenamento e la carica magnetica della scena. La couture maschile dialoga con il corpo come strumento, rendendo visibile la struttura interna del movimento.
Nel 2021, Etro sceglie un’altra via: non il racconto biografico, ma l’energia. “Winds of Freedom” è una dichiarazione di indipendenza estetica. Tessuti fluidi, motivi Paisley, linee morbide: la collezione traduce lo spirito anticonformista di Nureyev in un guardaroba bohemien e colto. Qui la danza è atmosfera. È attitudine.
L’eleganza non è rigida, ma nomade. Non è codificata, ma vissuta. Il danzatore diventa simbolo di libertà espressiva, di identità non addomesticata.
Oltre agli omaggi dichiarati, l’ombra elegante di Nureyev attraversa le passerelle in modo più sottile. Designer come Dries Van Noten hanno lavorato sul rapporto tra tessuto e movimento, tra costruzione e sensualità, esplorando quella tensione tra struttura e fluidità che il danzatore incarnava naturalmente.
La moda contemporanea — sempre più attenta al corpo reale, alla performance, alla fluidità di genere — sembra aver assorbito una lezione nureyeviana fondamentale: l’identità è un atto scenico.
La relazione tra Nureyev e la moda non è nostalgia. È attualità. È la consapevolezza che un abito non è statico, ma vive solo quando si muove. Che il taglio deve seguire il gesto. Che la silhouette è una coreografia.
In fondo, la grande rivoluzione di Nureyev non è stata solo tecnica. È stata visiva. Ha ridefinito la presenza maschile sul palco — e, indirettamente, anche nella moda.
Oggi, ogni volta che una passerella si trasforma in teatro, ogni volta che un designer pensa al corpo come a uno strumento espressivo, il suo lascito torna a vibrare.
Perché alcuni artisti non smettono di danzare. Cambiano soltanto palcoscenico.
Michele Olivieri
Foto di Geoffroy Van Der Hasselt
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