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15 ottobre 1581: il giorno in cui il mondo imparò a danzare

Il 15 ottobre 1581 segna l’atto di nascita ufficiale della grande avventura coreutica occidentale, il momento di cesura epocale in cui la danza cessa di essere puro intrattenimento di corte, divertissement festivo o intermezzo frammentario per assurgere ad architettura drammaturgica, codice simbolico e linguaggio d’arte autosufficiente.

Nella maestosa cornice della Grande Salle du Petit-Bourbon a Parigi, sotto l’egida colta e politicamente accentratrice della regina madre Caterina de’ Medici — nell’ambito dei suntuosi festeggiamenti per le nozze tra il Duca di Joyeuse e Margherita di Lorena, sorella della regina di Francia —, andò in scena Le Ballet Comique de la Reine.

La regia e l’ideazione concettuale di questa solenne e titanica macchina scenica furono affidate a una mente d’eccezione, un italiano emigrato alla corte dei Valois: il violinista, compositore e maestro di ballo piemontese Baldassarre Baltazarini da Belgioioso, francesizzato nella storia come Balthasar de Beaujoyeulx.

Per la prima volta nella storiografia delle arti performative, la danza, la poesia declamata, la musica vocale e strumentale, le complesse scenotecniche e la ponderata simbologia d’ordine politico vennero fuse in un ordito organico, unitario e rigorosamente coerente.

L’evento fu retto da un filo narrativo continuo e drammaticamente strutturato, incentrato sull’allegoria del mito della maga Circe e sul trionfo finale della ragione, della virtù e dell’armonia cosmica sopra il caos delle passioni destrutturanti.

Beaujoyeulx comprese con intuito geniale che la danza non doveva più limitarsi a una sequenza sconnessa di entrate, mascherate e bassedanze d’impronta ricreativa, bensì farsi sottomissione dello spazio a una precisa geometria morale, filosofica e prospettica.

Nel Ballet Comique de la Reine, durata oltre cinque ore ed eseguito dalla nobiltà stessa accanto ai musicisti di corte, ogni tracciato di passi sulla sala, ogni contrappunto di figure geometriche e ogni evoluzione spaziale dei danzatori — visti dall’alto dagli spettatori disposti sulle gallerie — rispondeva a un preciso ed edotto lessico neo-platonico: il cerchio come simbolo di perfezione e divinità, il quadrato come stabilità terrena, il triangolo come elevazione spirituale.

L’arte della coreografia, termine che da lì a breve avrebbe trovato le sue premesse concettuali, nasceva dunque come sintesi delle arti, in cui il movimento corporeo si faceva sintassi visiva e specchio del grandioso disegno politico della monarchia francese, desiderosa di pacificare un Paese lacerato dalle guerre di religione attraverso la catarsi del sublime scenico.

La pubblicazione dell’opera l’anno successivo, corredata da dettagliate incisioni e partiture, rese il Ballet Comique il primo vero testo teorico e documentale della disciplina coreica, esportandone il modello nelle corti di tutta Europa. Esso non soltanto codificò la prassi del ballet de cour, ma gettò le fondamenta formali, estetiche e drammaturgiche su cui, nei decenni e nei secoli a venire, si sarebbe innestata la grande tradizione del balletto classico e della coreografia occidentale.

In quel 15 ottobre 1581, il corpo umano in movimento dimostrò per la prima volta al mondo la sua capacità di farsi architettura vivente, pensiero filosofico incarnato, potere politico e pura, immortale meraviglia della visione.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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