
A San Pietroburgo, nel silenzio del Cimitero Smolensk, Vladimir Shklyarov è tornato a danzare. Non su un palcoscenico, non accompagnato dall’orchestra e dagli applausi del pubblico, ma attraverso il bronzo di un monumento che sembra aver catturato per sempre l’attimo più autentico della sua arte: quello del volo.
Il 27 luglio 2026 è stata inaugurata la scultura dedicata al grande primo ballerino del Teatro Mariinskij, scomparso tragicamente nel novembre del 2024, a soli 39 anni.
L’opera, realizzata dallo scultore Andrey Korobtsov e concepita con il coinvolgimento del ballerino e coreografo Yuri Smekalov, della famiglia di Shklyarov e del Teatro Mariinskij, restituisce alla città una delle figure più amate e rappresentative della danza russa contemporanea.
Il titolo dell’opera, Il volo dell’anima, racchiude già in sé il significato più profondo dell’intero progetto. Shklyarov è raffigurato nel momento di un grande salto, sospeso nello spazio, con il corpo proiettato verso l’alto.
Non è una posa statica, celebrativa o semplicemente commemorativa: è un’immagine viva, dinamica, quasi impossibile da separare dalla sua identità artistica.
Per un ballerino, il salto rappresenta uno dei momenti più affascinanti e complessi della danza, perché è proprio lì che il corpo sembra liberarsi, anche solo per una frazione di secondo, dalla legge della gravità. Nel caso di Shklyarov, quell’istante diventa metafora della sua intera esistenza artistica.
La scelta di rappresentarlo mentre vola appare dunque tutt’altro che casuale. Vladimir Shklyarov aveva costruito la propria carriera sulla capacità di trasformare la tecnica in emozione, la disciplina in naturalezza e la potenza fisica in una straordinaria sensazione di leggerezza.
Il pubblico vedeva il gesto compiuto; dietro quel gesto esistevano anni di studio, sacrificio, allenamento e una conoscenza quasi assoluta del proprio corpo.
Il monumento sembra voler cancellare proprio la fatica per conservare soltanto il risultato: quell’illusione meravigliosa per cui un essere umano, sul palcoscenico, sembra riuscire realmente a volare.
Nato a Leningrado nel 1985, Shklyarov si formò all’Accademia Vaganova, una delle scuole di danza classica più prestigiose al mondo. Nel 2003 entrò nel Balletto del Teatro Mariinskij e, nel corso degli anni, arrivò a conquistare il ruolo di primo ballerino, diventando uno dei volti più riconoscibili della compagnia.
Il suo repertorio comprendeva alcuni dei personaggi più importanti della tradizione classica, tra cui il Principe Désiré ne «La bella addormentata», Siegfried ne «Il lago dei cigni», Albrecht in «Giselle» e Solor ne «La Bayadère».
Accanto ai grandi titoli della tradizione, seppe confrontarsi anche con la danza contemporanea e con le creazioni di importanti coreografi internazionali, dimostrando una versatilità che contribuì a renderlo un interprete particolarmente apprezzato anche fuori dalla Russia.
La sua carriera internazionale confermò ulteriormente questa dimensione. Shklyarov si esibì su importanti palcoscenici stranieri e collaborò con realtà prestigiose della danza mondiale, portando con sé quella particolare combinazione di eleganza, precisione tecnica e intensità scenica che era diventata la sua cifra distintiva.
A renderlo speciale non era però soltanto la perfezione tecnica. Chi lo aveva visto danzare ricordava soprattutto la sua presenza scenica, la capacità di dare un’anima ai personaggi e di trasformare la tecnica in racconto.
Shklyarov non sembrava limitarsi a eseguire una coreografia: la viveva. Ogni salto, ogni passo, ogni gesto diventava parte di una narrazione nella quale il corpo era lo strumento attraverso cui esprimere sentimenti, conflitti e fragilità.
Anche per questo la collaborazione di Yuri Smekalov alla realizzazione del monumento assume un significato particolare.
Smekalov aveva conosciuto Shklyarov non soltanto come collega, ma come interprete di sue creazioni. I due avevano condiviso il linguaggio della danza contemporanea e un rapporto artistico nel quale il movimento diventava materia narrativa.
Affidare a una scultura il compito di restituire quel movimento significava quindi affrontare una sfida tutt’altro che semplice: come rappresentare un artista della danza senza trasformarlo in una figura immobile e distante?
La risposta di Andrey Korobtsov è stata quella di non fermare Shklyarov in una posa tradizionale, ma di fermarlo proprio mentre si muove. Il bronzo, materiale pesante e apparentemente incompatibile con la leggerezza della danza, diventa così il mezzo attraverso il quale conservare un corpo che sembra invece non avere peso.
La struttura d’acciaio che accompagna la figura contribuisce a rafforzare questa impressione: il danzatore appare quasi racchiuso in uno spazio dal quale riesce comunque a liberarsi attraverso il movimento.
È una contraddizione estremamente poetica. Il monumento si trova in un cimitero, luogo associato per sua stessa natura alla conclusione della vita, eppure la figura rappresentata non comunica immobilità né resa.
Shklyarov è immortalato mentre sale, non mentre cade; mentre si espande nello spazio, non mentre si ritrae; mentre danza, non mentre viene ricordato semplicemente come uomo scomparso. In questo senso, il monumento sembra trasformare il luogo della morte in un luogo di continuità artistica.
La sua morte, avvenuta il 16 novembre 2024, aveva profondamente colpito il mondo della danza. Aveva soltanto 39 anni e davanti a sé, almeno artisticamente, avrebbe potuto avere ancora molti anni di attività.
La sua scomparsa aveva quindi lasciato una ferita particolarmente dolorosa nella comunità del Mariinskij e tra gli spettatori che ne avevano seguito la carriera.
Proprio per questo la decisione di ricordarlo attraverso un’immagine dinamica assume una forza ancora maggiore: il monumento non cerca di rappresentare la fine, ma ciò che resta.
Anche il percorso che ha portato alla realizzazione dell’opera racconta quanto fosse forte il legame tra Shklyarov, il suo teatro e il pubblico.
La raccolta di fondi per il monumento è stata sostenuta anche attraverso iniziative commemorative, tra cui il gala Il volo dell’anima, organizzato al Teatro Mariinskij nel marzo 2026. La memoria dell’artista è quindi passata ancora una volta attraverso il palcoscenico che per tanti anni era stato la sua casa.
Ed è forse questo l’aspetto più commovente dell’intera vicenda. Prima di diventare bronzo, Vladimir Shklyarov era stato movimento. Era stato musica, luce, sudore, disciplina, applausi e silenzio.
Era stato il gesto di un corpo capace di raccontare ciò che le parole non riuscivano a esprimere. Ora quel movimento è stato trasferito nella materia, e la materia sembra quasi voler restituire ciò che la morte aveva interrotto.
Un ballerino vive di istanti. Un salto dura pochissimo, una variazione termina in pochi minuti, una rappresentazione scende infine nel buio.
La scultura, invece, non conosce la durata di uno spettacolo. Rimane. Ed è proprio questo che accade con Il volo dell’anima: quell’attimo che un tempo apparteneva soltanto alla scena è stato sottratto al tempo.
Shklyarov non può più tornare sul palco del Mariinskij, ma la sua immagine continua a farlo. Nel bronzo di Korobtsov, il ballerino non sembra guardare indietro verso ciò che è stato. Sembra invece proiettarsi ancora una volta verso l’alto, come se la danza non avesse mai conosciuto una vera conclusione.
Forse è questa la forma più autentica di memoria per un artista della danza: non una figura immobile che invita soltanto al ricordo, ma un corpo ancora sospeso nell’istante della creazione.
La morte ha fermato Vladimir Shklyarov, ma non il gesto con cui viene ricordato. E così, nel cuore di San Pietroburgo, il «principe del balletto russo» continua simbolicamente a fare ciò che aveva fatto per tutta la sua vita: sfidare la gravità e trasformare, anche solo per un istante, l’impossibile in bellezza.
Michele Olivieri
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