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Cléopâtre: l’aurora dorata dei Ballets Russes

Il balletto Cléopâtre occupa un posto eminente nella storia della danza del primo Novecento. Nato come visione sensuale e orientalizzante, si impose ben presto quale manifesto di una nuova estetica scenica, capace di fondere suggestioni archeologiche, costruzione sinfonica e un inedito splendore cromatico destinato a ridefinire il gusto teatrale europeo.

La prima rappresentazione ebbe luogo il 2 marzo 1908 al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, in forma di spettacolo di beneficenza, con il titolo Une Nuit d’Égypte. In quell’occasione salirono in scena Anna Pavlova nel ruolo di Ta-Hor, Michel Fokine (Amoun), Elizaveta Tihmé nella parte di Cleopatra, affiancati da Tamara Karsavina e Vaslav Nijinsky come schiavi prediletti della sovrana.

La coreografia, ideata da Fokine, rivelava già un deciso distacco dalla grammatica accademica del balletto imperiale: gesto e dramma si saldavano in un linguaggio espressivo unitario, sorretto da un tessuto musicale costruito su brani sinfonici di Anton Arenskij, riorganizzati in un efficace mosaico orchestrale.

Il 2 giugno 1909 l’opera fu presentata al pubblico parigino dai Ballets Russes di Sergej Djagilev al Théâtre du Châtelet. In questa occasione il balletto assunse definitivamente il titolo Cléopâtre e conobbe una risonanza europea.

Protagonista fu Ida Rubinstein, figura magnetica e aristocratica, la cui presenza statuaria e il portamento ieratico restituivano un’immagine di regale sensualità più iconica che virtuosistica. Accanto a lei brillava ancora Nijinsky, la cui energia febbrile contribuì a rendere memorabile la produzione.

Determinante fu l’apporto scenografico di Léon Bakst, autore di scene e costumi che sconvolsero l’estetica tradizionale del balletto. Veli traslucidi, ori incandescenti, turchesi e porpore composero un Oriente immaginario di straordinaria potenza visiva, capace di influenzare la moda parigina e di dialogare con le linee sinuose dell’Art Nouveau e con l’orientalismo diffuso nelle arti decorative della Belle Époque.

Il soggetto, liberamente ispirato alla leggenda di Cleopatra e del giovane Amoun, narra l’amore fatale tra la sovrana d’Egitto e un giovane guerriero che, pur consapevole della sorte che lo attende dopo una sola notte d’amore, sceglie di abbandonarsi alla passione.

All’alba, fedele alla propria legge crudele, la regina ne ordina l’avvelenamento. Il corteo funebre conclusivo suggella l’intreccio di eros e morte in un’atmosfera di sensuale e modernissima decadenza.

L’accoglienza parigina oscillò tra scandalo e fascinazione: l’audacia dei costumi e la carica erotica della messinscena trasformarono il balletto in un vero dramma sensoriale, dove l’Oriente appariva meno come dato storico che come proiezione estetica dell’Occidente fin de siècle.

Nel clima culturale della Belle Époque, alimentato dalle suggestioni archeologiche e dal gusto per l’esotico, Cléopâtre divenne emblema di una teatralità sintetica, decorativa e totalizzante.

Una significativa ripresa ebbe luogo a Londra il 5 settembre 1918 al Coliseum Theatre. L’anno precedente, durante una tournée in America Latina, le scenografie originali erano state distrutte da un incendio; Djagilev affidò dunque una nuova concezione scenica a Robert Delaunay, che offrì una lettura più astratta e cromaticamente audace dell’Egitto evocato dal balletto.

I costumi per i nuovi interpreti, Ljubov’ Černyšëva e Léonide Massine, furono ideati da Sonia Delaunay, introducendo una sensibilità decorativa affine alle avanguardie parigine.

Pur privo della struttura musicale innovativa che caratterizzerà successivi capolavori della compagnia, Cléopâtre segnò un passaggio decisivo verso la concezione del balletto come arte totale, destinata a trovare piena maturazione in titoli quali Schéhérazade e L’Oiseau de feu.

Nato nella San Pietroburgo imperiale come spettacolo di beneficenza, il balletto attraversò capitali e stagioni artistiche trasformandosi insieme al gusto del suo tempo.

Rimane oggi un episodio fondativo della modernità scenica, in cui danza, pittura e musica si fusero in una visione unitaria capace di ridefinire il volto del teatro coreutico europeo.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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