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Alberto Testa: “Il mio auspicio per il futuro? Un ritorno alla purezza della danza che, purtroppo, manca da troppo tempo!”

Esprimere gratitudine ad una persona in grado di trasmetterti una strana magia soltanto attraverso lo sguardo e poche, ma delicatissime parole è sempre un compito increscioso: limitarsi a ringraziare risulta essere riduttivo nei confronti di chi ha segnato e raccontato la storia della passione di una vita, che fa parte anche del tuo trascorso, del tuo presente e vorresti entrasse anche nella tua storia futura. Non è facile ed io, in questo frangente, mi sento in doveroso difetto verso chi mi ha dedicato il suo tempo condividendo racconti, episodi ma soprattutto particolari di un percorso importante, da cui io e tanti colleghi traiamo giornalmente ispirazione. Alberto Testa è la persona a cui sto dedicando questo mio monologo: è lui, il Professore di tutti noi, apprendisti della danza scritta, raccontata e dedicata, la persona a cui mi riferisco con queste parole. Nonostante la sua grandezza, la sua conoscenza della materia non ho mai avuto la percezione di sentirmi piccola bensì ho percepito, sin dall’inizio della nostra chiacchierata, la voglia di sapermi infondere una piccolissima parte del suo sapere. Una magia che non si riesce a descrivere. In questa intervista, ad ogni modo, ho cercato di cogliere al meglio il fil rouge che lo guida da sempre partendo, però, dalla sua ultima fatica, Il valore di una vita, racconto danzato in scena il 10 Luglio p.v. al Teatro Nuovo di Spoleto, nell’ambito della 54ma Edizione del Festival Dei Due Mondi. In questo spettacolo, la voce narrante dello stesso Professor Testa, le immagini del video-artista Massimiliano Siccardi accompagnate dalla sapiente regia di Paolo Cardinali conducono lo spettatore in un vero e proprio viaggio che rende omaggio ad Alberto Testa, alla sua figura di interprete, di studioso e di critico della danza, ripercorrendo la storia di una vita dal balletto alla danza moderna.

Partiamo subito dalla sua nuova creazione, “Il valore di una vita”. Lei l’ha descritto un racconto danzato: perché?

È un racconto in cui descrivo la mia vita e che mi ha permesso da subito di far danzare i miei pensieri! Tutto è nato da una mia idea, di cui ho avuto modo di parlare con Paolo Boncompagni, da subito entusiasta del progetto. Altrettanto felice di poter contribuire alla realizzazione di questa mia idea è stato Paolo Cardinali. Ecco, unendo le nostre forze abbiamo plasmato questa pièce, molto bella, che andrà in scena il prossimo 10 Luglio a Spoleto. Il racconto-danzato parte dall’immagine di una mamma che accompagna il figlio di circa 7 anni ad uno spettacolo di balletto: il bimbo viene rapito dall’immagine eterea della Ballerina, nella fattispecie Anna Pavlova che, in quel frangente, interpreta la celebre “morte del cigno”. Mentre il bimbo e sua madre attraversano la scena come in un duetto, facendoci vivere l’emozione di quella passeggiata verso il destino, sullo schermo-fondale si svolge la “storia”: scenografia virtuale e piano di narrazione per immagini oniriche, per frammenti di memoria, per “visioni”. Ricorrendo anche a materiali d’archivio viene raccontata, quindi, una storia parallela che già contestualizza, nella Torino di fine anni Venti, città natale del protagonista. La narrazione evolve integrandosi con i danzatori in scena: tutto ciò crea quel collante ideale che dona allo spettacolo una materia di narrazione vivente, dove la realtà e l’immaginario si intrecciano e alle volte si fondono senza mai sciogliere il vero legame, dove comincia il sogno del bimbo e dove inizia la realtà che ha reso “il valore di una vita”. Questo spettacolo mi permette di raccontare la storia di tanti bambini che si appassionano alla danza anche grazie a questo tipo di “incontri”: parto da me per descrivere la vita di una persona e del suo modo di svilupparsi attraverso la danza, un desiderio, una passione.

Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere attraverso questo racconto danzato?

L’importanza di dedicarsi ad una disciplina, ad una passione e rimanervi fedele per tutta la vita, affinché diventi un punto fermo della propria esistenza. I danzatori in scena, nonostante la giovane età e gli assai ampi margini di miglioramento, sono già professionisti e molto professionali. Incarnano al meglio questo mio messaggio: hanno deciso di concentrarsi su una cosa e la portano avanti al meglio delle loro possibilità, impegnandosi la massimo e dedicando la loro vita a questa passione.

Può svelarci qualche dettaglio dello spettacolo?

Assolutamente si! Ci saranno parti di puro repertorio, all’interno delle quali coppie di danzatori professionisti danzeranno famosi pas de deux; altri ballerini faranno pezzi contemporanei. Sarà sicuramente bellissimo: lo spettacolo unirà racconti, descrizioni e danza pura, la danza che, ahimé, non c’è più. Non sarà, però, un gala: le coreografie racconteranno il divenire della vita e della danza, linguaggio che si può sempre leggere.

Come sono stati scelti gli interpreti-danzatori che saliranno sul palco del Teatro Nuovo di Spoleto?

Lo spettacolo sarà portato in scena dallo Spoleto Ballet, composto da 10 danzatori prescelti tra i più meritevoli partecipanti al Concorso Internazionale di Danza Città di Spoleto. Vi posso già dire che ci saranno ottimi giovani di talento: alcuni di loro studiano con Irina Kashkova,Direttrice della International Dance Academy di Genova; altri provengono da altre scuole molto importanti dell’Est Europa. Il talento, quello con la “t” maiuscola, non mancherà certamente.

Ha parlato della danza “pura”: perché, secondo Lei, ora non c’è più?

In questo periodo c’è molta confusione, soprattutto nella danza. Il valore puro di questa disciplina, ovvero le sue regole, i suoi canoni, sono stati messi da parte e talvolta dimenticati: a causa di questo, mio malgrado, i prodotti che vengono presentati sono di bassa qualità, volgari e confusi. Come spesso dico, ricorrono sempre più spesso le 2 V, volgarità e violenza, mancando completamente la terza, la vittoria! Vorrei si ritornasse alla bellezza pura e alla valorizzazione della sensibilità di ciascuno di noi. Molti anni fa, quando feci le coreografie del famoso valzer del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti insegnai a tutti gli attori a muoversi e a posizionarsi correttamente all’interno della scena: nessuno di loro, nonostante il “divismo” dell’epoca, si oppose alle mie indicazioni. Ora accade, paradossalmente, il contrario: non c’è più il rispetto dei ruoli, della tradizione, manca una vera e propria educazione alla danza. Mi auguro, però, che con il tempo le cose possano cambiare.

Il suo auspicio per il futuro?

Vorrei che, come ho detto prima, ci fosse un ritorno alla purezza della danza che, purtroppo, manca da troppo tempo! Il mondo della danza deve guardare alla modernità senza, però, mai perdere le radici della tradizione, a cui deve essere legata per sempre. Solo così la danza potrà attraversare tutti i confini del tempo.

Sara Zuccari

Direttore www.giornaledelladanza.com

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