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Petra Conti: “La danza è una vocazione”

 

Prima di parlare della tua carriera, ci puoi raccontare il tuo primissimo ricordo legato alla danza? È stato amore a prima vista?

A dir la verità, non ho un vero e proprio ricordo legato alla danza. Sono nata in una famiglia di danzatori ed è tutto nato molto naturalmente in me. Ricordo, però, di aver visto un video che mi impressionò positivamente…forse è quello il primo momento in cui ho pensato alla danza e al fatto di potermi avvicinare ad essa!

La tua carriera di ballerina è iniziata all’accademia Nazionale di Danza: come hai vissuto gli anni che ti hanno poi portato al diploma?

Sono stati anni molto impegnativi: ho lavorato duramente, seguivo molte lezioni di danza e al contempo dovevo anche andare a scuola. È stata un’esperienza che sicuramente mi ha fatto crescere: vivevo lontana dalla mia famiglia, non avevo una vita privata, fondamentalmente vivevo in accademia. Sono stati otto anni molto intensi, ho imparato molto e, anche grazie al mio Maestro Zarko Prebil, che mi ha seguita negli anni, ho avuto la possibilità di andare a San Pietroburgo.

Sono tantissimi i giovani danzatori che, dopo un periodo di formazione all’estero, decidono di non rientrare più in Italia. Tu hai studiato anche in Russia, una sorta di “tempio sacro” della danza classica. Perché hai deciso di rientrare? Cosa ti è rimasto più impresso del periodo trascorso a San Pietroburgo?

Sono partita subito dopo il diploma in accademia ed ero molto giovane. È pur vero che, un anno a San Pietroburgo mi ha dato un sacco di opportunità, una su tutte capire cos’è la vera danza! Ho visto tantissimi danzatori di qualità eccelsa provare, ho assistito a numerosi spettacoli e soprattutto aver avuto un insegnante a mia disposizione per studiare e approfondire la tecnica mi è veramente servito. Ho imparato il russo, mi sono affezionata alla città e ho vissuto il Mariinskij ma sono dovuta rientrare in Italia per iniziare a lavorare e a costruirmi la mia carriera: in Russia, purtroppo, ero sostanzialmente una stagista e non prendevano stranieri. Il mio desiderio è, però, di potervi tornare prima o poi, anche soltanto per salutare e incontrare tutti gli insegnanti e gli amici con cui ho trascorso uno degli anni più speciali della mia vita.

Sei rientrata in Italia, hai iniziato a lavorare al Teatro alla Scala di Milano. Hai interpretato Giselle dopo Svetlana Zacharova: un ruolo difficile, impegnativo ma che sicuramente ti ha “consacrata”. Come ti sei sentita quando ti hanno detto: sarai Giselle!

Giselle è un ruolo a cui sono particolarmente affezionata, sono sincera! Avevo studiato il ruolo per un intero anno al Mariinskij, senza un partner e, quindi, facendo anche tutta la mimica maschile. Nel 2008 ripresi il personaggio con la compagnia dell’Arena di Verona e, soltanto un mese dopo il mio arrivo alla Scala, mi venne comunicato il debutto in Giselle! È stata sicuramente un’emozione incredibile: il corpo di ballo non mi conosceva e dovevo dimostrare di valere. Mi ha fatto molto piacere anche perché se n’è parlato moltissimo anche dopo il debutto: avevo solo 21 anni e sono stata piacevolmente sorpresa che sia piaciuto alle platee e ai critici.

Qual è il ruolo che più ti è vicino, che più senti veramente “tuo”?

Che dire? Giselle è al mio primo posto! A me piacciono molto i ruoli romantici, sono quelli che sento più vicini a me. Talvolta, però, mi piacerebbe sperimentare di più su me stessa, immergermi anche in atmosfere più frizzanti proprio perché la cosa bella di questo lavoro è, appunto, poter sperimentare su se stessi, diventare un’altra persona. Ogni ruolo che interpreto, però, lo faccio mio. È questo l’aspetto straordinario.

Molti critici della danza ti hanno definito “la rivelazione della danza made in Italy”: questa definizione ti impaurisce, ti rende orgogliosa?

È sicuramente un augurio che mi viene rivolto: anche se, lo ammetto, un po’mi spaventa, posso dire di essere particolarmente felice di questo. Spero di continuare così perché, ad essere sinceri, sono solo all’inizio.

Com’è la vita di una giovane ballerina come te?

Trascorro la mia vita in teatro: lavoro molto, mi preparo, studio. Per fortuna il mio fidanzato è un ballerino e non abbiamo problemi a rimanere in teatro fino a tardi a provare. L’unico giorno di riposo che abbiamo lo usiamo proprio per stare tranquilli e, appunto, far riposare fisico e mente.

Il motto che ti accompagna?

C’è una frase che la mia mamma, polacca, mi ha sempre insegnato nella sua lingua. In italiano si può tradurre con “quello che cucini, mangerai”. Bene, è come dire che il lavoro che faccio adesso mi servirà in futuro. Questa è la frase che accompagna ogni mio singolo giorno di lavoro dedicato alla danza.

I tuoi progetti futuri?

A breve partiremo per l’Arabia con Giselle. Sono, poi, nella lista per i ruoli principali in Excelsior e Raymonda, uno spettacolo che sto preparando in concomitanza di tantissime altre prove. Sono tutti balletti molto impegnativi e bisogna dedicare il giusto tempo e la corretta preparazione ad ognuno di essi, è veramente fondamentale.

Hai sempre pensato: questa sarà la mia vita?

Ci sono arrivata piano piano, la danza è entrata delicatamente dentro di me. Ora mi accorgo che è l’unica cosa che so fare e, al contempo, ritengo sempre di più che danzare sia quasi una vocazione e che la danza, sempre di più, mi abbia veramente scelta.

Valentina Clemente

Foto di Brescia e Amisano

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