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“Un’estate con…” – Venerdì con Domenico Luciano

(Intervista del 12 luglio 201o)

Sei appena rientrato da una tournée al National Theater di Tokyo, Dance to the Future…

Era la mia terza volta a Tokyo, le prime due volte ci ero andato come assistente di Dominic Walsh, per una sua coreografia, al New National Theatre di Tokyo. Il titolo della coreografia era Wolfgang for Webb, che era parte di una trilogia su musiche di Mozart. Dunque, anche se c’ero già stato, questa era la prima volta che ero lì come danzatore. Adoro Tokyo, la cosa più straordinaria è stato il team tecnico, hanno un modo di lavorare sorprendente, c’è una persona preposta ad ogni cosa, ognuno ha un suo compito preciso e tutto si incastra perfettamente nella costruzione dell’insieme come in una catena di montaggio, tutti adorano il proprio lavoro, sono fieri di farlo e di farlo bene. Lo staff tecnico era molto numeroso, circa venti persone, che assistevano a tutte le prove in sala, riguardavano i video, ci facevano domande sullo spettacolo e cercavano di avere quante più informazioni possibili già in fase di costruzione delle coreografie, quindi, quando andavamo in teatro, metà del lavoro era già fatto perché loro già avevano un’idea molto chiara delle luci, dei puntamenti e di tutta la base tecnica necessaria alla buona riuscita dello spettacolo. La compagnia lì era formata da danzatori di ottimo livello, con un repertorio molto vasto che spazia dal classico al contemporaneo.

Com’è nato il tuo amore per la danza?

Ho iniziato osservando mia sorella che studiava danza, lei aveva sei anni, io otto. Dagli otto ai tredici anni ho praticato vari sport, calcio, pallanuoto, tennis, ogni settimana cambiavo idea, alla danza non ci pensavo, ma, quando guardavo mia sorella durante le lezioni, tutto ciò che le diceva l’insegnante mi sembrava avesse una sua logica, qualsiasi cosa io vedessi o sentissi mi sembrava sensata e, anche se non mi muovevo e mi limitavo solo a guardare in quel momento, si era attivato in me un processo mentale che mi portava a pensare “se ci provassi, lo saprei fare”. Dopo qualche anno, quando tornavamo a casa, ripetevo i passi con mia sorella, ricordando tutte le spiegazioni e le correzioni ed assimilavo. Fu proprio mia sorella a parlare con l’insegnante per farmi provare a danzare, io all’inizio ero molto riluttante, ma lei insisté così tanto da convincermi e così entrai per la prima volta in sala non solo come osservatore. Ricordo quel primo giorno, l’insegnante mi disse “prova solo ciò che ti riesce”, iniziammo alla sbarra, ma io riuscii a seguire tutta la lezione dall’inizio alla fine, con suo grande stupore. Studiai sei mesi con quell’insegnante, avevo iniziato a metà anno, poi lei mi disse che la sua scuola era una realtà troppo piccola per le doti che lei intravedeva in me e mi spinse a fare l’audizione al San Carlo, anzi fece tutto lei, preparò la richiesta, la documentazione, tutto. Ancora oggi gliene sono grato e devo riconoscerle di essere stata lungimirante ed onesta, di solito nelle scuole private si tende a tenere gli allievi dotati all’interno della propria struttura, a non a mandarli altrove, anche se questo è un bene per il loro futuro. La mia prima insegnante, che si chiama Maria Rosaria Vitolo, fu molto altruista e generosa con me all’epoca ed oggi è fiera dei miei successi. Al San Carlo, dopo soli sette mesi di studio, la direttrice della Scuola d Ballo, Anna Razzi, mi fece andare in scena nel ruolo del Poeta ne Les Sylphides di Fokine, per me fu un vero trauma, non ero neanche ancora cosciente di tutto ciò che mi stava accadendo!

Partendo dai tuoi esordi di giovane danzatore che in breve ha bruciato le tappe di un non facile cammino, nel corso del tempo, dalla tua primissima fase giovanile alla consapevolezza di artista in grado di affrontare i più grandi palcoscenici, cosa è cambiato, quali sono stati i passaggi più significativi e le maggiori difficoltà?

Tante difficoltà, soprattutto all’inizio. Ho iniziato relativamente tardi, avevo tredici anni e mezzo ed ero alto già quasi quanto lo sono adesso, sono stato ammesso direttamente al terzo corso e dunque, non avendo le basi di un primo e secondo corso, sapevo di stare indietro ed ho dovuto lavorare moltissimo. La signora Razzi mi ha aiutato davvero tanto, mi faceva fare anche delle lezioni private per recuperare le basi che mi mancavano. In realtà, quelle che sono state le mie difficoltà, si sono rivelate allo stesso tempo dei vantaggi, in quanto, proprio il fatto di aver iniziato tardi e in un quartiere difficile, mi rendeva più “sveglio” e ricettivo, sono sempre stato aperto a ricevere ed imparare tutto e ho avuto sempre un approccio un po’ più adulto, forse anche perché già sembravo grande persino nell’aspetto. Alla domanda cos’è cambiato ti rispondo che, anche in compagnia, mi sono trovato ad affrontare le stesse difficoltà, avevo un grande potenziale fisico, ma mi mancavano i fondamenti e questo mi generava molta ansia, soprattutto sotto la pressione che avvertivo rispetto ai ruoli da affrontare e per i quali non mi sentivo mai pronto, pur sapendo di dover essere al massimo. La cosa positiva oggi è che, grazie a quei momenti, ho sempre lavorato sodo, perché in tutta la mia carriera mi sono portato dietro questa sensazione di non sentirmi “pronto”, sebbene con tutte le possibilità a livello fisico, anzi proprio quello che volevo assolutamente evitare era di poter essere etichettato come un bel danzatore, alto, fisicamente dotato ma con dei limiti, che in qualche modo non avrebbe potuto fare tutto. E tuttora, il primo istinto quando mi viene proposto qualcosa, è chiedermi se sono pronto, è un’insicurezza che credo non mi abbandonerà mai, perché l’inizio mi ha segnato, mi porto dietro sempre la sensazione di non sapere se ho recuperato davvero, forse finirò la mia carriera pensando ancora che devo recuperare. In compagnia sono sempre stato spronato, Olivieri, Fracci, Terabust mi hanno sempre spinto e motivato perché vedevano in me quel potenziale ed io ho sempre cercato di dare il massimo, proprio per non essere bollato con quell’etichetta. Loro mi hanno aiutato molto, ma devo dire che, da parte mia, io sono stato sempre molto presente, sapevo che, anche se era tanto lavoro, era quello l’unico modo di farcela, il modo giusto di affrontare questa professione, ho sempre spinto al massimo le mie possibilità, a volte sfidando anche i miei stessi limiti di resistenza, ho cercato sempre di dare il meglio.

Le cose che ti hanno fatto crescere di più

Certe cose importanti che ho fatto mi hanno fatto crescere. Ad esempio Onegin, ho sempre adorato quel balletto e quel ruolo, ho sempre pensato fosse adatto a me e volevo a tutti i costi essere pronto ad interpretarlo al meglio, è stata un’esperienza eccezionale, con dei grandi riscontri positivi. Anche Ma Pavlova è stata una possibilità di crescita, Roland Petit apprezzò così tanto la mia interpretazione che mi scelse per il ruolo di Don Josè nellaCarmen per il Balletto Nazionale della Cina, a Pechino. Anche quella è stata una grande occasione di crescita per me ed anche in quel caso ero terrorizzato, anzi andai completamente in panico perché non mi sentivo assolutamente pronto! Lo ricordo come un momento davvero difficile perché c’era anche tanta tensione, ma assolutamente stimolante.

Come gestisci l’ansia in questi casi?

Diciamo che ho sviluppato delle “acting skills”, non dimostro esternamente tutto ciò che mi succede dentro, ho imparato a controllare molto ed affronto così ogni cosa. Posso dire di aver sempre dovuto gestire l’ansia, rarissimamente mi sono sentito “sicuro”, forse solo dopo lo spettacolo ho provato questa sensazione, quando ormai ero certo che tutto era andato bene.

Il ricordo più vivo?

Ne ho diversi… il momento in cui sono stato ammesso alla Scuola di Ballo del San Carlo, il Premio Postano Léonide Massine per l’Arte della Danza nel 2003… in verità anche lì ero in ansia, ma la felicità di ricevere un riconoscimento internazionale di quel valore per la prima volta ha sopraffatto qualsiasi preoccupazione, ero talmente emozionato che ho messo da parte l’apprensione. Un altro ricordo bellissimo è stato un giorno in sala, in cui ho danzato con la Fracci come sostituto di Romeo, è una sensazione che ancora ricordo in modo molto vivido, l’aver avuto con lei questo scambio artistico è stata un’emozione fortissima. A volte anche in sala, non solo in scena, si vivono momenti indimenticabili e si possono provare emozioni molto intense. Altri ricordi emozionanti sono l’aver danzato con partner quali Lucia Lacarra, Eleonora Abbagnato… ballerine fantastiche, l’andare in scena al loro fianco è stato per me un sogno che si concretizzava. Io non sono buddista, ma sono un grande sostenitore della teoria che devi fare il tuo lavoro al massimo, dare sempre tutto, essere sempre onesto e prima o poi ti ritorna tutto ciò che hai seminato. Se il lavoro lo hai messo, qualcosa di positivo hai lanciato nell’universo, prima o poi ti ritorna. Per la passione che ci metto in quest’arte, io vedo tutte queste cose positive che ho vissuto e questi sogni che ho realizzato come qualcosa che mi è tornato in cambio rispetto a tutto ciò che io ho sempre dato.

Il tuo più grande successo a livello internazionale?

Ultimamente il Cigno nel Lago dei Cigni di Matthew Bourne. In un numero di “Pointe Magazine” sono stato annoverato tra i dodici danzatori migliori del 2009 per questa interpretazione.

Domenico Luciano danzatore classico o danzatore contemporaneo?

Questa è una delle etichette per cui lotterò fino alla fine per non aver addosso. L’unico aggettivo che metterei accanto alla parola danzatore è versatile.

Repertorio o sperimentazione? Cosa preferisci?

Entrambi. Nel repertorio ti metti alla prova per cercare di essere quanto più possibile fedele alla versione originale, è quel tipo di sfida ed è una sfida che mi piace. La sperimentazione, artisticamente, è quella che ti offre maggiori opportunità di libertà, ma la mia personale convinzione rispetto a questa distinzione è che anche l’approccio al repertorio debba essere molto attuale. Ritengo che sia necessario mantenere uno stile classico nel repertorio ma con una fisicità personale, un esempio è Polina Semionova, ha la fisicità di una donna che interpreta un cigno, è più fisica, presente e “animale” che eterea, pur restando classicissima, è quel tipo di fisicità che mi intriga. L’arte della danza è un’arte viva, contrariamente alla pittura o alla scultura che restano immutate e conservano inalterate le loro caratteristiche nel tempo, la danza è un’arte che respira, dunque nel classico bisogna mantenere sì lo stile, ma viverlo in modo più attuale come approccio e significato, darvi un senso con un’elaborazione sentita, attuale, attraverso un’investigazione un po’ più profonda. Dunque è importante la ricerca anche nel classico, per capire chi sono quei personaggi che si vanno ad interpretare e come poterli relazionare ad un pubblico del 2010.

Il tuo mito?

È difficile rispondere, perché tanti artisti hanno delle qualità ineguagliabili in determinati ruoli. Quando ero più giovane sicuramente Bolle, adesso trovo che vi siano anche tanti altri ballerini con grande ispirazione.

Napoli o Huston?

Ballare al San Carlo è un’emozione irripetibile, che non si prova in nessun altro teatro. Huston presenta l’altro lato della medaglia, lì il lavoro è professionalmente così facile che basta tu lo faccia bene perché tutto funzioni, poiché è il sistema che funziona, il resto va da sé. Qui è tutto più difficile, comunque per me casa mia resta sempre il San Carlo, dove ho danzato sin dal 1993, non importa quanto tempo io sia stato via, è come se non fossi mai andato via.

Speri di tornare un giorno?

Sì, e mi ritengo fortunato perché molti artisti che vanno via, quando tornano, non hanno più contatti, io, pur rappresentando l’Italia in un altro Paese da tanto tempo, non sono fuori dal panorama nazionale e questa è una cosa che mi rassicura molto.

Parlami di Domenico nella vita di tutti i giorni

Molto semplice, anche troppo! Non sento il bisogno di fare grandi cose. Nel mio tempo libero cerco comunque di continuare ad imparare qualsiasi cosa, lettura, teatro, altri spettacoli…

La danza come dimensione universale cosa rappresenta per te? Se dovessi racchiuderne il significato in una parola.

Esoterico! Nel senso più etimologico del termine. Il verbo “eisoteo” in greco significa far entrare, aprire una porta, offrire agli uomini la possibilità di penetrare nell’interiore attraverso l’esteriore. Ho letto un link su Facebook l’altro giorno in cui era scritto: “la danza non è la mia vita, vivo per danzare”, mi riconosco molto in questo significato diverso. Mi chiedo cosa avrei fatto nella mia vita se non avessi incontrato la danza. Di certo da bambino non sapevo cosa avrei voluto fare da grande, poi in seguito sono stato sempre troppo impegnato a preoccuparmi di essere all’altezza di ciò che facevo per poter pensare a cosa avrei potuto fare di diverso. Per me la parola danza significa anche ricerca e apertura.

Un messaggio per chi si affaccia alla danza adesso…

Curiosità, versatilità e coraggio! Ovviamente unite alla disciplina e alla buona volontà di affrontare il duro lavoro, consapevoli delle proprie debolezze, accettarle e lavorarci.

Lorena Coppola

Foto Gabriella Nissen

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