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I grandi coreografi nella storia della danza: Kurt Jooss

Kurt Jooss appartiene a quella rara schiera di artisti capaci di trasformare la danza in un linguaggio capace di interrogare l’uomo e il suo tempo. La sua arte non nasceva dal semplice desiderio di creare movimento, ma dalla necessità di dare forma visibile ai sentimenti, ai conflitti e alle inquietudini che attraversano l’esistenza. Nelle sue composizioni il gesto non era mai un elemento decorativo: ogni passo, ogni pausa, ogni linea del corpo possedeva un significato profondo, diventando parola silenziosa di una narrazione intensa e universale. La grandezza di Jooss risiede nella capacità di unire la precisione della tecnica classica con la libertà espressiva della danza moderna. Egli seppe superare i confini tradizionali del balletto, cercando una nuova armonia tra disciplina e autenticità, tra bellezza formale e verità umana. Il corpo, nelle sue creazioni, non era soltanto uno strumento estetico, ma un mezzo attraverso cui raccontare fragilità, passioni, paure e speranze. La danza diventava così un teatro dell’anima, dove il movimento rivelava ciò che spesso le parole non riescono a esprimere. La sua poetica si distingue per un equilibrio raffinato tra intensità drammatica e chiarezza compositiva. Jooss possedeva uno sguardo profondamente teatrale: costruiva immagini capaci di rimanere impresse nella memoria, affidandosi ...

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Recensione del libro “Giselle nostra contemporanea”

  Ci sono balletti che il tempo consegna alla storia e balletti che, al contrario, sembrano sottrarsi alla storia proprio per continuare a interrogarla. Giselle appartiene a questa seconda, più rara categoria. Ogni epoca che l’ha incontrata ha finito per riconoscervi qualcosa di sé: il Romanticismo vi proiettò il desiderio dell’assoluto, la fascinazione per il soprannaturale e la morte, il Novecento ne fece un banco di prova per la grande tradizione accademica, mentre la contemporaneità ha scoperto nel suo fragile fantasma una materia sorprendentemente disponibile alla reinvenzione. È da questa inesauribile capacità di mutare senza cessare di essere Giselle che prende le mosse Giselle nostra contemporanea. Conversazioni, ricostruzioni e riletture, il volume curato da Roberta Albano e Maria Venuso, pubblicato da Piretti Editore (348 pagine con numerosi contributi critici in italiano e inglese e fotografie). Il titolo contiene già una dichiarazione di poetica. Quel “nostra” non indica soltanto la vicinanza cronologica, né pretende di attualizzare artificiosamente un capolavoro dell’Ottocento. Indica piuttosto un’appartenenza: Giselle continua a essere nostra perché ogni generazione è costretta a ridefinire il proprio rapporto con la memoria della danza. E proprio la memoria, in questo libro, assume un valore tutt’altro che nostalgico. È materia viva, instabile, continuamente ...

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Beppe Menegatti, nel ricordo del suo anniversario di nascita

Nel ricordare Beppe Menegatti, nel giorno dell’anniversario della sua nascita, la prima immagine che viene alla mente non è forse quella dell’uomo che si mette in posa davanti a un obiettivo. È piuttosto quella di un uomo di teatro: attento, curioso, immerso nel lavoro, con gli occhi rivolti alla scena e a ciò che sulla scena stava per accadere. Perché Menegatti è stato soprattutto questo: un regista innamorato del teatro e della danza, un uomo che ha attraversato per decenni il mondo del balletto cercando di restituirgli una dimensione narrativa, umana, drammatica. Era nato a Firenze nel 1929 e la sua formazione si era sviluppata nel cuore della grande cultura teatrale italiana. L’incontro professionale con Luchino Visconti rappresentò una tappa fondamentale: accanto a uno dei maggiori registi del Novecento imparò il rigore della costruzione scenica, il valore della parola ma anche quello del silenzio, l’importanza di ogni dettaglio. Una lezione che avrebbe portato con sé quando la danza divenne sempre più il centro del suo lavoro. Menegatti non guardava al balletto soltanto come a un’arte di movimento. Lo considerava teatro. E in questa parola c’era tutta la sua idea di regia. Il corpo del danzatore doveva raccontare, la musica doveva ...

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Il monumento a Vladimir Shklyarov celebra il suo ultimo volo

A San Pietroburgo, nel silenzio del Cimitero Smolensk, Vladimir Shklyarov è tornato a danzare. Non su un palcoscenico, non accompagnato dall’orchestra e dagli applausi del pubblico, ma attraverso il bronzo di un monumento che sembra aver catturato per sempre l’attimo più autentico della sua arte: quello del volo. Il 27 luglio 2026 è stata inaugurata la scultura dedicata al grande primo ballerino del Teatro Mariinskij, scomparso tragicamente nel novembre del 2024, a soli 39 anni. L’opera, realizzata dallo scultore Andrey Korobtsov e concepita con il coinvolgimento del ballerino e coreografo Yuri Smekalov, della famiglia di Shklyarov e del Teatro Mariinskij, restituisce alla città una delle figure più amate e rappresentative della danza russa contemporanea. Il titolo dell’opera, Il volo dell’anima, racchiude già in sé il significato più profondo dell’intero progetto. Shklyarov è raffigurato nel momento di un grande salto, sospeso nello spazio, con il corpo proiettato verso l’alto. Non è una posa statica, celebrativa o semplicemente commemorativa: è un’immagine viva, dinamica, quasi impossibile da separare dalla sua identità artistica. Per un ballerino, il salto rappresenta uno dei momenti più affascinanti e complessi della danza, perché è proprio lì che il corpo sembra liberarsi, anche solo per una frazione di secondo, ...

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I grandi coreografi nella storia della danza: Pierre Lacotte

Nel vasto panorama della danza del Novecento e del nuovo millennio, Pierre Lacotte occupa un posto singolare e prezioso: quello di un artista che ha saputo trasformare la memoria in creazione, il passato in presenza viva. La sua arte non si è limitata alla coreografia intesa come invenzione di nuovi movimenti, ma si è sviluppata come un raffinato esercizio di ascolto della storia, una ricerca appassionata delle tracce lasciate dai grandi maestri del balletto romantico e classico. Lacotte possedeva una sensibilità rara, capace di cogliere il valore poetico di ciò che sembrava perduto. Nelle sue mani, antichi libretti, incisioni, annotazioni, disegni di costumi e testimonianze frammentarie diventavano materia viva, strumenti attraverso cui restituire al pubblico opere che il tempo aveva cancellato dalle scene. Tuttavia, il suo lavoro non era mai una semplice operazione archeologica. Egli comprendeva che la danza non può essere conservata come un oggetto in un museo: deve respirare, emozionare, parlare agli spettatori del presente. Per questo le sue ricostruzioni erano sempre animate da una profonda intelligenza teatrale, capaci di unire rigore storico e forza espressiva. L’eleganza rappresentava forse il tratto più distintivo della sua poetica. Un’eleganza che non coincideva con il puro virtuosismo tecnico, ma con una ...

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I grandi coreografi nella storia della danza: José Limón

Nella storia della danza del Novecento, poche figure hanno saputo trasformare il movimento in un linguaggio così profondamente umano come José Limón. La sua arte non cercava l’effetto spettacolare né la pura astrazione formale; al contrario, nasceva dall’urgenza di raccontare la condizione dell’uomo attraverso il corpo, facendo della danza un luogo di riflessione, memoria ed emozione. L’universo coreografico di Limón si fonda su una concezione del movimento che sembra respirare insieme alla vita stessa. Nei suoi lavori il corpo non è mai un semplice strumento tecnico, ma una presenza viva, capace di esprimere tensione e abbandono, forza e fragilità. Il celebre principio del fall and recovery, ereditato dalla modern dance americana e rielaborato con straordinaria sensibilità, diventa nelle sue creazioni una metafora dell’esistenza: la caduta non rappresenta una sconfitta, ma un passaggio necessario verso una nuova possibilità di equilibrio. Osservare una coreografia di Limón significa assistere a una continua alternanza tra gravità e slancio. I danzatori sembrano dialogare con il peso del proprio corpo, accettandolo e trasformandolo in energia espressiva. Ogni gesto appare inevitabile, come se nascesse da una necessità interiore più che da una costruzione estetica. È proprio questa autenticità a conferire alle sue opere una straordinaria forza comunicativa. ...

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Su Rai5 il documentario dedicato a Carla Fracci

Ci sono artisti che appartengono al proprio tempo e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per appartenere a un’idea stessa di arte. Carla Fracci è una di queste figure. Il suo nome non evoca soltanto la grande danza italiana, il palcoscenico della Scala, i teatri internazionali o le pagine più prestigiose della storia del balletto. Evoca un modo di stare sulla scena, una forma di rigore, una capacità quasi misteriosa di trasformare il movimento in racconto. È proprio da questa dimensione che prende avvio Codice Carla, il documentario in onda giovedì 20 agosto alle ore 16:56 su Rai5, all’interno dello spazio DOCUMENTI/DANZA. Un ritratto che, attraverso immagini d’archivio, interviste e testimonianze, prova a entrare non soltanto nella biografia dell’étoile, ma nella grammatica segreta della sua arte: quel particolare “codice” fatto di disciplina, sensibilità, tecnica, sacrificio e presenza scenica che ha contribuito a trasformare Carla Fracci in un’icona. Raccontare Carla Fracci significa infatti affrontare una domanda più difficile di quella, apparentemente semplice, di come si costruisca una grande ballerina. Significa chiedersi che cosa accade quando il corpo smette di essere soltanto uno strumento tecnico e diventa un linguaggio. Quando un gesto, una postura, un equilibrio o una pausa riescono a comunicare ...

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Vera Colombo, la signora della danza scaligera

Ci sono artisti che appartengono alla memoria di un teatro e altri che, con il tempo, finiscono per appartenere alla sua storia. Vera Colombo appartiene alla storia della Scala. Il suo nome evoca una stagione irripetibile della danza italiana, gli anni della rinascita del grande teatro milanese dopo la guerra, quando la tradizione della scuola scaligera incontrava i nuovi linguaggi della coreografia internazionale e sul palcoscenico si alternavano personalità destinate a diventare leggenda. Ricordare Vera Colombo significa dunque ricordare non soltanto una grande prima ballerina, ma una donna che ha rappresentato, con una rara combinazione di eleganza, rigore e sensibilità, una precisa idea della danza e del teatro. Nata a Milano il 10 agosto 1931, Vera Colombo entrò giovanissima nella Scuola di Ballo della Scala, una delle istituzioni più severe e prestigiose della formazione coreutica europea. Lì apprese quella disciplina quotidiana, quasi ascetica, che è alla base della grande danza: la pazienza, la precisione, il controllo del corpo, l’ascolto della musica, il rispetto assoluto della coreografia. Si diplomò nel 1952 e appena due anni dopo, nel 1954, venne nominata prima ballerina. Avrebbe mantenuto quel ruolo fino al 1975, per oltre vent’anni di straordinaria attività artistica. Erano gli anni in cui ...

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Divinamente Diva, Tamara Karsavina

Vi sono artiste che attraversano la scena come un lampo, lasciando dietro di sé una scia di stupore, e altre che, con passo più lieve, insinuano la loro presenza nella memoria fino a diventarne parte silenziosa e persistente. Tamara Karsavina apparteneva a questa seconda, rarissima specie: non conquistava, ma avvolgeva; non abbagliava, ma illuminava. La sua danza non era mai un’esibizione, bensì una rivelazione. In lei, ogni gesto si compiva con una naturalezza tanto perfetta da sembrare inevitabile, come se il movimento non fosse stato scelto, ma semplicemente accaduto. Era un’arte priva di attrito, dove la tecnica — pur rigorosa e impeccabile — si dissolverà in una grazia che appariva spontanea, quasi inconsapevole. Non vi era nulla di forzato nel suo modo di abitare la scena: ella non imponeva una presenza, ma la lasciava emergere, con una delicatezza che aveva qualcosa di profondamente aristocratico. Il suo corpo parlava una lingua fatta di sfumature, di pause eloquenti, di silenzi che avevano il peso di un’intera frase. E proprio in quelle sospensioni si percepiva il segreto della sua arte: la capacità di suggerire più di quanto mostrasse. A differenza di chi cerca il culmine nell’apice del virtuosismo, Tamara Karsavina sembrava trovare la ...

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86 anni fa, iniziava il viaggio di Pina Bausch

C’era un luogo dove il silenzio imparava a danzare. Tu lo hai abitato con passi fragili e necessari, come chi attraversa la pioggia senza chiedere al cielo di smettere. Non cercavi la perfezione, ma la verità nascosta in una mano che trema, in uno sguardo che sfugge, in un corpo che ricorda ciò che le parole dimenticano. Hai insegnato che ogni gesto porta il peso di una vita, che una caduta può essere un abbraccio, che ripetere è scavare fino a trovare il cuore delle cose. Sul palcoscenico hai seminato domande, mai risposte. E il pubblico, uscendo, portava addosso un pezzo di sé che prima non aveva visto. Ora il sipario si apre ancora, e in ogni danza che osa essere umana, nelle lacrime che diventano movimento, nei fiori sparsi sul pavimento, c’è ancora la tua voce. Perché alcuni artisti finiscono con il tempo. Tu, Pina, continui a nascere ogni volta che qualcuno ha il coraggio di danzare la propria verità. Nel cuore del Novecento, tra le rovine di una Germania che cercava di rialzarsi, nacque una voce capace di riscrivere il linguaggio del corpo: Pina Bausch. Coreografa, danzatrice e visionaria, Bausch ha rivoluzionato la danza contemporanea fondendo gesto, parola ...

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