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PROSPETTIVE01 – Stefano Capitani: “Ciò che conta è la voglia di sperimentare”

 

“Prospettive01” è una rubrica rivolta ad artisti e contesti che rappresentano un mondo di talenti in continua evoluzione. Ideata e curata da Lorena Coppola, la rubrica si propone di raccogliere una serie di interviste e di articoli mirati a dar voce e spazio a tutte le fasce creative del mondo coreutico che costituiscono giovani realtà in via di sviluppo ed espansione, progetti innovativi, o realtà già consolidate, di spiccato talento, meritevoli di attenzione. Un luogo di rivelazione e di incontro di nuove prospettive.

Stefano Capitani nasce a Roma, ma cresce in Sicilia dove studia danza sportiva, classica e tango. A 17 anni viene selezionato per entrare nella Scuola del Teatro dell’Opera di Roma e dopo  un anno vince una borsa di studio all’Academie de Danse Classique Princesse Grace di Montecarlo. Tornato in Italia, si perfeziona con Boris Tonin Nikitsch, uno degli ultimi allievi in vita del grande Nijiskij e poi comincia la sua ascesa che lo porta a partecipare a numerose tipologie di spettacolo: dal balletto al musical, fino ad approdare alla WCO, al termine di una lunga tournée con “Napoletango” di Giancarlo Sepe.

Come inizia il tuo percorso di danza?

Quasi per caso. Avevo 14 anni, vivevo in Sicilia, e mia nonna aveva tanto desiderio di ballare il Liscio. Insistendo varie volte perché le facessi da partner, alla fine ho ceduto, e mi sono ritrovato in sala tra una Polka e una Mazurka. Ma a meno di 50 metri dalla nostra scuola di Liscio c’era anche una scuola di danza classica. Era una scuola tutta a vetri e spesso lasciavano le tende aperte mentre facevano lezione, quindi mi fermavo a sbirciare. Un bel giorno la direttrice della scuola, Dina Cultrera, si accorge di me attraverso la vetrata (anche se credo mi osservasse da tempo), mi fa cenno di entrare in sala dalla porta principale per venire a vedere più da vicino, mi fa arrotolare i pantaloni della tuta fin sotto le ginocchia, e con ai piedi un semplice paio di calzini afferro la sbarra e faccio i miei primi plié. Da quel dì a 20 giorni dopo ero già sul palcoscenico per il saggio della scuola, e si sa, quando in una piccola città del Sud un ragazzo si avvicina alla danza, è difficile che la maestra lo lasci scappare via facilmente. In sostanza… fu amore a prima vista!

Le tappe salienti che hanno caratterizzato la tua carriera di danzatore?

Prima di tutto il primo trasferimento. Dalla Sicilia torno a Roma, la mia città natale, appositamente per frequentare i corsi della scuola di danza del Teatro dell’Opera di Roma. Dopo due anni circa, all’età di 20 anni, vinco una borsa di studio di un anno presso “l’Academie de Danse Classique Princesse Grace” di Montecarlo, diretta da Marika Besobrasova, e lì ho avuto modo di mettermi alla prova in un contesto decisamente internazionale. Per il resto, non sapendo se sia un pregio o un difetto, sono sempre stato molto curioso e con tanta voglia di sperimentare, per cui non sono mai stato troppo a lungo nello stesso luogo. Per più di due anni ho lavorato con miniproduzioni, alcune anonime, altre più di rilievo, ma che avevano tutte il pregio di permettermi di cimentarmi in diversi stili mai affrontati fino a quel momento, come il tango argentino, la danza contemporanea, la recitazione, il musical, e permettendomi di spostarmi continuamente tra Francia, Austria, Germania, Inghilterra, Slovenia, Croazia, Serbia, Russia, Bosnia. Ognuna di queste esperienze ha contribuito enormemente a farmi conoscere nuove culture, nuove lingue, modi diversi di approcciarsi al movimento e al fare spettacolo, per diventare versatili a tutto tondo. Dopo questo periodo di “zingaraggio” in giro per il mondo, ho cominciato a dedicarmi a produzioni un po’ più prestigiose e con collaborazioni un po più continuative.

Quali sono state le esperienze formative e professionali che hanno forgiato maggiormente la tua personalità artistica?

A livello formativo sicuramente “L’Accademia di Montecarlo”, per il suo enorme rigore e per il modo in cui venivano spese le giornate. Era come stare in una bolla di sapone, fuori dal resto del mondo, e tutta l’energia a disposizione veniva spesa esclusivamente per studiare danza. Il merito di avermi letteralmente “plasmato” va però a colui che io chiamo “Il Maestro”, Boris Tonin Nikitsch. È uno di quei maestri poco conosciuti in Italia, perchè ha sempre preferito lavorare con poche persone. Parliamo del partner di Rosella Hightower, che ha lavorato con artisti del calibro di Maurice Bejart, Sylvie Guillem, Rudolf Nureyev, Sofiane Sylve. E’ colui che mi ha insegnato tutti i trucchi del mestiere, il modo di trovare la giusta misura e il giusto compromesso tra tecnica ed espressività, e soprattutto colui che mi ha fatto conoscere la storia della danza in maniera più diretta, quasi in prima persona, attraverso i suoi appunti, le sue foto, i suoi racconti; frammenti di storia e aneddoti che non si trovano scritti sui libri. A livello professionale lavorare con L’English National Ballet, con il Serbian National Ballet, e con il teatro Nazionale di Sarajevo è stato un grande privilegio. Negli enti lirici ho imparato a “Ballare su commissione”, a trovare la forza di salire sul palcoscenico anche quando capitava la “giornata no”.

Quali devono essere le caratteristiche di un danzatore a tuo avviso?

Se parliamo di un danzatore in formazione, sicuramente tanta pazienza, autodisciplina, perseveranza e determinazione. Sono le qualità di base, anche ben più importanti rispetto alle doti fisiche. Su questo aspetto vorrei soffermarmi un po’ di più, proprio per lasciare un messaggio a chi non è nato con le tanto agognate doti. E’ molto importante non lasciarsi scoraggiare dalle prime porte in faccia che si ricevono dalle grandi accademie o scuole di formazione, né tantomeno dai grandi maestri che vi invitano a cambiare mestiere. Dopotutto insegnare ad aspiranti ballerini con corpi già predisposti ha lo stesso coefficiente di difficoltà dello scalare il Monte Bianco in funicolare.Le doti fisiche, nei limiti del possibile, possono ottenerle tutti attraverso un lavoro organizzato, mirato e costante. Ne so qualcosa in prima persona, dato che attualmente insegno proprio a diventare autoconsapevoli e a superare i propri limiti, attraverso la disciplina del Gyrotonic. Se parliamo invece di un ballerino già in carriera, le caratteristiche più importanti sono senz’altro l’espressività (ricordiamoci che siamo ballerini, non ginnasti); la voglia di sperimentare e reinventarsi continuamente, magari cimentandosi in nuove discipline. Ci tengo a ricordare infatti che a meno che non si faccia parte di un teatro stabile, il modo attuale di fare spettacolo volge sempre più verso la multimedialità e le contaminazioni, quindi più si è artisti a 360°, più possibilità si hanno di lavorare. Ultima qualità, ma non per questo meno importante, la “diplomazia”. Mantenersi il piuù professionali e imparziali possibile ripaga sempre. Una lite o un commento poco carino oggi, può voler dire un’esclusione da un probabile contratto domani.

Una produzione a cui ti senti particolarmente legato…

Paradossalmente si tratta di una produzione teatrale, e che probabilmente è quella che mi ha fatto fare lo “switch” nel modo di concepire e fare spettacolo. Si tratta di una produzione del teatro Eliseo di Roma, “Napoletango”, regia di Giancarlo Sepe, uno dei più acclamati registi teatrali in Italia. E’ una produzione che mi ha portato per tre anni a calcare i più importanti teatri del panorama italiano e internazionale, tra cui il SanCarlo di Napoli, il Carignano di Torino, Il Petruzzelli di Bari, il Coliseum di Londra. Uno spettacolo ad atto unico e quinte a vista con dei ritmi frenetici, che mi ha portato a cantare, suonare, recitare, improvvisare movimenti e persino ballare in nudo integrale. La cosa più interessante dello spettacolo è stato il suo allestimento: sei mesi per imparare a destrutturare anni e anni di movimenti preimpostati per giungere ad una via espressiva molto più vera, vissuta, dove anche ciò che è brutto diventa poetico, e di conseguenza bello.

Il tuo coreografo preferito?

Sembra inusuale detto da un ballerino di formazione prettamente classica, ma indubbiamente Pina Bausch. Il suo esasperare la gestualità più semplice e naturale fino a creare dei loop talmente ripetitivi ma allo stesso tempo talmente diversi tra loro, calamitizza l’attenzione dello spettatore ponendolo quasi in uno stato di trance. Ogni suo spettacolo è un susseguirsi di attimi di verità, e non ci si stufa mai di contemplare la verità, così come non ci si annoia mai di un tramonto, nonostante sia l’ennesimo della nostra vita. Ecco… questa per me è Pina.

Il tuo danzatore preferito?

Non ho un vero e proprio danzatore preferito, lascio che ognuno di essi possa avere la possibilità di sorprendermi ogni volta. Anche se non poche volte lo stesso danzatore che avevo tanto acclamato, mi abbia potuto leggermente deludere in successive occasioni. Diciamo però che simpatizzo parecchio per la Guillem, per i suoi mille volti e le sue mille sfaccettature.

Cos’è per te la danza?

Più vado avanti e più trovo difficoltà a rispondere. Rischierei di essere prolisso, ma in sostanza non so cosa sia la danza, ma riesco ad osservare gli effetti che fa. Quando ascolto una buona musica, mi muovo su di essa, anche se con movimenti piccolissimi, provo piacere nel muovermi e magari migliora pure il mio umore allora pensando a ritroso mi fermo un attimo e dico… wow! Stavo danzando!

Come arrivi al Gyrotonic?

Ci arrivo per delle circostanze poco piacevoli. Nel 2011, avevo 24 anni e stavo ballando da solista al Narodno Pozoriste di Sarajevo. Durante la prova generale di Romeo e Giulietta ebbi un incidente in scena, caddi rompendomi la caviglia. Da quel dì per un anno e mezzo sono andato avanti con un paio di stampelle, delle fisioterapie per nulla efficaci e altre due successive fratture nello stesso identico punto. Ogni qualvolta riprovavo a rimettermi alla sbarra, la frattura si sfaldava nuovamente nonostante avessi osservato meticolosamente le istruzioni di medici e fisioterapisti. Credevo a quel punto che la mia carriera fosse totalmente finita. Nel frattempo per sbarcare il lunario mi ero messo a fare il dj per serate di tango argentino e quasi per caso incontrai Michaela Galdi, una delle pietre miliari del Gyrotonic a Roma, nonché formatrice e tanghera. Mi propose allora di venire a provare delle sedute da lei, e così feci. Dopo un breve ciclo il mio piede non era più un problema, e in più avevo scoperto un nuovo modo di concepire il movimento, la postura e il benessere, e tornai a ballare. Mi innamorai di questa disciplina, e in brevissimo tempo feci il corso per diventare trainer ed aiutare a mia volta gli altri. Attualmente è il mestiere che mi permette di avere una certa stabilità economica e di affrontare in maniera meno drammatica il periodo di crisi in cui si ritrova il ballerino medio in cerca di contratti.

Come vedi il futuro?

Probabilmente non molto dissimile dal mio passato e il mio presente, in costante evoluzione e in continua ricerca. Non sono in grado di vedermi da qui a 5 anni per esempio, anche perchè il brivido dell’ignoto è la mia costante, il motore che mi spinge ad andare avanti. Parlando di un futuro più prossimo, attualmente sono impegnato con un grande progetto, l’allestimento di “Bolero”, uno spettacolo di Juliu Horvath (ideatore del metodo Gyrotonic) con la compagnia “Whitecloud Opera”. Un progetto molto interessante, in cui Gyrotonic, danza, arti performative si fondono insieme, e dove il comun denominatore è la tridimensionalità, la ricerca della verità, della bellezza, dell’armonia. Anche l’occasione del debutto sarà molto stimolante, perchè la Prima sarà al Carnagie Hall di New York in occasione del prossimo Columbus day, e a seguire il Lincoln Center e una tournée mondiale.

Lorena Coppola

www.giornaledelladanza.com

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