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Recensione del libro “Easy to Remember…” di Natalia Strozzi

Ci sono artisti che affidano la propria memoria alle cronache, alle recensioni, agli archivi dei teatri. E ce ne sono altri che, a un certo punto del proprio percorso, sentono la necessità di fermarsi e di raccontare in prima persona ciò che è stato. È da questa esigenza che nasce Easy to Remember… Album of Memories of an Artist, il libro di Natalia Strozzi, oggi riproposto in lingua inglese da Edizioni Polistampa dopo la sua precedente pubblicazione italiana Facile da ricordare del 2006 e le due versioni russe del 2004 e del 2016.

Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Easy to Remember allude alla facilità apparente del ricordare, ma anche alla fragilità della memoria, alla sua capacità di selezionare, sovrapporre, trasformare. Un album di ricordi non è infatti mai un semplice catalogo del passato: è una rilettura del tempo attraverso ciò che è rimasto impresso nella coscienza. E nel caso di un’artista, il corpo stesso diventa parte di questo archivio.

Natalia Strozzi costruisce il proprio racconto proprio a partire da questa consapevolezza. La sua è una memoria che non si limita a ripercorrere una carriera, ma cerca di restituire il senso umano e artistico di un’esistenza trascorsa in gran parte all’interno della danza. Il palcoscenico, naturalmente, è presente, ma non viene mai isolato dal percorso personale che lo ha reso possibile.

È questo uno degli elementi che rendono il volume particolarmente interessante: la ballerina non viene raccontata soltanto attraverso i suoi ruoli, i suoi spettacoli o i momenti ufficiali della carriera. Dietro l’artista emerge la persona, con le sue scelte, le sue esperienze, le relazioni, le difficoltà, gli incontri e quelle circostanze che, spesso invisibili al pubblico, determinano in profondità il cammino di un interprete.

La danza, osservata dall’esterno, può apparire come un universo fatto di perfezione, disciplina, bellezza e privilegio. Chi la vive sa invece quanto sia esigente, quanto richieda dedizione e quanto il risultato visibile sul palcoscenico rappresenti soltanto la parte finale di un percorso infinitamente più complesso. È proprio questa dimensione meno appariscente che il libro permette di intuire.

Le numerose fotografie che accompagnano il volume hanno un ruolo decisivo. Non sono semplicemente immagini aggiunte al testo per documentare ciò che viene raccontato: costituiscono una seconda narrazione, parallela e spesso altrettanto eloquente. La fotografia possiede, nei confronti della danza, un rapporto particolarmente affascinante. La danza è movimento, durata, trasformazione; la fotografia è invece immobilità, istante, fissazione. Il gesto danzato nasce per scomparire immediatamente, mentre l’immagine fotografica lo sottrae, almeno in parte, a questa legge dell’effimero.

In Easy to Remember questo dialogo tra movimento e immobilità diventa uno dei fili conduttori dell’intero volume. Le fotografie restituiscono volti, corpi, costumi, luoghi e situazioni che appartengono a stagioni differenti, ma che nel libro possono tornare a convivere nello stesso spazio. È come se il tempo della scena e quello della memoria si incontrassero. E proprio per questo il libro assume anche un valore documentario. Attraverso la vicenda personale di Strozzi si possono cogliere atmosfere, sensibilità e trasformazioni che hanno attraversato il mondo della danza e dello spettacolo. La memoria individuale diventa così, quasi naturalmente, memoria collettiva.

Uno dei meriti principali del volume è quello di non fermarsi all’immagine pubblica dell’étoile o della danzatrice. La figura dell’artista viene progressivamente ricondotta alla sua dimensione più autentica: quella di una persona che ha scelto un mestiere e un’arte estremamente impegnativi e che, attraverso di essi, ha costruito la propria identità. È una prospettiva importante perché la storia della danza è stata spesso raccontata attraverso i grandi nomi, i grandi spettacoli e i grandi teatri, lasciando in secondo piano la dimensione quotidiana del lavoro. Ma la danza non è fatta soltanto di serate memorabili. È fatta di prove, ripetizioni, studio, fatica, disciplina, attese, rinunce e relazioni umane. La memoria di Natalia Strozzi attraversa anche questa zona meno visibile del mestiere. E proprio qui il libro acquista una particolare autenticità: non vuole semplicemente celebrare un passato, ma comprenderlo e consegnarlo a chi verrà dopo. Per un critico di danza, uno degli aspetti più suggestivi di un’autobiografia di questo tipo è il rapporto tra corpo e memoria.

La memoria di una danzatrice non è soltanto mentale. È muscolare, fisica, quasi tattile. Un passo, una posizione, una sequenza coreografica possono rimanere impressi nel corpo anche quando il tempo ha modificato radicalmente la persona che li ha eseguiti. Il corpo conserva ciò che la mente talvolta dimentica. Da questo punto di vista, Easy to Remember può essere letto anche come il racconto di un corpo attraverso il tempo: il corpo dell’interprete, sottoposto alle esigenze della tecnica e della scena, ma anche il corpo che cresce, cambia, matura e infine assume un diverso rapporto con la propria esperienza.

È una prospettiva particolarmente significativa in un’epoca nella quale la danza contemporanea ha progressivamente messo in discussione l’idea del corpo perfetto e ha restituito centralità alla persona, alla sua storia e alla sua individualità. Strozzi racconta una stagione nella quale il rigore della formazione e la disciplina del balletto costituivano ancora elementi fondamentali dell’identità dell’interprete, ma lo fa con lo sguardo di chi ha attraversato molte trasformazioni e può quindi osservare il passato senza rimanerne prigioniera. Il percorso di un’artista non termina necessariamente quando termina la carriera sul palcoscenico. Nella danza, forse più che in altre discipline, ciò che si è appreso viene trasmesso. L’esperienza di Natalia Strozzi assume quindi un ulteriore significato nel passaggio dall’interpretazione all’insegnamento e alla formazione. È il momento nel quale la memoria personale smette di essere soltanto privata e diventa patrimonio da condividere.

Un gesto, una correzione, un principio tecnico, un modo di intendere la musica o il rapporto con il palcoscenico possono passare da una generazione all’altra. La vera eredità di un’artista non consiste soltanto nelle fotografie che ne documentano la carriera, ma anche nelle persone che hanno imparato da lei e che, a loro volta, porteranno avanti qualcosa di ciò che hanno ricevuto. È questa la natura più profonda della tradizione nella danza: non una ripetizione meccanica del passato, ma una trasmissione capace di trasformarsi.

Sfogliando il volume, le immagini assumono quasi la funzione di un secondo palcoscenico. Ogni fotografia apre una scena e suggerisce una storia che va oltre ciò che l’obiettivo ha catturato. Un volto può raccontare un incontro. Un costume può evocare un’intera produzione. Un teatro può riportare alla mente una stagione artistica. Un gruppo di danzatori può diventare la testimonianza di un’amicizia, di una compagnia, di una comunità artistica.

È qui che il concetto di “album” diventa particolarmente efficace. L’album fotografico appartiene alla dimensione intima della memoria familiare, ma nel caso di Strozzi si trasforma in qualcosa di più ampio: un album professionale, artistico e umano. La scelta di affiancare le fotografie alla narrazione scritta permette inoltre al lettore di compiere un’esperienza non necessariamente lineare. Si può leggere il testo e poi fermarsi su un’immagine; oppure partire da una fotografia e tornare alle parole. È un libro che, più che essere semplicemente letto, può essere sfogliato, osservato e ritrovato nel tempo.

La nuova edizione inglese, pubblicata da Edizioni Polistampa, offre al volume una seconda vita e soprattutto una nuova possibilità di circolazione. La traduzione non rappresenta soltanto un’operazione editoriale. Nel caso di un libro dedicato alla danza, significa rendere accessibile una testimonianza personale anche a un pubblico internazionale: studiosi, danzatori, insegnanti, studenti, appassionati, operatori culturali e lettori interessati alla storia dello spettacolo italiano.

La danza, per sua stessa natura, supera i confini linguistici. Un corpo che danza può essere compreso anche senza conoscere la lingua dell’artista. Ma quando quell’artista decide di raccontare la propria storia attraverso le parole, la traduzione diventa uno strumento fondamentale per permettere a quella memoria di viaggiare. Easy to Remember… Album of Memories of an Artist può quindi entrare in un dialogo più ampio con la memoria internazionale della danza, portando con sé una vicenda italiana e, insieme, universale. C’è poi un valore pedagogico che merita di essere sottolineato. Un giovane danzatore tende naturalmente a guardare al futuro. Studia, si forma, sogna il palcoscenico, cerca il proprio posto nel mondo della danza. Un libro come quello di Strozzi gli ricorda però che ogni carriera è fatta di tappe e che dietro ogni risultato esiste un percorso. Le nuove generazioni possono trovare in queste pagine non soltanto informazioni su un’epoca passata, ma una riflessione più ampia su cosa significhi scegliere la danza come professione e come forma di vita.

Alla fine, il vero protagonista di Easy to Remember sembra essere proprio il tempo. La danza è un’arte destinata, per definizione, a scomparire nell’istante stesso in cui si manifesta. Uno spettacolo termina. Il sipario si chiude. Il corpo del danzatore abbandona la scena. Ciò che resta sono le tracce: una fotografia, una recensione, una registrazione, un programma di sala, il ricordo di chi era presente. Il libro di Natalia Strozzi appartiene a questa necessità di lasciare una traccia. Ma non lo fa attraverso il monumento o l’autocelebrazione. Lo fa attraverso la memoria personale, con tutte le sue inevitabili sfumature.

Easy to Remember… Album of Memories of an Artist non è soltanto la storia di una danzatrice. È il racconto di ciò che accade quando una vita viene attraversata dall’arte e, dopo molti anni, sente il bisogno di voltarsi indietro per riconoscere le persone, i luoghi, le esperienze e le emozioni che l’hanno costruita. Natalia Strozzi consegna così al lettore non soltanto il proprio passato, ma una parte della memoria della danza. E la nuova edizione inglese amplia il raggio di questa testimonianza, permettendo a quella memoria di raggiungere nuovi lettori e nuove generazioni.

Perché la danza passa, il corpo cambia, le luci del palcoscenico si spengono. Ma l’arte, quando trova qualcuno disposto a custodirne la memoria, può continuare a danzare anche fuori dalla scena.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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