
Petite Mort è uno dei capolavori più emblematici del coreografo ceco Jiří Kylián, creato nel 1991 per il Nederlands Dans Theater in occasione del bicentenario della morte di Wolfgang Amadeus Mozart. Il titolo, tratto da un’espressione francese che allude poeticamente all’orgasmo, introduce immediatamente il tema centrale dell’opera: la sottile e complessa relazione tra eros, vita e morte, tra tensione e abbandono, tra controllo e perdita di sé.
Kylián, tra i più raffinati interpreti del linguaggio coreografico contemporaneo, costruisce con Petite Mort un lavoro di straordinaria eleganza formale e profondità simbolica. La scelta musicale ricade su due celebri movimenti lenti per pianoforte e orchestra di Mozart — il Concerto n. 23 in la maggiore (K. 488) e il Concerto n. 21 in do maggiore (K. 467) — che diventano la trama sonora su cui si sviluppa un dialogo continuo tra disciplina classica e libertà espressiva. La musica mozartiana, con la sua limpidezza e il suo equilibrio, viene così attraversata da un sottotesto emotivo più inquieto e sensuale, creando un contrasto affascinante tra superficie e profondità.
Il balletto è interpretato da sei uomini e sei donne, figure senza nome che incarnano archetipi più che personaggi definiti. Non esiste una trama narrativa nel senso tradizionale, ma piuttosto una successione di immagini e situazioni coreografiche che evocano relazioni umane, attrazione, vulnerabilità e potere. Gli uomini entrano in scena brandendo delle spade da scherma, oggetti che assumono una valenza fortemente simbolica: da un lato rappresentano la virilità, il controllo e la disciplina, dall’altro suggeriscono pericolo, aggressività e tensione latente. Le spade vengono maneggiate con precisione quasi rituale, creando un ritmo visivo che dialoga con la musica.
Accanto a questo elemento, uno degli aspetti più celebri e sorprendenti del balletto è la presenza di grandi strutture nere simili a gonne vittoriane montate su ruote, che si muovono autonomamente sul palcoscenico. Questi oggetti scenici, apparentemente privi di corpo, evocano l’assenza e la presenza allo stesso tempo, suggerendo figure femminili senza volto, identità sfuggenti o forse l’idea stessa del desiderio che si sottrae alla presa. Quando le danzatrici emergono da queste strutture, il gioco tra visibile e invisibile si fa ancora più sottile, creando immagini di grande impatto visivo.
La coreografia si distingue per la sua capacità di fondere il vocabolario del balletto classico con movimenti contemporanei fluidi e sensuali. I corpi dei danzatori si cercano, si respingono, si intrecciano in duetti di intensa fisicità, in cui la tecnica impeccabile convive con una dimensione emotiva palpabile. Il contatto tra i corpi diventa linguaggio primario: carezze, prese, slittamenti e sospensioni costruiscono una grammatica del desiderio che non ha bisogno di parole.
Una delle grandi innovazioni di Petite Mort risiede proprio nella sua essenzialità. La scena è spoglia, la luce calibrata con precisione, i costumi — spesso ridotti all’essenziale — contribuiscono a mettere in risalto la purezza del movimento. In questo contesto minimale, ogni gesto acquista un peso specifico, ogni pausa diventa significativa. Kylián lavora sul tempo con straordinaria sensibilità, alternando momenti di tensione quasi trattenuta a improvvise aperture liriche.
Dal punto di vista simbolico, il balletto può essere letto come una meditazione sulla fragilità dell’esistenza e sull’intensità dell’esperienza umana. Il riferimento alla “piccola morte” non è soltanto erotico, ma anche esistenziale: ogni abbandono, ogni perdita di controllo, ogni istante di totale immersione nell’esperienza comporta una sorta di dissoluzione dell’io. In questo senso, la danza diventa metafora della vita stessa, con i suoi equilibri precari e le sue inevitabili cadute.
Nel corso degli anni, Petite Mort è diventato uno dei lavori più rappresentati e amati del repertorio contemporaneo, entrando stabilmente nei programmi di numerose compagnie internazionali. Il suo successo risiede nella capacità di parlare a pubblici diversi: agli esperti, che ne apprezzano la raffinatezza tecnica e compositiva, e agli spettatori meno avvezzi alla danza contemporanea, che vengono catturati dalla sua immediatezza visiva ed emotiva.
Tra le curiosità più interessanti, va ricordato che l’uso delle spade fu ispirato ad un’esperienza personale di Kylián, che rimase affascinato dalla disciplina della scherma e dalla sua componente rituale. Inoltre, il numero dei danzatori — dodici — richiama un’idea di armonia e completezza, quasi un microcosmo umano in cui si riflettono dinamiche universali. Le gonne mobili, invece, furono progettate per creare un effetto di autonomia scenica, come se la scenografia stessa fosse dotata di una propria volontà.
Petite Mort continua ancora oggi a esercitare un fascino potente, anche a distanza di decenni dalla sua creazione. In un panorama coreografico in continua evoluzione, l’opera di Kylián si distingue per la sua capacità di coniugare bellezza formale e profondità concettuale, offrendo un’esperienza estetica che è al tempo stesso sensoriale e intellettuale. È un balletto che non racconta una storia nel senso tradizionale, ma che riesce, attraverso la forza delle immagini e la precisione del movimento, a evocare alcune delle dimensioni più intime e universali dell’essere umano.
Michele Olivieri
Foto di Sigrid Colomye
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