
Il 30 agosto 1811 nasceva a Tarbes Théophile Gautier, poeta, scrittore, giornalista e critico d’arte, figura tra le più originali del Romanticismo francese.
Ma ricordarlo significa anche tornare a uno degli aspetti più moderni della sua sensibilità: il rapporto con la danza.
Gautier fu infatti tra i primi grandi intellettuali dell’Ottocento a riconoscere al balletto una piena dignità artistica, intuendo che il corpo in movimento poteva diventare una forma di poesia.
In un’epoca in cui il balletto romantico stava conquistando i teatri europei, la danza assumeva un nuovo linguaggio fatto di leggerezza, sogno e dimensione soprannaturale.
La ballerina sulle punte sembrava liberarsi dalla gravità, trasformandosi in una creatura quasi immateriale.
Gautier seppe cogliere la forza di quella rivoluzione estetica e guardò alla scena con gli occhi del poeta, più che con quelli del semplice cronista teatrale.
Nei suoi scritti la ballerina non è soltanto un’interprete: è una figura capace di incarnare la bellezza, il desiderio, la malinconia e persino la morte.
Il suo nome è indissolubilmente legato a Giselle, uno dei massimi capolavori del balletto romantico, rappresentato per la prima volta all’Opéra di Parigi nel 1841.
Gautier contribuì alla concezione del libretto insieme a Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges, su musica di Adolphe Adam e con la coreografia di Jean Coralli e Jules Perrot.
La protagonista fu affidata a Carlotta Grisi, destinata a entrare nella storia della danza proprio attraverso questo ruolo.
Giselle racchiude l’essenza della sensibilità romantica: l’amore impossibile, l’inganno, la follia, la morte e il soprannaturale.
Ma soprattutto racconta questi temi attraverso il movimento. Giselle danza quando è felice, danza quando scopre l’amore e, nel momento della tragedia, la danza diventa espressione della sua fragilità.
Nel secondo atto compaiono le Wilis, spiriti di giovani donne morte prima delle nozze, condannate a danzare durante la notte.
Qui il balletto raggiunge una dimensione quasi irreale: la danza, normalmente simbolo di vita, diventa il linguaggio inquietante della morte.
È in questa trasformazione che si riconosce la grande intuizione di Gautier. La danza, per lui, non doveva spiegare: doveva suggerire. Il gesto poteva dire ciò che la parola non riusciva a esprimere e il corpo poteva diventare immagine, ritmo e sentimento.
La scena era una sorta di pittura in movimento, nella quale ogni linea del corpo, ogni costume e ogni passo contribuivano alla costruzione di una visione.
Questa concezione si lega profondamente alla sua idea dell’arte per l’arte. Gautier cercava una bellezza libera da finalità morali o didattiche, una bellezza capace di esistere per la propria forza estetica.
E il balletto, proprio perché vive nell’istante, sembrava incarnare perfettamente questo principio. Un movimento nasce, attraversa lo spazio e subito scompare, lasciando però nella memoria dello spettatore un’immagine destinata a durare.
A più di due secoli dalla sua nascita, Gautier continua così a essere presente ogni volta che Giselle torna in scena. La sua eredità non è soltanto letteraria: vive nei corpi dei danzatori, nella leggerezza di una ballerina sulle punte, nel silenzio di un gesto sospeso.
Gautier comprese che la danza poteva essere poesia senza parole e che la bellezza, proprio perché effimera, poteva diventare eterna nella memoria.
Forse è questa la ragione per cui il suo nome resta così intimamente legato a Giselle: perché in quel balletto la parola di un poeta si è trasformata definitivamente in movimento. E da allora continua a danzare.
Michele Olivieri
www.giornaledelladanza.com
©️ Riproduzione riservata
Giornale della Danza La prima testata giornalistica online in Italia di settore